{"id":2448,"date":"2017-01-12T11:22:15","date_gmt":"2017-01-12T10:22:15","guid":{"rendered":"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/blog\/best-albums-2015-copy\/"},"modified":"2017-09-07T15:04:14","modified_gmt":"2017-09-07T13:04:14","slug":"top-5-best-albums-2016-dischi-italia","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/blog\/top-5-best-albums-2016-dischi-italia\/","title":{"rendered":"5 dischi italiani che ci son piaciuti nel 2016"},"content":{"rendered":"<h2 class=\"firstTitle\">Un altro strumento<\/h2>\n<h4>Italiani nel senso che la gente canta in italiano<\/h4>\n<p>Ecco.<br \/>\nOra dovrei prendervi a schiaffi <a title=\"guarda come ti schiaffeggerebbe Nanni Moretti!\" href=\"https:\/\/youtu.be\/qtP3FWRo6Ow\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">come insegna Nanni Moretti<\/a> e \u2014 con riferimento per niente casuale alla lingua usata per dirle \u2014 gridarvi in faccia:<\/p>\n<blockquote><p>le parole sono importanti!<\/p><\/blockquote>\n<p>S\u00ec, perch\u00e8 \u00e8 vero che ho sempre considerato poco sensato (per non dire <em>auto-ghettizzante<\/em>) fare due classifiche diverse tipo \u201cMigliori Album Italiani vs. Migliori Album Stranieri\u201d (nel senso di dischi di artisti italiani contro dischi arrivati dall\u2019estero), ma trovo invece che la scelta di cantare in lingua italiana giustifichi in parte una qualche differenziazione.<\/p>\n<p>Ok.<br \/>\n\u00c8 risaputo che l\u2019arrampicata sugli specchi \u00e8 il mio sport preferito, ma qui la questione \u00e8 seria e cerco di spiegarmi meglio (si fa per dire).<\/p>\n<p>Se da un lato infatti una band di Castel Goffredo (MN) che canta inglese pu\u00f2 tranquillamente fare un disco paragonabile a una di Glasgow (e probabilmente, nel caso specifico, si presenter\u00e0 pure con un inglese pi\u00f9 piacevole all\u2019orecchio \u2014 non so se avete mai sentito parlare uno scozzese), una band che decide di cantare in italiano opera una scelta che potete definire come volete (folle, coraggiosa, suicida, politica, romantica, onesta, patriottica or <em>whatever<\/em>) ma che \u00e8 innanzitutto una scelta <em>sonora<\/em>. Questo perch\u00e8 ogni lingua ha \u2014 prima ancora che delle parole e dei significati \u2014 dei suoni e una musicalit\u00e0 caratterizzanti, peculiari e che la rendono unica.<\/p>\n<p>Estremizzando il concetto, scegliere la lingua da usare per raccontare la tua musica \u00e8 come scegliere un particolare strumento per suonarla e decidere di cantare in italiano invece che \u2014 che ne so \u2014 in tedesco non \u00e8 molto diverso dal valutare se per creare il tipo di musica che hai in mente \u00e8 meglio fare le audizioni per un violoncellista o chiamare quel tizio strano che hai visto su YouTube suonare la chitarra con la sega circolare, avete presente?<\/p>\n<p>Vabb\u00e8.<\/p>\n<h2>Bonus Track<\/h2>\n<h4>Non tutte le voci vengono col buco<\/h4>\n<p>Insomma.<br \/>\nTutto questo pippone introduttivo per giustificare l\u2019uscita di questa nuova listina che potete vedere come una <em>bonus<\/em> (se siete i tipi a cui piacciono i regali utili) o una <em>hidden<\/em> (se invece siete di quelli che preferiscono le sorprese) <em>track<\/em> fuori tempo massimo del <a title=\"guarda che dischi belli sono usciti quest'anno!\" href=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/blog\/best-albums-2016\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">listone<\/a> di fine anno che vi siete sorbiti qualche giorno fa.<\/p>\n<p>Pippone che, tra l\u2019altro, fa anche un po\u2019 ridere se penso \u2014 <em>spoiler alert<\/em> ma non troppo \u2014 che alla fine poi questa ipotetica <strong>TOP 5<\/strong> non rende nemmeno minimamente merito n\u00e8 giustizia alla classica figura della bella ugola italiana, del cantante o cantore intonatissimo che non sbaglia una nota nemmeno a pagarlo, di sanremiana o neoromantica memoria.<\/p>\n<p>Infatti, se si esclude un caso fuori classifica in cui ce la si cava con il trucco sempreverde \u2014 e sempre apprezzato \u2014 che vede un discreto <em>crooning<\/em> intrecciarsi con un\u2019ottima voce femminile, in altri due c\u2019\u00e8 gente che invece di cantare semplicemente parla, mentre nei due rimanenti canta qualcuno che \u2014 chiamatela <em>slacker voice<\/em> se vi suona pi\u00f9 fico, ma il concetto non cambia \u2014 se non \u00e8 propriamente stonato poco ci manca.<\/p>\n<p>A ribadire cos\u00ec che anche nella musica <em>content is king<\/em> e che pure le voci \u2014 come le apparenze \u2014 a volte ingannano.<\/p>\n<p>Questo \u00e8 quanto.<\/p>\n<p style=\"text-align: center; margin-top: 2em;\">\n<p><img class=\"center-img-800 alignnone wp-image-162\" style=\"margin-top: 2em;\" src=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/wp-content\/uploads\/motta-la-fine-dei-venti-anni.jpg\" alt=\"Motta - La fine dei vent'anni\" width=\"800\" height=\"800\" \/><\/p>\n<h4>05. Motta &#8211; La fine dei vent&#8217;anni<\/h4>\n<h5>Restare nonostante tutto<\/h5>\n<p>Io che i miei vent\u2019anni li ho finiti da un pezzo e iniziati da dieci anni pi\u00f9 di un pezzo (la matematica non \u00e8 un\u2019opinione, dicono \u2014 anche se a me sembrano durati un paio) credo di poter permettermi per un attimo di fare il nostalgico noioso, quello che quando aveva vent\u2019anni lui tutto era pi\u00f9 bello e aveva un altro sapore e quindi mettere le mani avanti e ammettere ufficialmente che a me Motta piaceva pi\u00f9 con i Criminal Jokers, riguardo ai quali \u2014 cos\u00ec a margine e giusto per rimanere nel personaggio \u2014 mi prendo il lusso di aggiungere un\u2019altra frase fatta, ovvero: <em>uno dei gruppi pi\u00f9 sottovalutati del nostro sottobosco indie<\/em>. Premessa questa che, oltre a presentarmi in tutta la mia splendida autoironia, mi permette di passare in scioltezza alla seconda fase del discorso, cio\u00e8 quella in cui vesto subito a seguire i panni del vecchio illuminato che nonostante tutto riesce comunque a riconoscere un gran bel disco anche contro i suoi gusti e i suoi rimpianti. S\u00ec, perch\u00e8 il Francesco Motta solista e italianissimo \u2014 se si escludono un paio di passaggi discutibili alla Manu Chao \u2014 fa indubbiamente centro al primo colpo. Grande merito per questo va sicuramente a Riccardo Sinigallia che ha deciso di produrre il disco dopo un lungo processo di <em>stalking<\/em> da parte dell\u2019ex collaboratore di Nada, Pan del Diavolo e Zen Circus (tra gli altri) ma che in conclusione ha finito per metterci \u2014 come sempre \u2014 parecchio di suo (pure troppo a tratti: non solo produzione artistica e composizione a quattro mani di alcuni brani, ma anche la compagna ex-Tiromancino Laura Arzilli al basso e suo figlio di dieci anni Manuel al cembalo e allo shaker, oltre che nonno Lello \u2014 Arzilli, padre di Laura \u2014 al sax). Sinigallia produce pochi dischi, e quei pochi li sceglie bene e se ne innamora (l\u2019ordine con cui succedono le due cose non fa molta differenza), quindi prendiamo la cosa come garanzia di qualit\u00e0 e gli perdoniamo questa intrusione massiccia, che trascende i suoni e sconfina spesso direttamente nella scrittura. Scrittura, quella di Motta, gi\u00e0 di per s\u00e8 estremamente incisiva: asciutta ma personale, ripetitiva ma concreta, asimmetrica ma per nessun tratto stanca, canta il disagio contemporaneo senza mai piangersi addosso n\u00e8 cadere in quella facile forma di difesa chiamata <em>sarcasmo<\/em> che affligge le opere di molti suoi colleghi e coetanei. <em>La fine dei vent\u2019anni<\/em> diventa intenso proprio giocando sulla sua natura precaria, sul suo metterci la faccia fin dalla copertina, sul suo raccontare e raccontarsi quella che \u00e8 s\u00ec una fine ma allo stesso tempo pu\u00f2 e deve essere un inizio, e si rivela a conti fatti \u2014 e a dispetto di qualche analisi superficiale che vorrebbe sottolineare un male interpretato cinismo di fondo \u2014 un meraviglioso disco sul <em>restare<\/em>, restare per vedere se davvero (e fino a che punto) l\u2019insistenza anacronistica con cui restiamo pu\u00f2 salvarci, restare cos\u00ec forte finch\u00e8 ci esce sangue dal naso, coscienti che mandare tutto in vacca quasi mai \u00e8 la soluzione e che anche restare \u201cad aspettare insieme la fine delle cose\u201d a modo suo \u00e8 <em>amore<\/em>, perch\u00e8 l\u2019amore vero \u2014 se esiste \u2014 altro non \u00e8 che una questione di tempo. Un disco suonato in gran parte con gli strumenti scordati \u2014 <em>true story<\/em> \u2014 ma che temo faremo fatica a scordarci, indipendentemente dai giorni che passano, dall\u2019et\u00e0 e dal fatto che i nostri vent\u2019anni siano iniziati, finiti o in corso d\u2019opera.<\/p>\n<p class=\"stripeTitle\">Tracce caldamente consigliate<\/p>\n<p class=\"bottomLineC\"><strong>Del tempo che passa la felicit\u00e0<\/strong><br \/>\n<strong>Prima o poi ci passer\u00e0<\/strong><br \/>\n<strong>Se continuiamo a correre<\/strong><\/p>\n<p><img class=\"center-img-800 alignnone wp-image-162\" style=\"margin-top: 2em;\" src=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/wp-content\/uploads\/sorge-la-guerra-di-domani.jpg\" alt=\"Sorge - La guerra di domani\" width=\"800\" height=\"800\" \/><\/p>\n<h4>04. Sorge &#8211; La guerra di domani<\/h4>\n<h5>Un uomo e quel pianoforte<\/h5>\n<p>Un vecchio pianoforte lasciato solo in un salone, appena restaurato ma gi\u00e0 polveroso per l\u2019abbandono. Un uomo vestito con eleganza si avvicina titubante e comincia premere i tasti, quasi a caso. Non si toglie nemmeno il cappello: non pensa che andr\u00e0 avanti per molto, la cosa \u2014 \u00e8 solo un tentativo di rompere il ghiaccio. Come parlare del <em>tempo che fa<\/em> senza rischiare di rimanere invischiati nel <em>tempo che fu<\/em>. \u00c8 un approccio traballante, come un bambino che inizia a camminare reggendosi ai tasti, un flirt insicuro dove sai a malapena che le mani le hai messe sotto la maglia di lei ma non hai bene idea di cosa ci troverai. Eppure ogni cosa \u2014 come sempre \u2014 fa il suo corso, le mani incontrano i tasti, i passi diventano note e qualcosa esce. Qualcosa di bello, per la precisione. Qualcosa che ti viene da cantarci sopra. Ma l\u2019uomo non sa cantare e quindi fa l\u2019unica cosa che sa fare che \u2014 mica casualmente \u2014 \u00e8 la cosa che sa fare meglio: prende il pianoforte e gli parla addosso, gli sputa sopra storie livide e strazianti, grigi racconti narrati a voce come ha sempre fatto, nei secoli dei secoli. Questo, in sostanza. Emidio Clementi appende il basso a un temporaneo chiodo e prende possesso dello sgabello girevole da dove \u2014 nonostante il precario equilibrio \u2014 continua il suo recitato quasi neorealista anche se da un altro <em>speakers\u2019 corner<\/em>. Un angolo scarno, dove le chitarre si sono estinte e la batteria \u00e8 simulata, dove quello che era elettrico diventa <em>elettronico<\/em> grazie al prezioso lavoro di Marco Caldera, che cuce ogni bozzetto melodico in vestiti declamati tagliati a puntino. Per il leader dei Massimo Volume \u00e8 giunto l\u2019ennesimo (anche lui ha perso il conto, credo) momento di sedersi al tavolo di un bar e fare i conti in tasca alla vita, per non soccombere alla guerra che ci aspetta domani, che altro non \u00e8 che quella \u2014 infinita \u2014 tra ci\u00f2 che si \u00e8 lasciato per strada e ci\u00f2 che resta (o forse sarebbe meglio dire <em>avanza<\/em>). Il momento di togliersi qualche sassolino dalle scarpe sfinite e dirne un paio a chi pensava che non ce l\u2019avremmo fatta, noi perennemente in bilico in un\u2019oscurit\u00e0 rappresa nei pensieri affollati di menti insonni e (in)felici. Il pericolo-noia c\u2019era, e l\u2019allerta era altissima. Ovvero il rischio di trovarsi di fronte alla reiterazione di un <em>gi\u00e0 sentito<\/em> su cui Clementi ha di fatto costruito una carriera, facendone il simbolo e l\u2019unica espressione evidente del proprio comunicare in musica. Ma invece l\u2019esperimento Sorge (se di esperimento si \u00e8 trattato) funziona e conquista ancora, candidandosi a potenziale prosieguo di progetti rimasti in sospeso o abortiti sul nascere come El Muniria e Stanza 218. Il pianoforte disegna quella semplicit\u00e0 che da sempre \u00e8 la madre \u2014 puttana come non mai \u2014 di tutte le meraviglie, e le ambientazioni glitch o le stratificazioni noise che lo accompagnano raramente deludono o prendono il sopravvento, pur non risultando mai semplice tappeto. <em>La guerra di domani<\/em> dice tutto quello che c\u2019\u00e8 da dire e non una parola di pi\u00f9, il che \u00e8 un pregio non da poco. Parte da briciole di pane secco e le trasforma in struggenti diamanti scalfiti che \u2014 come ogni volta quando c\u2019\u00e8 di mezzo Mim\u00ec \u2014 mescolano letteratura e quotidianit\u00e0, astrazione pura e realt\u00e0 vissuta, perch\u00e8 alla fine \u2014 sempre, quando vinciamo e quando perdiamo \u2014 senza mezzi termini, \u201cnoi facciamo ci\u00f2 che siamo\u201d.<\/p>\n<p class=\"stripeTitle\">Tracce caldamente consigliate<\/p>\n<p class=\"bottomLineC\"><strong>Bar Destino<\/strong><br \/>\n<strong>Accetto tutto<\/strong><br \/>\n<strong>Noi facciamo ci\u00f2 che siamo<\/strong><\/p>\n<p><img class=\"center-img-800 alignnone wp-image-162\" style=\"margin-top: 2em;\" src=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/wp-content\/uploads\/spartiti-austerita.jpg\" alt=\"Spartiti - Austerit\u00e0\" width=\"800\" height=\"800\" \/><\/p>\n<h4>03. Spartiti &#8211; Austerit\u00e0<\/h4>\n<h5>L&#8217;educazione dell&#8217;alternanza<\/h5>\n<p>Scordatevi per un attimo (se i morsi della fame e le trattenute sullo stipendio \u2014 se avete uno stipendio e non un voucher \u2014 ve lo permettono) Monti, la Merkel, la Fornero e questa \u2014 o qualunque altra \u2014 n-esima repubblica che vi impone di tirare la cinghia. Questo \u00e8 un progetto che arriva da Reggio Emilia e quindi l\u2019austerit\u00e0 in questione \u00e8 quella di ben pi\u00f9 alta levatura che rimanda al buon vecchio \u2014 pace all\u2019anima sua \u2014 Berlinguer: quella che significa(va) \u201crigore, efficienza, seriet\u00e0, e quindi giustizia\u201d. Nove tracce rigorose, efficienti (ma ancor prima <em>efficaci<\/em>), tremendamente sobrie e quindi \u2014 come ci aspetta dalla voce semiseria di Max Collini \u2014 <em>severe ma giuste<\/em>. Finita (tragicamente come sappiamo) l\u2019esperienza legata agli Offlaga Disco Pax \u2014 una delle formazioni italiane di cui sentiremo pi\u00f9 la mancanza col tempo che passa \u2014 Max prova a tornare in pista grazie al supporto non trascurabile di Jukka Reverberi dei Giardini di Mir\u00f2. Dopo aver testato bene la nuova (vecchia) formula (prima con le estemporanee <em>Letture Emiliane<\/em>, poi con un tour che li ha portati a girare \u2014 in treno \u2014 tutto lo stivale), i due arrivano al debutto su disco registrando un perfetto collage delle solite (bellissime) istantanee, che galleggiano sempre su una superficie fatta tanto di uno scenario politico decadente (e decaduto \u2014 <em>deceduto<\/em>, direi) quanto di ricordi autobiografici, arricchite in questo caso da tre ulteriori testi di Paolo Nori, Simone Lenzi (Virginiana Miller) e Simona Vinci. Un piccolo mondo talmente antico da sembrare quasi sbiadito e irreale, un mondo che suona in bianco e nero, guardato con tutta la malinconia e il disincanto che si merita un comunismo che poteva essere e non \u00e8 stato, dove il parlato di Collini fa irruzione con frammenti sfiziosi e l\u2019ormai noto piglio magistrale, incastonandoli nelle atmosfere sonore dal sapore surreale create da Reverberi (loop, droni, campionamenti, drum-machine, elettronica minimale e chitarre shoegaze \u2014 <em>post-rock<\/em> in tutte le sue forme e sfaccettature insomma). La scrittura dell\u2019uno \u2014 che, nonostante i temi gi\u00e0 in qualche modo lontani, risulta ancora di un\u2019attualit\u00e0 disarmante e spaventosa, e riesce forse anche per questo ad attrarre ed emozionare ancora una volta \u2014 \u00e8 perfettamente coadiuvata dalle soluzioni musicali dell\u2019altro che riesce a tradurre in <em>atmosfere<\/em> cose per niente scontate come l\u2019ironia, l\u2019amarezza, il sarcasmo e la conseguente \u2014 inevitabile \u2014 manciata di tristezza che mai comunque si percepisce come fardello pesante. Ci mancava, tutto questo, sul serio. E non poteva esserci combo migliore per far proseguire ed evolvere quell\u2019idea di narrazione sociale e meta-politicizzata, della quale gli Offlaga sono stati la pi\u00f9 recente (e forse la pi\u00f9 significativa) espressione (prendete la parola con le dovute pinze) <em>mainstream<\/em>. Ritrovare (dove per \u201critrovare\u201d intendo prima ancora <em>non perdere<\/em>) uno degli ultimi esponenti di un modo cos\u00ec anticonvenzionale di fare musica \u00e8 qualcosa che ci arricchisce e pu\u00f2 mantenere le nostre menti atrofizzate un po\u2019 pi\u00f9 allenate in quell\u2019<em>educazione dell\u2019alternanza<\/em> che stiamo progressivamente perdendo e che dovrebbe oscillare in maniera equa tra due capisaldi della natura umana: parlare e ascoltare.<\/p>\n<p class=\"stripeTitle\">Tracce caldamente consigliate<\/p>\n<p class=\"bottomLineC\"><strong>Babbo Natale<\/strong><br \/>\n<strong>Sendero Luminoso<\/strong><br \/>\n<strong>Banca locale<\/strong><\/p>\n<p><img class=\"center-img-800 alignnone wp-image-162\" style=\"margin-top: 2em;\" src=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/wp-content\/uploads\/piet-mondrian-di-che-stiamo-parlando-0.jpeg\" alt=\"Piet Mondrian - Di che stiamo parlando\" width=\"800\" height=\"800\" \/><\/p>\n<h4>02. Piet Mondrian &#8211; Di che stiamo parlando<\/h4>\n<h5>Svegliarsi la mattina<\/h5>\n<p><em>Di che stiamo parlando<\/em> \u00e8 (dovrebbe essere, almeno \u2014 se avessimo davvero un minimo di cognizione dell\u2019assurdit\u00e0 di quello che ci circonda) la domanda che tutti ci facciamo una volta aperti gli occhi la mattina. Se avessimo un minimo di cognizione dell\u2019assurdit\u00e0 di quello che ci circonda, <em>retorica<\/em> sarebbe, la domanda. Il che non impedirebbe comunque di p\u00f3rcela: dopotutto svegliarsi bisogna comunque, sempre. Michele Baldini e Francesca Storai lo sanno bene, cos\u00ec come sanno che la risposta quasi mai c\u2019\u00e8, e quando c\u2019\u00e8 quasi mai d\u00e0 \u2014 se non proprio <em>conforto<\/em> \u2014 nemmeno la voglia di alzarsi. Per questo tornano a galla sorretti da una spinta minimale, lavorando di sottrazione e senza la paura di lasciare chi ascolta davanti a tutte le pagine bianche necessarie per trovare le \u2014 poche o tante che siano \u2014 parole giuste. L\u2019ultimo album dei Piet Mondrian risaliva al 2009 e si intitolava <em>Purgatorio<\/em>, come il mondo che ti trovi davanti una volta aperti gli occhi la mattina quando ti svegli e ti chiedi di che stiamo parlando e \u2014 cosa prevedibile, dopotutto \u2014 i due musicisti toscani non sono riusciti (n\u00e9 hanno voluto) uscirne, perch\u00e9 \u2014 come tutti noi, del resto \u2014 \u201cil senso di colpa ci fa sentire bene\u201d. Sette anni in cui Michele e Francesca \u201csono andati a letto presto\u201d, mentre noi sdoganavamo velocissimi il primo decennio di questi cazzo di anni zero correndo sul posto come forsennati, mentre noi giovani di belle speranze, a forza di voler cambiare, siamo diventati vecchi. Uguali a prima, ma pi\u00f9 brutti. Il risultato di questa loro paziente attesa seduti in riva al tapis-roulant della palestra evolutiva \u00e8 l\u2019ennesimo lavoro di alto livello, che proprio guardando anche al passato riesce a risultare perfettamente a suo agio con le suggestioni e i suoni contemporanei: \u00e8 una specie di De Andr\u00e8 che incontra gli Offlaga Disco Pax, sono i Disciplinatha strappati senza rimorsi dal post-anni di piombo e confinati in un recinto puramente cantautoriale. Non \u00e8 <em>vintage<\/em>, n\u00e9 la particolare nostalgia del \u201csi stava meglio quando si stava peggio\u201d: \u00e8 un songwriting estremamente intimo, un pop esistenziale che sta solidamente in bilico tra digitale e analogico e riesce a descrivere al meglio il rapporto tra individuo e societ\u00e0, tra provincia e provincialismo, tra periferia e citt\u00e0, ovvero l\u2019attualit\u00e0 di noi splendidi quarantenni che abbiamo coscientemente abbandonato \u2014 senza troppi rimpianti \u2014 ogni sogno di gloria a breve o lungo termine. Due voci a contrasto che raccontano le stesse storie, chitarre acustiche e synth alla Carpenter per una fantascienza retr\u00f2 che fa archeologia nelle nostre cantine per poi arredarci di nascosto il soggiorno. Prima un passo avanti per sbatterci in faccia le cose come stanno e subito dopo due passi indietro per vedere meglio l\u2019effetto che fa. Perch\u00e9, per usare le loro stesse parole \u201cci vuole tanta visione di insieme per capire bene se le cose hanno un senso\u201d, qualunque esso sia. Ai Piet Mondrian questa visione non manca, al punto che sembrano quasi sapere sul serio di cosa stiamo parlando.<\/p>\n<p class=\"stripeTitle\">Tracce caldamente consigliate<\/p>\n<p class=\"bottomLineC\"><strong>Te ne vai<\/strong><br \/>\n<strong>Tu sei il paradiso<\/strong><br \/>\n<strong>Rumore bianco<\/strong><\/p>\n<p><img class=\"center-img-800 alignnone wp-image-162\" style=\"margin-top: 2em;\" src=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/wp-content\/uploads\/vacantze.jpg\" alt=\"Vacantze - Vacantze\" width=\"800\" height=\"800\" \/><\/p>\n<h4>01. Vacantze &#8211; Vacantze<\/h4>\n<h5>Unplugged in PO<\/h5>\n<p>La targa, dico. Quella delle macchine. Comunque. Giusto per rimanere in tema di vent\u2019anni, io non so se sia meglio avere venti anni a Seattle agli albori degli anni novanta o averli \u2014 i soliti venti anni o poco pi\u00f9 \u2014 a Prato nei 2000 inoltrati. Col senno di poi, ripensando a quella micro-rivoluzione musicale che arriv\u00f2 dalla West Coast \u2014 ma guarda un po\u2019 \u2014 venti anni fa, immagino nessuno si porrebbe tutti questi dubbi: Seattle e dintorni tutta la vita. Soprattutto considerando che, fatte le dovute proporzioni, il concetto americano di \u201cdintorni\u201d comprende almeno altri due o tre stati e quindi risulta meno claustrofobico della piazza di Seano. Anche se poi vedi un paio di documentari sulla periferia della citt\u00e0 pi\u00f9 famose di quelle zone e realizzi che anche il quasi-nulla che c\u2019\u00e8 tra Galciana e Iolo potrebbe avere, almeno a livello di immaginario estetico, qualche chance. Questo per dire che se i Meat Puppets fossero nati a Vaiano invece che a Phoenix (Arizona) \u2014 oltre che dare finalmente a Fiumani quel \u201cdisperato e reale aggancio con la realt\u00e0\u201d che \u00e8 andato cercando per anni \u2014 probabilmente avrebbero fatto un disco cos\u00ec: disperatamente felice e allucinatamente punk. Alessandro Gambassi e Emanuele Ravalli si prendono una temporanea <em>vacantza<\/em> dai loro progetti principali (Solki, Topsy The Great) e mettono insieme tredici canzoni scarne e stralunate, suonate solo con due chitarre acustiche (una standard e una folk a dodici corde) per un totale di trenta minuti scarsi, diciotto corde e una voce. Canzoni urgenti, mediamente brevissime, con i titoli scritti tutti attaccati perch\u00e8 il bisogno di suonarle era cos\u00ec impellente che non c\u2019era tempo (n\u00e8 spazio) nemmeno per \u2014 appunto \u2014 gli spazi tra una parola e l\u2019altra. Sguazzando come pesci in mezzo a rime solo apparentemente <em>nonsense<\/em> e personaggi solo a prima vista innocui e superficiali, i Vacantze scarabocchiano un quadernetto di appunti e ricordi artigianali: malinconie minuscole che sanno farsi vivaci raccogliendosi attorno a poco, per renderlo magicamente \u2014 senza mezzi termini \u2014 nulla o tutto. Il loro omonimo debutto sembra un demo straordinariamente curato e costruito abilmente, mettendo in ordine una cameretta in cui troviamo sparsi sul pavimento flash ordinari e immagini bizzarre, sconosciuti affogati nei cuscini e valigie piene di cemento: un grunge bambino e minimale, inventato per decostruzione con il gusto \u2014 pi\u00f9 genuinamente curioso che sadico \u2014 di vedere quel che ne rimane. <em>Vacantze<\/em> potrebbe essere la colonna sonora di un western sul cui sfondo invece che rotolare covoni di sterpaglie svolazzano sacchetti di plastica della monnezza e da cui \u2014 invece che sulla groppa di un ronzino torturato dalle mosche \u2014 provi a scappare in sella a uno Scarabeo (il motorino, dico) rubato, nella speranza di lasciare chi ti insegue a mangiare non tanto buona, vecchia, poetica polvere quanto la sua versione 2.0: le polveri sottili. Per poi accorgerti che non ti stava inseguendo nessuno, ovviamente. In pratica ci troviamo di fronte a un gioellino lo-fi che fa intravedere cosa sarebbe potuto succedere se a suonare durante il ben noto <em>Unplugged in NY<\/em> ci fosse stato, invece che Kurt Cobain, la versione intelligente del primo Bugo: un album che al primo ascolto puoi odiare senza riserve ma che ti folgora progressivamente di minuto in minuto, fino a conquistarti \u2014 anche tuo malgrado \u2014 in quanto disarmante, sincero e molto pi\u00f9 complesso di quel che pu\u00f2 sembrare. Miniature leggere da tenersi sempre in tasca, buone per risollervare il morale \u2014 da qualunque lato le guardi \u2014 in ogni momento: piccole pillole stranite \u2014 e <em>stranianti<\/em> \u2014 da inghiottire al bisogno incrociando le dita. Come le Zigul\u00ec, ma meno dolci.<\/p>\n<p class=\"stripeTitle\">Tracce caldamente consigliate<\/p>\n<p class=\"bottomLineC\"><strong>Freddiefuria<\/strong><br \/>\n<strong>Settevventi<\/strong><br \/>\n<strong>Valigia<\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>5 dischi italiani usciti nel 2016 che ci son piaciuti parecchio: italiani nel senso che la gente ci canta dentro in italiano. 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