{"id":2607,"date":"2016-12-18T16:55:18","date_gmt":"2016-12-18T15:55:18","guid":{"rendered":"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/recensioni\/sex-pizzul-pedate-copy\/"},"modified":"2018-03-09T21:44:21","modified_gmt":"2018-03-09T20:44:21","slug":"black-mountain-iv","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/recensioni\/dischi\/black-mountain-iv\/","title":{"rendered":"<span class='subTitle'>IV by<\/span><br \/>Black Mountain"},"content":{"rendered":"<p><strong>Stephen McBean<\/strong> e compagni arrivano al quarto capitolo della loro saga revisionista e lo fanno \u2014 come ogni manuale di comunicazione del brand consiglia \u2014 concentrando gran parte dei loro sforzi sulla scelta del titolo.<\/p>\n<p>Grazie un brainstorming collettivo \u2014 che lascia tutte le migliori mente coinvolte nel copywriting sfinite al suolo a causa del devastante eccesso di fantasia \u2014 la scelta cade su un evocativo quanto generico (ma innegabilmente coerente) <em>IV<\/em>: abile tentativo di camuffare un evidente vuoto di neuroni con una nemmeno troppo improbabile dichiarazione d\u2019amore per una certa <em>vintageness seventies<\/em> dal sapore ledzeppeliniano. Dopo cotanto sforzo creativo, pare evidente che le energie rimaste per la stesura della parte visuale del progetto non fossero poi molte.<\/p>\n<p>Nonostante questo tocca dire che la band canadese fa ancora centro, regalandoci non banali passi in avanti pur rimanendo sempre coerente con la sua storia e il suo percorso. La carriera dei <strong>Black Mountain<\/strong> infatti \u00e8 sempre stata \u2014 in fin dei conti, sia in termini pi\u00f9 prettamente sonori che genericamente <em>estetici<\/em> \u2014 una corsa alla conquista dello spazio profondo che guarda al futuro partendo dagli anni Settanta e si mangia in un sol boccone guerra fredda e corsa alla luna, Black Sabbath e Arcade Fire, <em>Easy Rider<\/em> e <em>Star Trek<\/em>. Cos\u00ec anche questo ultimo album altro non fa che confermare il loro talento in quello che potremmo chiamare un <em>collage revival<\/em>, gestito in maniera magistrale grazie alla personalit\u00e0 peculiare di cui sono in possesso: una cosa che va al di l\u00e0 della superficiale nostalgia o del freddo manierismo e permette loro non risultare mai sfacciatamente derivativi, pur rimanendo per scelta in equilibrio su quel filo sottile che divide il genio dal ridicolo.<\/p>\n<p class=\"color-box\">Come in un\u2019illustrazione uscita dall\u2019attivit\u00e0 pomeridiana dei pazienti di un centro di salute mentale.<\/p>\n<p>Per questo non sorprende \u2014 anzi, fa sorridere fino alle soglie dell\u2019applauso spontaneo \u2014 trovarci di fronte a un misterioso personaggio con addosso una camicia di jeans dell\u2019Oviesse (anzi, viste le premesse, dovremmo forse dire della Standa) e in testa il casco di Giacomo Agostini, che ci guarda voltandosi sospettoso come in un poliziottesco dei tempi andati, mentre intorno a lui da un lato \u00e8 in corso un principio di incendio sulle note del sacro fuoco della rivoluzione, mentre dall\u2019altro una ragazzina gioca da sola incurante del pericolo agghindata con un vestitino svolazzante (qui la nostra memoria malata va subito a <a title=\"guarda che bella bambina che era la Natasha nel '73\" href=\"https:\/\/youtu.be\/0n6zbT8EWzk?t=11m42s\" target=\"_blank\">Natasha Rischardson<\/a> ne <em>La polizia incrimina, la legge assolve<\/em>) e il cielo quasi plumbeo \u00e8 solcato dalle scie chimiche lasciate da un improbabile aereo da trasporto supersonico (sar\u00e0 l\u2019anglofrancese Concorde o il sovietico Tupolev? Solo la CIA sa la risposta). Il tutto ambientato in quello che potrebbe essere il parco della Reggia di Caserta, prima che licenziassero il giardiniere. Insomma, un guazzabuglio surreale di immagini sorprendentemente suggestive, messe una accanto all\u2019altra come in un\u2019illustrazione uscita dall\u2019attivit\u00e0 pomeridiana dei pazienti di un centro di salute mentale, che potrebbe essere allo stesso tempo pieno di significati reconditi e nascosti, quanto una semplice schifezza senza senso.<\/p>\n<p>Eclettismo a livelli eccelsi e voglia di giocare con tutto quello che capita tra le mani: strumenti, colori, generi musicali, storia passata e recente, idee ponderate e intuizioni un po\u2019 cos\u00ec alla cazzo. Un disco visionariamente nostalgico, con molte spunti in testa seppur ben confusi, ma confusi a tal punto che shakerati in un <em>pout-purri<\/em> imprevedibile, prendono inaspettatamente senso.<\/p>\n<p>O qualcosa di simile, almeno.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Un disco visionariamento confuso: una camicia di jeans della Standa, il casco di Giacomo Agostini e molta altra carne al fuoco. <\/p>\n","protected":false},"author":6,"featured_media":2546,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":[],"categories":[6,186,1516],"tags":[863,867,866,864,865],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v18.7 - https:\/\/yoast.com\/wordpress\/plugins\/seo\/ -->\n<title>Black Mountain - IV | una recensione affrettata<\/title>\n<meta name=\"description\" content=\"Un disco visionariamento confuso: una camicia di jeans della Standa, il casco di Giacomo Agostini e molta altra carne al fuoco.\" \/>\n<meta name=\"robots\" content=\"noindex, nofollow\" \/>\n<meta property=\"og:locale\" content=\"it_IT\" \/>\n<meta property=\"og:type\" content=\"article\" \/>\n<meta property=\"og:title\" content=\"Black Mountain - 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