{"id":4861,"date":"2018-01-12T14:46:08","date_gmt":"2018-01-12T13:46:08","guid":{"rendered":"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/blog\/top-5-best-albums-2016-dischi-italia-copy\/"},"modified":"2018-03-30T16:12:00","modified_gmt":"2018-03-30T14:12:00","slug":"top-6-best-albums-2017-dischi-italia","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/blog\/top-6-best-albums-2017-dischi-italia\/","title":{"rendered":"6 dischi italiani che ci son piaciuti nel 2017"},"content":{"rendered":"<h2 class=\"firstTitle\">Raz Degan<\/h2>\n<h4>L&#8217;imbarazzo di avere poca scelta<\/h4>\n<p>Prima di partire mi tocca fare la solita, dovuta premessa: quando parlo di \u201cdischi italiani\u201d, intendo dischi <em>cantati in italiano<\/em>. <a title=\"leggili i dischi italiani che ci son piaciuti l'anno scorso\" href=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/blog\/top-5-best-albums-2016-dischi-italia\/\">Qui<\/a> provo anche a spiegare perch\u00e9\u200a\u2014\u200acon scarsissimi risultati in termini di chiarezza, tra l\u2019altro.<br \/>\nAbbiate pazienza.<\/p>\n<p>Dicevo.<br \/>\nSe parlando dei <a title=\"leggili i dischi che ci son piaciuti quest'anno!\" href=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/blog\/best-albums-2017\/\">dischi cantati in inglese<\/a> (o comunque in un\u2019altra lingua) facevo lo splendido pavoneggiandomi del fatto che, nel selezionarne una trentina, ero addirittura uscito dai confini di quel lusso\u200a\u2014\u200aper il quale non si rende mai abbastanza grazie a Dio, quando si prende la briga di degnarci della sua presenza\u200a\u2014\u200aai pi\u00f9 noto come <em>imbarazzo della scelta<\/em>, con quelli italiani le cose sono andate un po\u2019 diversamente.<\/p>\n<p>Non che abbia fatto fatica a scovarne cinque decenti<\/p>\n<p class=\"interlude\">(ne ho trovati addirittura sei!\u200a\u2014\u200adove \u201cdecenti\u201d \u00e8 un eufemismo provocatorio, uno in particolare \u00e8 un capolavoro assoluto, un altro il giusto omaggio a una manciata di capolavori, gli altri tre tanta roba pure loro, pi\u00f9 una new entry dell\u2019ultima ora che ha piacevolmente sballato tutti i conti e le simmetrie)<\/p>\n<p>ma diciamo che, poco oltre quelli, la situazione che mi son ritrovato tra le mani mi \u00e8 sembrata un po\u2019 pi\u00f9 spenta del solito: non proprio al limite della raschiata sul fondo del famoso barile, ma comunque abbastanza in bilico su un\u2019aria deboluccia ed enfisemica. Un po\u2019 come quando vedi qualcuno e lo avvicini preoccupato, mettendolo subito a suo agio con un calorosissimo: \u201cEhi! Tutto a posto? C\u2019hai <em>una faccia<\/em>\u2026\u201d<\/p>\n<p>Sar\u00e0 che davvero \u00e8 stato un <em>annus horribilis<\/em> per la musica italiana? Non credo. Sar\u00e0 che tutti quelli bravi hanno deciso all\u2019improvviso di cantare in inglese? Non credo nemmeno questo. Sar\u00e0 che quest\u2019anno ho ascoltato molta pi\u00f9 roba straniera e un po\u2019 meno ciccia a chilometro zero? Pi\u00f9 probabile.<\/p>\n<p>Perch\u00e9? Non so perch\u00e9, e in ogni caso sono fatti miei.<\/p>\n<h2>Elsa Fornero<\/h2>\n<h4>Il bicchiere della staffa<\/h4>\n<p>Scusate.<br \/>\nPoso il <a title=\"quella cosa dei fatti miei\" href=\"https:\/\/youtu.be\/14ABu_msibM\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">bicchierino dell\u2019amaro<\/a>, mi ricompongo facendo il nodo alla cravatta di tutti i crismi della buona creanza e gentilmente ribadisco che sul serio non lo so: <em>\u00e8 andata cos\u00ec.<\/em><\/p>\n<p>Per\u00f2 la cosa che comunque mi fa pensare, \u00e8 che, senza farlo apposta, mi son trovato ad ammettere che le robe migliori nel 2017\u200a\u2014\u200asempre parlando di canzoni declamate in una lingua pi\u00f9 o meno (meno) comprensibile anche al senatore Razzi\u200a\u2014\u200ale ha tirate fuori (a parte una minuscola eccezione che brilla come la speranza sotto le briciole dorate del <em>Gratta &amp; Vinci<\/em>) gente di una certa et\u00e0, che suona da pi\u00f9 di vent\u2019anni e ormai sta scalando la cima (irraggiungibile come l\u2019orizzonte) di quel miraggio chiamato pensione di anzianit\u00e0. Anzi, a dirla tutta\u200a\u2014\u200a<em>spoiler alert<\/em> ma non troppo\u200a\u2014\u200ala cosa migliore in assoluto (quasi commovente, direi) \u00e8 addirittura una raccolta di pezzi proprio <em>scritti<\/em> almeno vent\u2019anni fa. Insomma, non una buona notizia per il welfare musicale di questo paese, dove la gente non fa pi\u00f9 dischi bambini, mentre i veterani decrepiti continuano a scrivere cose bellissime senza la minima intenzione di tirare le cuoia.<\/p>\n<p>Sar\u00e0 che i giovanotti indie-italici non hanno pi\u00f9 niente da dire? Non credo. Sar\u00e0 che preferiscono sperare nel reddito di cittadinanza invece che sudare in una sala prove senza aria condizionata? Non credo nemmeno questo. Sar\u00e0 che sono un vecchio bacucco malato di nostalgia, che ormai ha le orecchie deformate su note anziane come lui e non riesce pi\u00f9 a distinguere lo sbocciare di nuove forme altrettanto valide e promettenti? Pi\u00f9 probabile.<\/p>\n<p>Anzi no.<\/p>\n<blockquote><p>pi\u00f9 probabile un cazzo.<\/p><\/blockquote>\n<p><img style=\"margin-top: 2em;\" src=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/wp-content\/uploads\/06-brunori-sas-a-casa-tutto-bene.jpg\" alt=\"Brunori Sas - A casa tutto bene\" width=\"800\" height=\"800\" \/><\/p>\n<h4>06. Brunori Sas &#8211; A casa tutto bene<\/h4>\n<h5>E invece no<\/h5>\n<p>Dario Brunori scrive canzoni solo apparentemente poco intelligenti, di quelle che ti pare di capire subito la prima volta che le ascolti. E invece no. Come ama dire lui\u200a\u2014\u200acon l\u2019autoironia che da sempre lo contraddistingue, quella che gli fa riempire il lato D della versione in doppio vinile di\u00a0<em>A casa tutto bene<\/em>\u00a0con \u201cventi minuti di silenzio per riflettere sul capolavoro che avete appena ascoltato\u201d\u200a\u2014\u200a\u201ccanzoni tanto per cantare\u201d. Che poi, mica sarebbe poco, scrivere canzoni tanto per cantare, in un\u2019epoca in cui tutti tendono a caricare di significati improbabili (e quasi sempre campati in aria) qualunque puttanata che riescono a mettere su un disco. D\u2019altra parte, \u00e8 facile lasciarsi andare a considerare il cantautore calabrese come una voce narrativa e poetica che non lascia il segno, con la sua ossessione per le rime baciate portata all\u2019estremo e adagiata su melodie quasi sempre prive di nervi scoperti, ammiccante colonna sonora di un\u2019estetica da finto\u00a0<em>loser<\/em>\u00a0che alla fine dei conti (soprattutto quelli al botteghino)\u00a0<em>vince<\/em>\u00a0sempre. E invece no. A dirci che\u00a0<em>A casa tutto bene<\/em>\u00a0sarebbe stato un disco diverso c\u2019era gi\u00e0 il titolo, che, abbandonando la denominazione in \u201cvolumi\u201d dei primi tre lavori, gi\u00e0 nelle intenzioni dichiarava di voler evitare di accusare la stanchezza di una formula che avrebbe potuto rischiare di entrare in un loop pericoloso, omaggiandolo a prescindere dei galloni di padrino di un nuovo movimento acustico di provincia immigrato nella grande metropoli dell\u2019indie nostrano. Diverso, in primo luogo, per la scrittura, capace di manifestare un grado di consapevolezza mai raggiunto in passato. Le storie del quotidiano, quelle notoriamente care a Brunori, sono infatti qui filtrate dal vetro grosso e sagomato di uno sguardo sempre pi\u00f9 attento e critico e dalle tende pesanti di una disillusione pi\u00f9 acre del solito. Con questo disco Brunori Sas cerca il Lucio Dalla pi\u00f9 scattante, ruba orchestrazioni terzomondiste e latineggianti che avrebbero fatto invidia al miglior Ivano Fossati, gioca con il sottovoce di un certo Lucio Battisti, prova a raccontare per metafore nude e crude come solo Francesco De Gregori ha saputo fare, quando serve urla il Rino Gaetano che ha dentro, e in tutto questo riesce finalmente a trovare se stesso.\u00a0<em>A casa tutto bene<\/em>\u00a0fa quello che ormai sembrava impossibile in Italia, ovvero raccoglie la pesante eredit\u00e0 del cantautorato tradizionale e la rende propria. Se poi cavalchi l\u2019operazione con l\u2019intenzione di portarla alla ribalta di non so quale fantomatico\u00a0<em>mainstream<\/em>\u00a0(che in molti sembrano paventare) o meno, \u00e8 tutto da dimostrare. Anche se fosse, ben venga lo stesso. O invece no?<\/p>\n<p class=\"stripeTitle\">Tracce caldamente consigliate<\/p>\n<p class=\"bottomLineC\"><strong>L&#8217;uomo nero<\/strong><br \/>\n<strong>Sabato bestiale<\/strong><br \/>\n<strong>Secondo me<\/strong><\/p>\n<p><img style=\"margin-top: 2em;\" src=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/wp-content\/uploads\/05-gomma-toska.jpg\" alt=\"Gomma - Toska\" width=\"800\" height=\"800\" \/><\/p>\n<h4>05. Gomma &#8211; Toska<\/h4>\n<h5>La Campania di Russia<\/h5>\n<p><em>\u0422\u043e\u0441\u043a\u0430<\/em>\u00a0\u00e8 una parola russa difficile da tradurre in italiano. Difficile da tradurre con una parola sola, almeno, visto che pu\u00f2 essere usata con diverse sfumature, pesi e misure. Al suo livello meno ingombrante \u00e8 una specie di desiderio senza oggetto particolare, una vaga irrequietezza, una piccola brama che pulsa costante, ma pu\u00f2 diventare anche uno struggimento che duole bastardo, una spasimo asincrono dell\u2019anima o del cuore, una nostalgia ingestibile, fino a spegnersi, al suo grado pi\u00f9 basso e grave, in una noia mortale, apatica, quasi priva di intenzioni vitali. \u00c8 l\u2019attesa pi\u00f9 o meno ossessiva di qualcosa che in realt\u00e0 non esiste (o comunque mai esister\u00e0 nel nostro microcosmo), un insolubile supplizio mentale. Gente strana i russi: ci hanno lasciato in dote tonnellate di carta\u200a\u2014\u200aa firma dei migliori Tolst\u00f2j, Dostoevskij, Nabokov, Pushkin, Chekhov (continuate voi la lista)\u200a\u2014\u200aper dire una cosa che la loro lingua riassumeva in cinque lettere di piombo. Ci deve essere dietro una storia del tipo\u00a0<em>repetita iuvant<\/em>\u200a\u2014\u200anon so come si scrive in cirillico. I Gomma sono di Caserta e hanno poco pi\u00f9 di vent\u2019anni, ma devono nascondere qualcosa di russo (e di tremendamente adulto) dentro, da qualche parte, almeno a giudicare dallo spessore del loro debutto. Non era facile sopravvivere a una promozione incosciente che ti pompa come il nuovo fenomeno di un genere che in Italia (forse nel mondo) praticamente non ha pi\u00f9 mercato (e forse ancor meno considerazione, se non quella di una nicchia di irriducibili collezionisti di pagine di MySpace) come un generico, adolescenziale \u201cemo-punk\u201d. L\u2019unica strada per farlo era entrare in punta di piedi nel sedicente\u00a0<em>panorama indie<\/em>\u00a0di questo paese con quell\u2019umilt\u00e0 dalla testa alta che pu\u00f2 derivare solo dalla consapevolezza di essere\u00a0<em>qualcosa di pi\u00f9<\/em>. Ci sono le chitarre s\u00ec, tante chitarre, e a volte l\u2019urgenza di gridare le cose, ma l\u2019ambientazione di fondo sa tanto di post-punk ibrido, rallentato e contaminato, soprattutto da dissertazioni e aperture post-rock in certi passaggi degne di quelle che una beata incoscienza aveva lasciato intravedere nei primi dischi dei Massimo Volume. Ci sono i Diaframma incastrati tra vuoti incolmabili e ricordi di plastilina, una matematica a sei corde che sa narrare come un arpeggio degli American Football, tutta una serie di sotterranee affinit\u00e0 e divergenze tra il compagno Zamboni e loro e una voce di donna acerbissima che con il tempo potrebbe diventare sul serio rock, ammesso non decida di darsi completamente all\u2019esplorazione di quel deserto fertile chiamato\u00a0<em>spoken word<\/em>.\u00a0<em>Toska<\/em>\u00a0porta a galla una questione estremamente attuale: nell\u2019infinita ricerca della nostalgia che da anni ormai ha infettato il nostro stivale, a volte sembriamo dimenticarci di un elemento che\u200a\u2014\u200anella musica come nella vita\u200a\u2014\u200afa sempre (bene o male) la differenza. Se volete chiamarlo\u00a0<em>sincerit\u00e0<\/em>, vi far\u00e0 piacere scoprire che qui di sincerit\u00e0 ce n\u2019\u00e8 a palate, cos\u00ec pura che a volte rischia di sconfinare in un\u2019ingenuit\u00e0 parzialmente giustificata dal tempo che ancora ti manca sulle spalle, ma cos\u00ec spontanea da proporsi come vero valore artistico senza \u201cse\u201d e senza \u201cma\u201d. Un disco precoce, ma dal concept complesso e ambiziosissimo: per questo probabilmente irripetibile, nonostante tutte le prove di maturit\u00e0 che sicuramente questi ragazzi non mancheranno di superare negli anni a venire.<\/p>\n<p class=\"stripeTitle\">Tracce caldamente consigliate<\/p>\n<p class=\"bottomLineC\"><strong>Aprile<\/strong><br \/>\n<b>Elefanti<\/b><br \/>\n<strong>Vicolo Spino<\/strong><\/p>\n<p><img style=\"margin-top: 2em;\" src=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/wp-content\/uploads\/04-paolo-benvegnu-h3.jpg\" alt=\"Paolo Benvegn\u00f9 - H3+\" width=\"800\" height=\"800\" \/><\/p>\n<h4>04. Paolo Benvegn\u00f9 &#8211; H3+<\/h4>\n<h5>Il bicchiere tutto pieno di vuoto<\/h5>\n<p>Raccontare non \u00e8 un\u2019arte semplice: si rischia di inciampare nella presunzione delle proprie parole senza possibilit\u00e0 di rialzarsi, oppure di semplificare troppo le cose tralasciando volutamente pezzi fondamentali per una banale mancanza di coraggio. Fare ordine, schematizzare, dividere le operazioni necessarie in momenti successivi, spesso aiuta. Non a caso hanno inventato le trilogie: prendi tempo, fai mente locale, respiri e lasci riprendere fiato a chi ascolta, magari lo svegli pure con un buffetto, se l\u2019atmosfera si sta facendo sonnacchiosa. Poi \u00e8 chiaro, nessun algoritmo d\u00e0 mai garanzie definitive, e anche con le trilogie si possono far dei bei casini (<em>Star Wars<\/em>\u00a0ne \u00e8 un esempio lampante quanto una spada laser), ma in genere la cosa porta benefici: prima presenti i protagonisti, poi li inserisci in un\u2019ambientazione, infine rovini loro la vita nel modo pi\u00f9 creativo, surreale o barbaro che ti puoi permettere.\u00a0<em>H3+<\/em>chiude il magico trittico iniziato con i personaggi di\u00a0<em>Hermann<\/em>\u00a0e proseguito nelle stanze di\u00a0<em>Earth Hotel<\/em>, adagiandosi come un sogno nello spazio profondo, quello dove il buio \u00e8 davvero\u00a0<em>buio<\/em>\u00a0e il vuoto davvero\u00a0<em>vuoto<\/em>\u00a0(non quella sensazione che sentite dentro quando, dopo dieci minuti che avete pubblicato, nessuno ancora ha messo uno straccio di like sul vostro ultimo status update di Facebook).\u00a0<em>H3+<\/em>\u00a0\u00e8 appunto lo ione triatomico dell\u2019idrogeno, ovvero la molecola pi\u00f9 diffusa in tutto l\u2019universo, quella che riempie (con un concetto di\u00a0<em>riempimento<\/em>\u00a0tutto suo) l\u2019infinito nulla che sta tra una stella e l\u2019altra e Paolo Benvegn\u00f9 un narratore scaltro e visionario come pochi altri nella storia della musica italiana, uno che le parole non le sceglie a caso, anche solo fossero le due o tre lettere in croce di un pezzetto di combinazione chimica.\u00a0<em>H3+<\/em> diventa cos\u00ec l\u2019espressione onirica di un asteroide emozionale che, come una cometa ostinata, si fa strada tra una polvere interstellare in cui sono sminuzzati rimandi letterari a Italo Calvino e Ezra Pound e risuonano echi di costellazioni che vanno a formare la mai troppa compianta faccia sorniona di David Bowie nel bel mezzo della volta celeste, verso il completarsi di una formula se non vincente almeno rassicurante: approfittare di un metafisico distacco terreno per combattere paure reali con immagini e suggestioni a prima vista inafferrabili ma dall\u2019inconfutabile peso specifico. Questo \u00e8 l\u2019album in cui l\u2019ex leader degli Scisma spinge pi\u00f9 a fondo l\u2019acceleratore del suo lirismo innato e quindi \u00e8 inevitabile che sia necessaria una dose pi\u00f9 convinta del solito di pazienza, amore e dedizione per scandagliare fino in fondo le sue cadenze. Una dedizione che al giorno d\u2019oggi sembra essere diventata sempre di pi\u00f9 un lusso che non possiamo (vogliamo) permetterci. Ma la poesia \u00e8 una roba difficile: non viene gratis e pretende attenzione. In caso contrario, meglio lasciar perdere e tornare, senza rimpianti, alle\u00a0<a href=\"https:\/\/youtu.be\/G3aouxsHZ5I\" target=\"_blank\" rel=\"nofollow noopener\" data-href=\"https:\/\/youtu.be\/G3aouxsHZ5I\">focaccine dell\u2019Esselunga<\/a>.<\/p>\n<p class=\"stripeTitle\">Tracce caldamente consigliate<\/p>\n<p class=\"bottomLineC\"><strong>Macchine<\/strong><br \/>\n<strong>Olovisione in parte terza<\/strong><br \/>\n<b>Astrobar Sinatra<\/b><\/p>\n<p><img style=\"margin-top: 2em;\" src=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/wp-content\/uploads\/03-stella-maris.jpg\" alt=\"Stella Maris - Stella Maris\" width=\"800\" height=\"800\" \/><\/p>\n<h4>03. Stella Maris &#8211; Stella Maris<\/h4>\n<h5>Vacanze italiane<\/h5>\n<p><em>Stella Maris<\/em>, fin dal nome, ha il sapore di salsedine di un albergo degli anni Sessanta affacciato sulla spiaggia di una costa italiana a caso: il lungomare con i pini da un lato e gli scogli artificiali su cui si infrangono docili le onde dall\u2019altro, le panchine su cui leggere il\u00a0<em>Guerin Sportivo\u00a0<\/em>con gli articoli di Gianni Brera e il porticato sotto il quale godersi la colazione continentale con vista, durante un inizio estate ancora (per poco) immune dall\u2019invasione dei vacanzieri, mentre dalla radio in filodiffusione passano incuranti innocue canzoni di Gino Paoli e Johnny Dorelli. Il progetto Stella Maris parte esattamente da qui, lasciando intatta l\u2019atmosfera, ma cambia improvvisamente stagione, mentre trasla in avanti l\u2019orologio di una ventina di anni abbondanti. La moquette dei corridoi \u00e8 rimasta la stessa, ma il televisore in camera ora dispensa munifico immagini in\u00a0<em>technicolor<\/em>\u00a0e la signora che cambia le lenzuola la mattina ha i capelli bianchi e fa un po\u2019 pi\u00f9 fatica a piegarsi mentre aggiusta le grinze sulle federe dei cuscini. C\u2019\u00e8 un mare d\u2019inverno di ruggeriana memoria da guardare dalla finestra della camera che sfoggia persiane vecchie ma ridipinte di fresco e il pensiero indugia sulla coperta pesante in perenne attesa di attenzioni sullo scaffale pi\u00f9 alto dell\u2019armadio a muro. Gi\u00f9 nella hall un turista straniero fuori tempo massimo ha appena messo una moneta nel juke-box per fargli cantare un pezzo di Morrissey. Il tanto osannato boom economico sembra un problema da affrontare in un altro momento, o quantomeno in un\u2019altra parte di questo grande paese. \u201cSupergruppo\u201d \u00e8 un termine abbastanza ridicolo\u200a\u2014\u200ache non so nemmeno se abbia un corrispettivo in inglese\u200a\u2014\u200aconiato pi\u00f9 o meno ai tempi in cui il nostro Stella Maris (l\u2019albergo) era appena stato inaugurato e sta a indicare un progetto parallelo messo in piedi da membri ragguardevoli di band altrettanto famose. Gli Stella Maris (la band), in questo senso, potrebbero essere definiti un\u00a0<em>supergruppo indie<\/em>, non perch\u00e9 in qualche modo si rifacciano alle sonorit\u00e0\u00a0<em>it-pop<\/em>\u00a0che vanno adesso per la maggiore\u200a\u2014\u200aanzi, Dio ce ne scampi e liberi, fanno di tutto per starne il pi\u00f9 alla larga possibile\u200a\u2014\u200ama piuttosto nel senso che raccolgono membri di band di nicchia della scena italiana, non propriamente sulla cresta dell\u2019onda nell\u2019attuale momento storico fatto di strade che portano tutte\u00a0<a href=\"https:\/\/youtu.be\/CZEKKeW5ooA\" target=\"_blank\" rel=\"noopener nofollow\" data-href=\"https:\/\/youtu.be\/CZEKKeW5ooA\">nelle mutande<\/a>\u00a0di qualche ragazzina\u00a0<a href=\"https:\/\/youtu.be\/nrgMQ88jHj0\" target=\"_blank\" rel=\"noopener nofollow\" data-href=\"https:\/\/youtu.be\/nrgMQ88jHj0\">sotto il sole di Riccione<\/a>, ma non per questo meno dotati e ispirati. Umberto Maria Giardini (chi se lo ricorda Moltheni?), Ugo Cappadonia, Gianluca Bartolo (Il Pan del Diavolo), Emanuele Alosi (La Banda del Pozzo) e Paolo Narduzzo (Universal Sex Arena), banda eterogenea di gente di una certa et\u00e0, dimostra di saper gestire l\u2019equilibrio in maniera magistrale, coltivando un\u2019amorevole cura e il gusto innato per le cose belle, la semplicit\u00e0 della meraviglia, la poesia delle cose semplici. Suonare gli Smiths non \u00e8 complicato: basta un po\u2019 di passione e il necessario esercizio. Suonare gli Smiths in italiano e non risultare ridicoli \u00e8 un\u2019impresa che riesci a portare a termine solo se hai talento ed esperienza da vendere: si tratta, fondamentalmente, di prendere parole d\u2019amore spinte al limite della decenza, la ricerca del senso degli addii, i pensieri che s\u2019affollano la notte prima di dormire e i desideri incompiuti (tuttavia sempre cos\u00ec vicini e palpabili) e filtrarli dolci tra trame sonore che guardano con piacere feticista agli anni ottanta inglesi, quando le chitarre presero il pop per mano definendone la melodia e un certo timbro ironico nel prendersi tremendamente sul serio. Anacronistici come la (grande) bellezza, i (nemmeno troppo) vecchi componenti di Stella Maris guardano i propri giovani conterranei sfiorare una specie di successo infilando synth dove capita e senza un criterio, eppure si ostinano a accontentarsi di cose semplici come gli strumenti rock tradizionali per mescolare una poetica leggerezza che ha il sapore di una brezza improvvisa e cristallina con la malinconia eterea di giorni di pioggia sottile. Giorni da cui imparare qualcosa, giorni che chiudono un cerchio, giorni che hanno i colori (nemmeno troppo) sbiaditi di un\u00a0<em>d\u00e9j\u00e0-vu<\/em>. Benvenuti, questa \u00e8 la chiave della vostra camera, il numero \u00e8 inciso sul grosso portachiavi piombato: se vi aspettavate una tessera magnetica da strisciare sulla porta, qualcosa dev\u2019essere andato storto con la vostra prenotazione online.<\/p>\n<p class=\"stripeTitle\">Tracce caldamente consigliate<\/p>\n<p class=\"bottomLineC\"><b>Eleonora no<\/b><br \/>\n<b>Quando un amore muore non ci sono colpe<\/b><br \/>\n<strong>Tutti i tuoi cenni<\/strong><\/p>\n<p><img style=\"margin-top: 2em;\" src=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/wp-content\/uploads\/02-edda-graziosa-utopia.jpg\" alt=\"Edda - Graziosa utopia\" width=\"800\" height=\"800\" \/><\/p>\n<h4>02. Edda &#8211; Graziosa Utopia<\/h4>\n<h5>Farsela passare<\/h5>\n<p>Stefano Rampoldi \u00e8 passato\u200a\u2014\u200atutt\u2019altro che indenne direi (lo direbbe anche lui, credo), ma questo era davvero chiedere troppo\u200a\u2014\u200ada svariati cicli di morte e resurrezione. \u00c8 scomparso dalla vita (ir)reale ed \u00e8 ricomparso\u200a\u2014\u200adopo un decennio buono di eremitica e anonima latitanza\u200a\u2014\u200aun giorno qualunque, su YouTube, probabilmente senza avere nemmeno del tutto chiaro cosa fosse internet. \u00c8 caduto dalle stelle di un potenziale\u00a0<em>stardom rock<\/em>\u00a0all\u2019italiana ma ha trovato di nuovo la forza per svegliarsi alle sei di mattina e risalire su dei ponteggi da carpentiere ben pi\u00f9 vertiginosi, perch\u00e9 quello era l\u2019unico modo che gli permetteva di tenere i piedi per terra. Ha fatto i conti con una vita di alti e bassi senza mai capire bene da che parte pendesse sul serio la bilancia, innumerevoli passate di centrifuga senza potersi permettere un asciugatrice che non lo lasciasse ogni volta pi\u00f9 bagnato di prima. Ha sotterrato una delle band potenzialmente pi\u00f9 importanti di questo paese sapendo di farlo e forse \u00e8 per questo che \u00e8 tornato in solitaria, perch\u00e9 con gli altri finisce sempre a fare dei casini, e far male solo a se stessi lascia quei quattro rimorsi in meno che alla fine ti fanno dormire la notte. Non ha trovato la sua dimensione, perch\u00e9 nessuna dimensione \u00e8 sufficientemente\u00a0<em>dimensionata<\/em>\u00a0per contenere tutto uno Stefano Rampoldi senza lasciarne in ombra uno degli infiniti lati del prisma con cui si materializza la sua complessit\u00e0, per\u00f2 da quando ha fatto pace con il suo bisogno di scrivere canzoni ha sfornato tre album di una bellezza devastante. Questo \u00e8 il quarto. Ora, non si augura a nessuno una condizione in cui soffrire da cani si riveli l\u2019unica strada per dare alla luce una sfilza sorprendente di capolavori lancinanti: sarebbe una cosa da stronzi egoisti e, per fortuna, nemmeno \u00e8 necessario. Cos\u00ec\u00a0<em>Graziosa Utopia<\/em>\u00a0prova a lasciar intravedere un sottofondo che pare assomigliare a una sorta di\u00a0<em>serenit\u00e0<\/em>, anche se\u200a\u2014\u200amanco a dirlo\u200a\u2014\u200ase di serenit\u00e0 si tratta, \u00e8 la versione rampoldiana del concetto, ovvero una sua lontana parente, un roba che non ha nulla a che fare con la sensazione di non aver pi\u00f9 conti in sospeso con niente e nessuno, quanto piuttosto la presa di coscienza ingarbugliata\u200a\u2014\u200aall\u2019insegna del mantra \u201cfattela passare\u201d\u200a\u2014\u200ache provare soddisfazione a fare il proprio mestiere non sia necessariamente un peccato. Una decrescita confusa e felice che a modo suo in certi momenti riesce a sciogliere la tensione accumulata nei precedenti lavori, senza mai rinunciare a quel velo di ironia immancabile, tratto caratteristico che qui per\u00f2 assume contorni meno sguaiati. Nessuno vieta di usare il termine \u201cpop\u201d, ma la realt\u00e0 di questo disco \u00e8 pi\u00f9 sfaccettata: ha qualcosa a che fare con la perdita di insicurezza di un uomo di 54 anni che inizia a sospettare sul serio di averlo, quel talento che tutti gli vedono addosso, ancora inguaribilmente pessimista, mai soddisfatto della propria arte e sempre pronto a carezzare i suoi lividi, ma ragionevolmente sfrontato per giocare le fiches pi\u00f9 colorate che ha in tasca su quello che forse \u00e8 l\u2019album pi\u00f9 solido (a oggi) della sua carriera da solista.<\/p>\n<p class=\"stripeTitle\">Tracce caldamente consigliate<\/p>\n<p class=\"bottomLineC\"><strong>Signora<\/strong><br \/>\n<strong>Brunello<\/strong><br \/>\n<strong>Il santo e il capriolo<\/strong><\/p>\n<p><img style=\"margin-top: 2em;\" src=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/wp-content\/uploads\/01-mauro-ermanno-giovanardi-la-mia-generazione.jpg\" alt=\"Mauro Ermanno Giovanardi - La mia generazione\" width=\"800\" height=\"800\" \/><\/p>\n<h4>01. Mauro Ermanno Giovanardi &#8211; La mia generazione<\/h4>\n<h5>Quanto eravamo fighi<\/h5>\n<p>Mauro Ermanno Giovanardi ha sempre dimostrato\u200a\u2014\u200afin dai tempi in cui\u00a0<a href=\"https:\/\/youtu.be\/GjK_73av--A\" target=\"_blank\" rel=\"noopener nofollow\" data-href=\"https:\/\/youtu.be\/GjK_73av--A\">scriveva canzoni<\/a>\u00a0come\u00a0<em >Inventario<\/em>\u200a\u2014\u200adi essere uno che non ha paura di guardarsi indietro. Anzi, non ha mai nascosto di avere una specie di\u00a0<em >bisogno<\/em>, di fare i conti, ciclicamente, con il proprio passato. Di pi\u00f9: ha affinato negli anni una capacit\u00e0 unica di raccontarsi senza retorica. Stupisce quindi solo fino a un certo punto come\u00a0<em >La mia generazione<\/em>\u00a0riesca a far rivivere in soli tredici pezzi quello che \u00e8 comunemente riconosciuto come il periodo d\u2019oro del rock italiano, quegli anni Novanta durante in quali un\u2019intera generazione appunto (che stava indifferentemente sul palco o sotto il palco), figlia di una cultura anglofona, si rese conto che una musica diversa dal cantautorato classico poteva essere scritta (e ascoltata) anche nella propria lingua, e avere lo stesso impatto, se non una forza d\u2019urto ancora maggiore. \u00c8 stata forse davvero l\u2019ultima occasione di cambiare le regole e le carte in tavola che la musica \u201calternativa\u201d italiana (non) \u00e8 riuscita a cogliere, lasciandosi dietro tutto quello che una battaglia del genere non pu\u00f2 fare a meno di lasciarsi dietro: morti sul campo (penso con rammarico a band come i Ritmo Tribale, \u00dcstmam\u00f2, Mau Mau, Casino Royale), qualche araba fenice risorta dalle sue stesse ceneri (i Massimo Volume, cos\u00ec come lo splendido Edda di queste stagioni) e dei meravigliosi mostri rimasti\u200a\u2014\u200aper fortuna, chi pi\u00f9 chi meno\u200a\u2014\u200asacri (Afterhours, Marlene Kuntz, Subsonica). Capisco che inserire in una classifica di fine anno un disco di cover pu\u00f2 risultare una scelta alquanto bizzarra (nella migliore delle ipotesi) se non addirittura una roba simile a una paraculata, ma questo lavoro di Giovanardi merita un discorso a parte e un trattamento di favore per come riesce a rimanere lontanissimo da quello che era il rischio pi\u00f9 grande in un\u2019operazione del genere: cadere nel pozzo dei nostalgici che si parlano addosso o\u200a\u2014\u200apeggio ancora\u200a\u2014\u200ain quello dei vecchi\u00a0<em >umarell<\/em>\u00a0inaciditi e spocchiosi che borbottano \u201cai miei tempi\u2026\u201d. Al contrario, questa \u00e8 una dichiarazione d\u2019amore fatta prima con la testa che con il cuore, viscerale ma allo stesso tempo analiticamente (quasi\u00a0<em >antropologicamente<\/em>) attenta, che bypassa il revival, il compromesso storico e il ricordo di quanto eravamo fighi.\u00a0<a href=\"http:\/\/www.lindiependente.it\/top-15-album-italiani-2017\/\" target=\"_blank\" rel=\"nofollow noopener\" data-href=\"http:\/\/www.lindiependente.it\/top-15-album-italiani-2017\/\">Un disco<\/a>\u00a0di cui\u200a\u2014\u200asoprattutto oggi\u200a\u2014\u200ac\u2019\u00e8 pi\u00f9 bisogno di quanto si creda. Perch\u00e9\u200a\u2014\u200ainutile negarlo\u200a\u2014\u200aa quei tempi, fighi lo eravamo per davvero. E nemmeno poco. Dimenticarselo sarebbe solo una stupida forma di falsa modestia che non farebbe bene a nessuno. Soprattutto a chi vorr\u00e0 incautamente imitarci.<\/p>\n<p class=\"stripeTitle\">Tracce caldamente consigliate<\/p>\n<p class=\"bottomLineC\"><strong>Aspettando il sole<\/strong><br \/>\n<strong>Baby Dull<\/strong><br \/>\n<strong>Corto Maltese<\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>6 dischi italiani usciti nel 2017 che ci son piaciuti parecchio: italiani nel senso che la gente ci canta dentro in italiano. 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