{"id":2460,"date":"2016-12-30T16:37:23","date_gmt":"2016-12-30T15:37:23","guid":{"rendered":"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/blog\/best-albums-2015-copy\/"},"modified":"2017-09-07T15:05:09","modified_gmt":"2017-09-07T13:05:09","slug":"best-albums-2016","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/blog\/best-albums-2016\/","title":{"rendered":"30 dischi che ci son piaciuti nel 2016"},"content":{"rendered":"<h2 class=\"firstTitle\">Due volte<\/h2>\n<h4>True Story<\/h4>\n<p>A un certo punto arriva sempre quel momento\u200a\u2014\u200afine autunno, in genere\u200a\u2014\u200a(dovrebbero farci un <em>meme<\/em>, avete presente i classici <a title=\"quel momento in cui...\" href=\"http:\/\/knowyourmeme.com\/memes\/that-awkward-moment\/photos\" target=\"_blank\">That Awkward Moment<\/a>? ecco) in cui inizi a lamentarti di quanto sei indietro con la classifica di fine anno, di come comunque in fin dei conti sia normale, del fatto che dopotutto dimmi te come si fa a orientarsi sul serio in mezzo al marasma di tutti i dischi in cui ti imbatti nel corso di 365 giorni filati.<\/p>\n<p>Come se ti pagassero, come se lo facessi di mestiere, come se a qualcuno gliene fregasse qualcosa, della tua classifica dei migliori dischi di quest\u2019anno.<\/p>\n<p><a title=\"guarda quanti dischi belli erano usciti anche nel 2015!\" href=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/blog\/best-albums-2015\/\">Qualunque anno<\/a> esso sia.<\/p>\n<p>E no, non lo faccio di mestiere.<br \/>\nMa, se vogliamo dircela tutta, nemmeno te fai di mestiere il critico cinematografico (n\u00e8 tantomeno il pilota di <em>X-Wing Starfighter<\/em>) ma non hai comunque mancato di farci sapere quanto ti \u00e8 piaciuto il nuovo di Star Wars. Quindi: <em>peace&amp;love<\/em> e che la forza sia con tutti noi, piccoli gattini da tastiera, povere entit\u00e0 social(network)mente difficili da catalogare, a met\u00e0 tra voci ingiustamente mancate al dibattito artistico internazionale e braccia (altrettanto ingiustamente) mancate all\u2019agricoltura.<\/p>\n<p>B\u00f2n.<br \/>\nTornando al punto di partenza, quest\u2019anno la risposta mi \u00e8 arrivata al tavolo di un bar insieme a brioche e cappuccino, come un\u2019<em>epiphany<\/em> non richiesta ma comunque gradita, alla modica cifra di due euro e venti, bicchierino di acqua in omaggio, e a perenne dimostrazione che la soluzione al problema spesso \u00e8 quella pi\u00f9 semplice, e se non \u00e8 proprio dietro l\u2019angolo, non \u00e8 molto pi\u00f9 in l\u00e0.<\/p>\n<blockquote><p>i migliori sono quelli che hai ascoltato almeno due volte.<\/p><\/blockquote>\n<p>Un po\u2019 drastica, messa cos\u00ec, ma si sa: <em>reality sucks<\/em>. E quindi all\u2019alba dell\u2019ennesima <em>new year\u2019s eve<\/em> che il buon Signore mi ha concesso di superare (seguono tutta una serie di gesti scaramantici dell\u2019ultima ora), devo ammettere che il mio casuale interlocutore aveva ragione: non \u00e8 sempre vero che la prima impressione \u00e8 quella che conta, ma diciamo che \u00e8 l\u2019unica cosa che possiamo far contare in questo caso.<\/p>\n<p>Anche perch\u00e8 il numero di dischi che puoi ascoltare veramente bene in un anno \u00e8 <em>uno<\/em>, massimo un paio, ma in quel caso la questione si ridurrebbe a scegliere quale dei due ci \u00e8 piaciuto di pi\u00f9: non dico che sarebbe semplice, ma a quel punto non si tratterebbe pi\u00f9 di una classifica, ma di un duello d\u2019altri tempi.<\/p>\n<p>A ulteriore conferma di ci\u00f2 arriva\u200a\u2014\u200a<em>back from the archives<\/em>\u200a\u2014\u200aun\u2019<a title=\"leggila l'intervista al nostro genio dentone!\" href=\"http:\/\/www.amargine.it\/in-prescrizione\/jonny-greenwood-come-funzionano-i-radiohead-intervista-2001\/\" target=\"_blank\">intervista<\/a> di Paolo Madeddu a Jonny Greenwood, vecchia di quindici anni: siamo nel 2001 e il nostro genio dentone, a ben precisa domanda riguardo all\u2019influenza che potrebbero aver avuto i pre-ascolti su <em>Napster<\/em> sulla critica (e sulle vendite) di <em>Amnesiac<\/em> risponde senza giri di parole.<\/p>\n<blockquote><p>se proprio quello che importa ai giornalisti musicali \u00e8 uscire prima di tutti gli altri con la recensione, possono farlo\u200a\u2014\u200ama immagino che la cosa comporti un giudizio frettoloso su un disco ascoltato una volta e mezza. \u00c8 piuttosto bizzarro, ci sono dischi che ascolto da molti anni fa sui quali non mi sono ancora fatto un\u2019idea precisa. Ma io non sono un critico, naturalmente.<\/p><\/blockquote>\n<p>Ecco, a mia (parziale) difesa, dichiaro che tutti i dischi presenti in questa lista sono stati ascoltati pi\u00f9 di due volte: per la precisione, la maggior parte tre, una piccola parte almeno cinque, qualcuno pi\u00f9 di dieci, di un paio ho perso il conto. Il che, stando alla teoria di cui sopra, implica che di pi\u00f9 del 90% di quello che segue non mi sono ancora fatto un\u2019idea precisa. E probabilmente (io credo in Jonny Greenwood) non me la far\u00f2 almeno per i prossimi venti anni.<\/p>\n<p>Ma io non sono un critico, naturalmente.<\/p>\n<h2>I morti<\/h2>\n<h4>Incrociamo le dita<\/h4>\n<p>Ogni anno muoiono nel mondo circa 98mila musicisti (un conto della serva che comprende senza nessuno pregiudizio di sesso, religione, razza o numero di visualizzazioni su YouTube un vasto numero di candidati, dalla popstar americana che ha vinto sette dischi di platino al bambino aborigeno a cui il nonno sta insegnando a suonare il <em>didgeridoo<\/em> nel tempo che gli avanza prima dell\u2019estinzione), quindi, di fronte a una statistica del genere, tutto questo clamore sul fatto che il 2016 sia stato un anno particolarmente sfortunato per le sorti degli addetti ai lavori nel campo delle sette (semitoni esclusi) note appare un po\u2019 ridicolo.<\/p>\n<p>A onor del vero bisogna ammettere che quest\u2019anno il buon Signore (o chi per lui) pare essersi concentrato nell\u2019aumentare di qualche punto percentuale la quota del partito dei dischi di platino, ovvero nel chiamare a s\u00e8 artisti particolarmente cari all\u2019utilizzatore medio di Facebook (che un altro sondaggio non autorizzato identifica con un complottista caucasico di et\u00e0 compresa tra i 19 e i 45 anni) e quindi la cosa ha avuto una risonanza particolare che pi\u00f9 o meno pu\u00f2 essere riassunta in un modello base di status update del tipo:<\/p>\n<blockquote><p>CI AVETE FATTO CASO CHE SE SI DIVIDE \u201c2016\u201d IN DUE PARTI E SI FA LA SOMMA DELLE CIFRE DELLE DUE PARTI VIENE FUORI 27???\u2019?\u2019??? L\u2019ETA\u2019 IN CUI E\u2019 MORTO CART COBBAIN E EMI WINEAUS E PROBABILMENTE ANCHE CESU\u2019 CRISTO REALMENTE (si sa che \u00e8 colpa del gruppo bildeberg se gli hanno spostato l\u2019et\u00e0 di morte a 33 anni cos\u00ec la lobby delle banche si arricchiva di pi\u00f9)??!\u2019\u2019!????\u2019?? CASUALITA\u2019???\u2019?\u2019!!11!\u2019\u2019\u2019??<\/p><\/blockquote>\n<p>Non che i bambini col didgeridoo se la siano passata particolarmente bene nel 2016, ma purtroppo <em>Medici Senza Frontiere<\/em> \u00e8 meno attiva sui social dei fan di Prince.<\/p>\n<p>Comunque.<br \/>\nNon son qui per far polemica gratis e quindi mi unisco di cuore a tutti coloro che stanno incrociando le dita perch\u00e8 l\u2019elenco non si allunghi in queste poche ore di 2016 che restano.<\/p>\n<p>Rimanendo per\u00f2 in tema di listoni di dischi, non si pu\u00f2 negare che la situazione sia stata complicata non poco da questa storia dei decessi illustri (se consideriamo poi anche quelli \u201cdi riflesso\u201d\u200a\u2014\u200acome la moglie di Thom Yorke, il figlio di Nick Cave o il padre di Nigel Godrich\u200a\u2014\u200ala cosa poi diventa davvero ingestibile, ma in quel caso dovremmo valutare anche la brutta tosse del nonno del bambino aborigeno, quello del didgeridoo, e quindi direi che \u00e8 meglio lasciare perdere), soprattutto alla luce del fatto che, tra i morti famosi del 2016 , figurano un paio di personaggi che, giusto un paio di giorni prima di esalare l\u2019ultimo respiro, han ben pensato di fare uscire il loro ultimo (nel senso di <em>last<\/em>, escluse prevedibili raccolte postume) album. Casualit\u00e0, testamento artistico o strategia di marketing di qualche sciacallo che sia, la cosa ha avuto innegabilmente il ruolo di variabile impazzita nella comunit\u00e0 (come l\u2019universo, <em>in espansione<\/em>) di compilatori di chart e ha dato origine a tutta una serie di classifiche potenzialmente falsate\u200a\u2014\u200anessuno pu\u00f2 dimostrarlo, e forse non \u00e8 cos\u00ec, ma il tarlo del sospetto rosicchia forte, a esser sinceri\u200a\u2014\u200ada giudizi drogati di empatia, nostalgia, lacrime e omaggi alla carriera.<\/p>\n<h2>Spoiler<\/h2>\n<h3>Ma non troppo<\/h3>\n<p>Questo per sottolineare che no, non ci saranno morti in questa mia classifica. Non tanto perch\u00e8 mi voglia vantare di essere immune alla commozione (non lo sono manco per il cazzo), n\u00e8 per non farla assomigliare a una fila ordinata di lapidi, quanto piuttosto perch\u00e8 ci sono stati almeno 3o dischi fatti da gente ancora viva e vegeta che mi son piaciuti di pi\u00f9.<\/p>\n<p>Direi che non fa una piega e permette di confinare lo spinoso argomento recinto di una <em>comfort-zone<\/em> da \u201cnessuno si senta offeso\u201d di degregoriana memoria.<\/p>\n<p>Ci son un po\u2019 di nomi importanti e meno indieness di nicchia del solito. Perch\u00e8 se qualcuno \u00e8 diventato <em>qualcuno<\/em>, il 90% delle volte un motivo c\u2019\u00e8, e arriva un momento nella vita in cui devi venire a patti con questa cosa qua. Un paio di supergruppi, qualunque significato vogliate dare alla parola, sempre ammesso che nel 2016 ancora possa avere un significato, <em>supergruppo<\/em>. Qualche bel debutto che fa ben sperare per il futuro. Della musica, dico\u200a\u2014\u200aevitiamo di sbilanciarsi troppo sul futuro del resto. Tutto il resto. C\u2019\u00e8 anche una colonna sonora che non \u00e8 una colonna sonora. Cio\u00e8 s\u00ec, tecnicamente lo \u00e8, ma, insomma, \u00e8 difficile da spiegare. Un disco doppio che non \u00e8 un disco doppio ma due dischi separati, quindi forse non vale. Ma anche questa la approfondisco meglio dopo. Ci son pure un paio di italiani, alla faccia del ministro Poletti e della fuga dei cervelli.<\/p>\n<p>\u00c8 una classifica un po\u2019 particolare, perch\u00e8 credo sia il primo caso di classifica in cui il miglior disco dell\u2019anno sta di fatto al secondo posto, in cui si fa vincere un\u2019idea bislacca e quasi provocatoria (per quanto ovviamente\u200a\u2014\u200aci mancherebbe\u200a\u2014\u200amessa in pratica con perizia invidiabile) invece che un album stupendo, in cui anche l\u2019amore di una vita (per l\u2019ennesima volta, sempre di pi\u00f9, confermato e rinnovato) lascia spazio per un attimo a un colpo di genio inaspettato e disarmante.<\/p>\n<p>Tutto qua, pi\u00f9 o meno.<\/p>\n<p style=\"text-align: center; margin-top: 2em;\">\n<p><img class=\"center-img-800 alignnone wp-image-162\" style=\"margin-top: 2em;\" src=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/wp-content\/uploads\/30-deerhoof-the-magic.jpg\" alt=\"Deerhoof - The Magic\" width=\"800\" height=\"800\" \/><\/p>\n<h4>30. Deerhoof &#8211; The Magic<\/h4>\n<h5>Dire punk senza sentirsi ridicoli<\/h5>\n<p><em>Another Deerhoof record.<\/em> Basterebbero queste tre parole per definire un perfetto mix tra musica e nonsense come quello che per l\u2019ennesima volta sforna la band di San Francisco. Non fosse solo per il fatto che uno statement del genere potrebbe essere scambiato per una sorta di critica negativa, qualcosa che ha a che fare con la ripetizione, la noia e una qualche malsana assuefazione. Niente di pi\u00f9 lontano dalla realt\u00e0. Perch\u00e8 i Deerhoof non sono una band qualunque, anzi, potremmo sbilanciarci fino a dire che sono una band unica, in quando impersonificano il raro caso in cui il solo modo per fare \u201canother Deerhoof record\u201d \u00e8 fare l\u2019ennesimo disco diverso dai precedenti. Dove quando dico \u201cprecedenti\u201d non guardo solo alla loro discografia, ma a <em>qualunque<\/em> altro disco. Il che \u00e8 in parte paradossale, visto che i Deerhoof sono quasi obbligati, da sempre, a fare corsa su se stessi: i Deerhoof sono quelli che ti stanno simpatici ma non inviteresti mai a casa perch\u00e8 <em>sono strani<\/em>, quelli che vorresti citare ma non sai mai in quale classifica metterli, quelli che vincono sempre il premio per la critica perch\u00e8 quello principale \u00e8 andato a qualcuno <em>pi\u00f9 facile da capire<\/em>. Eppure i Deerhoof continuano a crescere, cambiare e a seguire l\u2019unica loro vera passione: i cortocircuiti mentali di Satomi Matsuzaki e John Dieterich. Tutto questo nonostante, costantemente, con l\u2019uscita di ogni nuova release, cerchino di imbrigliare la propria propensione a costruire parchi giochi fatti prevalentemente di montagne russe in qualche idea di <em>genere<\/em> (questo cosa sarebbe? il ritorno al <em>garage-rock<\/em>?). Tentativo che, ogni volta, fallisce tanto miseramente quanto splendidamente, lasciandoci in tasca la stessa, bellissima sensazione che abbiamo vissuto tutti la prima volta che abbiamo provato a camminare, ovvero quel miscuglio di fascino per una nuova scoperta chiamata <em>equilibrio<\/em> mai perfettamente bilanciato dall\u2019unica parola che per un po\u2019 di tempo siamo riusciti ad accostargli: <em>precario<\/em>. Prima di cadere meravigliati con il culo per terra, s\u2019intende. Una masnada che esce correndo senza un ordine ben preciso da una gabbia di matti e tenta di comunicare tessendo una ragnatela surreale di chitarre scorticate, frasi spigolose, tempi spezzati, e frazioni di pianoforte in controfase. Lo chiamano <em>avant-pop<\/em>, lo chiamano <em>lo-fi indie<\/em>, qualcuno lo chiama pure (con uno sforzo di copywriting apprezzabile ma finendo senza dubbio a pisciare fuori dal vaso) <em>art-core<\/em>. A mio modesto parere, in termini di attitudine, sovvertimento delle regole e ragionata (ma anche no) follia, questa \u00e8 l\u2019unica cosa che, a conti fatti, nel 2016 ha senso chiamare <em>punk<\/em> senza sentirsi ridicoli.<\/p>\n<p class=\"stripeTitle\">Tracce caldamente consigliate<\/p>\n<p class=\"bottomLineC\"><strong>Kaf\u00e9 Mania!<\/strong><br \/>\n<strong>Dispossessor<\/strong><br \/>\n<strong>Plastic Thrills<\/strong><\/p>\n<p><img class=\"center-img-800 alignnone wp-image-162\" style=\"margin-top: 2em;\" src=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/wp-content\/uploads\/29-bloc-party-hymns.jpg\" alt=\"Bloc Party - Hymns\" width=\"800\" height=\"800\" \/><\/p>\n<h4>29. Bloc Party &#8211; Hymns<\/h4>\n<h5>Ora pro nobis, ma anche dopo<\/h5>\n<p>Quando non sai che pesci pigliare la butti sul mistico. Questo diranno (dicono, hanno gi\u00e0 detto, probabilmente) i tanti detrattori di questo nuovo capitolo della storia dei Bloc Party. Io, da ateo praticante, dico che ci sono tanti modi di approcciarsi alla religione. Per esempio, non \u00e8 strettamente necessario andare a bussare porta a porta come i Testimoni di Geova, decidere per partito preso che c\u2019\u00e8 qualcosa che non va in te o negli altri e conseguentemente rinunciare a prescindere a tutto ci\u00f2 che forse potrebbe non mandarti al creatore. Insomma, fare un disco, mi pare uno dei meno banali e pericolosi. Dopotutto, storicamente, la musica ha la sua genesi nella religione e questo album, pur restringendo inevitabilmente l\u2019immane questione in quindici tracce innocue, riesce a risultare credibile per sonorit\u00e0, soluzione compositive quanto per devozione e spiritualit\u00e0. Non si pu\u00f2 negare che <em>Hymns<\/em> abbia dei momenti per lo meno interlocutori, per\u00f2 anche nei passaggi pi\u00f9 insicuri e potenzialmente di inciampo i Bloc Party questa volta non cercano di essere qualcosa che non sono. Dopo i tentativi, presenti negli ultimi album, di forzare insieme stili e sperimentazioni differenti, qui \u00e8 evidente piuttosto l\u2019idea, confortante per quanto rischiosa, di spingere naturalmente il sound della band verso qualcosa di diverso ma comunque in qualche modo definito e <em>desiderato<\/em>. Poi, \u00e8 ovvio che l\u2019approccio di Kele e compagni a una frontiera pi\u00f9 <em>gospel<\/em> del vecchio indie-rock non sarebbe potuto essere tradizionale nel senso (scusate il gioco di parole) <em>tradizionale<\/em> del termine, ma l\u2019idea di liberarsi dei demoni del passato e far piazza pulita per un nuovo inizio crea nei sotterranei di queste canzoni una sorta di <em>ground-zero<\/em> sonico, un tessuto connettivo che rafforza il lavoro nel suo complesso e lo rende apprezzabile, godibile e degno di rispetto. Questi non sono gli stessi ragazzi che dodici anni fa ci hanno regalato <em>Silent Alarm<\/em> (per met\u00e0 formazione proprio fisicamente\u200a\u2014\u200ama soprattutto come metodo, bisogni, obiettivi e aspirazioni\u200a\u2014\u200a<em>evoluzione<\/em>, si chiama): se riuscite a venire a patti con questa semplice assunzione, forse realizzerete che questo potrebbe essere il loro miglior lavoro nell\u2019ultima decade. La brillante reincarnazione (per rimanere in tema) di una band che ha rifiutato il rischio di rimanere impantanata in un sound che, per quanto eternamente impigliato alle corde del cuore, era sull\u2019orlo di diventare un <em>clich\u00e9<\/em>, datato e inflazionato.<\/p>\n<p class=\"stripeTitle\">Tracce caldamente consigliate<\/p>\n<p class=\"bottomLineC\"><strong>So Real<\/strong><br \/>\n<strong>The Good News<\/strong><br \/>\n<strong>Virtue<\/strong><\/p>\n<p><img class=\"center-img-800 alignnone wp-image-162\" style=\"margin-top: 2em;\" src=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/wp-content\/uploads\/28-band-of-horses-why-are-you-ok.jpg\" alt=\"Band of Horses - Why Are You Ok\" width=\"800\" height=\"800\" \/><\/p>\n<h4>28. Band of Horses &#8211; Why Are You Ok<\/h4>\n<h5>Stare bene<\/h5>\n<p>Ammetto che i Band of Horses mi son sempre passati accanto senza attirare particolarmente la mia attenzione: un paio di quei dischi che dici s\u00ec ok, carini, ma il giorno dopo ti sei gi\u00e0 dimenticato, un altro paio di quelli che dici no, proprio non ci siamo. E il giorno dopo, comunque, ti sei gi\u00e0 dimenticato. Eppure (e invece) questo <em>Why Are You Ok<\/em> \u00e8 suonato via liscio senza annoiare, e son gi\u00e0 passati tipo sei mesi e ancora me lo ricordo, anzi, pi\u00f9 volte mi \u00e8 pure capitato di rimetterlo nel lettore e premere <em>PLAY<\/em> senza nessun rimorso a posteriori. Non so, sar\u00f2 io che son diventato vecchio e mi solletica l\u2019idea di un Ben Bridwell sempre pi\u00f9 pap\u00e0 costretto a comporre questi dodici pezzi chiuso in garage di notte per non svegliare i bambini, o sar\u00e0 la produzione di Jason Lytle che in ogni suono scelto mi ricorda quanto mi mancano i Grandaddy, o forse quella traccia numero cinque in cui hanno ospitato J Mascis dei Dinosaur Jr riuscendo in quella che \u00e8 a tutti gli effetti un\u2019impresa: fargli fare solo i cori senza suonare nemmeno per un secondo la chitarra. O molto pi\u00f9 semplicemente potrebbe essere che a questo giro hanno fatto un gran bel disco. S\u00ec, perch\u00e8 alla fine c\u2019\u00e8 da considerare anche questa opzione: dopotutto <em>Casual Party<\/em> \u00e8 il singolo che era nelle loro corde ma non avevano mai tirato fuori, <em>Barrel House<\/em> l\u2019ennesima ballata che vi permetter\u00e0 di strappare le mutande a qualsiasi ragazza (a parte che non ne ascolti il testo\u200a\u2014\u200ain quel caso si strapper\u00e0 solo i capelli e pianger\u00e0 tutte le lacrime che le avanzano\u200a\u2014\u200ama tranquilli, i testi non li ascolta pi\u00f9 nessuno ormai) e anche le altre dieci canzoni inciampano meravigliosamente indecise tra un misto di pop, folk e southern rock, in un limbo ipotetico dove si sarebbero piazzati Crosby, Still &amp; Nash se fossero vissuti negli anni 90 (senza chiamarsi Decemberists, s\u2019intende), dando cos\u00ec vita a un disco che (anche se magari non sai perch\u00e8) fai fatica a mettere da parte. Forse proprio perch\u00e8 <em>Why Are You Ok<\/em> \u00e8 la migliore testimonianza del fatto che, spesso, quando stai bene, chiedersi <em>perch\u00e8<\/em> non ha nemmeno poi tutto questo gran senso. Meglio <em>carpe diem<\/em>, come dicevano gli antichi. Meglio <em>prendere e portare a casa<\/em>, come dice mio nonno, senza farsi troppe domande.<\/p>\n<p class=\"stripeTitle\">Tracce caldamente consigliate<\/p>\n<p class=\"bottomLineC\"><strong>Casual Party<\/strong><br \/>\n<strong>Lying Under Oak<\/strong><br \/>\n<strong>Barrel House<\/strong><\/p>\n<p><img class=\"center-img-800 alignnone wp-image-162\" style=\"margin-top: 2em;\" src=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/wp-content\/uploads\/27-giovanni-ferrario-alliance-places-names-numbers.jpg\" alt=\"Giovanni Ferrario Alliance - Places Names Numbers\" width=\"800\" height=\"800\" \/><\/p>\n<h4>27. Giovanni Ferrario Alliance &#8211; Places Names Numbers<\/h4>\n<h5>Il bello di quando togli la nostalgia ai ricordi<\/h5>\n<p>Spero di poter permettermi di saltare a pi\u00e8 pari la parte in cui vi spiego chi \u00e8 Giovanni Ferrario. Facciamo che butto l\u00e0 una lista di nomi per rinfrescarvi la memoria: Scisma, Micevice, PJ Harvey, John Parish, Hugo Race, Cristina Don\u00e0 and so on. Progetti, collaborazioni, amicizie e influenze a 360\u00b0 che, a oggi, non potevano che partorire una creature sfaccettata come questa. Luoghi, nomi, numeri che, finiti nel giusto tritacarne, vanno a comporre una delle polpette pi\u00f9 saporite dell\u2019anno: un disco dalle mille sfaccettature, raccontato usando registri diversi e disegnato con pennelli differenti di traccia in traccia. Facce, occhi, paesaggi nella tavolozza di un orizzonte mai fermo, sempre osservato in cammino, da una lunga strada piena di domande, imprevisti e ricordi mai vissuti con nostalgia. Dieci pezzi di vita a dir poco <em>internazionali<\/em> nel sound, messi in musica con un gusto estremamente personale, di deriva soprattutto <em>british<\/em>, che (non) nascondono un amore sviscerato per un\u2019idea assai variegata che chiamer\u00f2 qui, in mancanza di parole migliori, <em>psichedelia<\/em> e che risultano senza mezzi termini (e grazie a Dio) un piacevole bug nel panorama musicale italiano. Un rock imbastardito dai colori sgargianti di melodie ricercate e tutt\u2019altro che prevedibili, echi di un brit-pop tossico che si mischia con recitati onirici di Pink-Floydiana memoria, un\u2019immancabile e imprescindibile aura beatlesiana che mai prende il sopravvento, sempre e costantemente tenuta a bada da un raffinato minimalismo di fondo o da qualche embrione di jazz lynchano e poi, dietro l\u2019angolo, quando meno te li aspetti, dei passaggi da cui esce un <em>rock americano<\/em> cos\u00ec puro che almeno la met\u00e0 delle band rock americane si sognano a malapena. Per dire, una roba che Jacob Dylan con i suoi Wallflowers non \u00e8 mai stato capace di realizzare, nonostante (a meno di classiche storie soft-porn tra la mamma Sara e un qualche idraulico o elettricista che ha preferito\u200a\u2014\u200aper la sua incolumit\u00e0\u200a\u2014\u200anon passare alla storia) su in Svezia sostengano si porti addosso i geni del Nobel.<\/p>\n<p class=\"stripeTitle\">Tracce caldamente consigliate<\/p>\n<p class=\"bottomLineC\"><strong>Sowejia<\/strong><br \/>\n<strong>He Fell<\/strong><br \/>\n<strong>Oaxaca<\/strong><\/p>\n<p><img class=\"center-img-800 alignnone wp-image-162\" style=\"margin-top: 2em;\" src=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/wp-content\/uploads\/26-heron-oblivion.jpg\" alt=\"Heron Oblivion - Heron Oblivion\" width=\"800\" height=\"800\" \/><\/p>\n<h4>26. Heron Oblivion &#8211; Heron Oblivion<\/h4>\n<h5>Fuori dal tempo<\/h5>\n<p>I Comets On Fire incontrano gli Espers\u200a\u2014\u200a<em>true story<\/em>\u200a\u2014\u200ae ne esce una cosa che sfiora la meraviglia, come quella volta che (\u00e8 successo solo nella mia testa, ma son sicuro che l\u00ec \u00e8 successo ripetutamente\u200a\u2014\u200ao almeno \u00e8 quello che sostiene il mio analista) che Kim Gordon cant\u00f2 per Neil Young: fecero una cover dei Six Organs of Admittance che suonava come un pezzo dei Fairport Convention. Durava 45 minuti ma non te accorgevi nemmeno. E pi\u00f9 o meno di questo si tratta. L\u2019omonimo debutto degli Heron Oblivion: una jam session praticamente unica interrotta solo da qualche breve pausa per un sorso di whiskey. Sei sorsi per la precisione, che fanno s\u00ec che questa <em>stream of consciousness<\/em> sonora risulti apparentemente divisa in sette tracce. Dettagli. S\u00ec, perch\u00e8 qui siamo di fronte a uno stato mentale piuttosto che a un album, dove il noise anni Novanta fa un salto indietro nel tempo e si amalgama come se non aspettasse altro con l\u2019acid-rock un po\u2019 <em>stonato<\/em> (in tutti i sensi che vi vengono in mente) di venti anni prima. Psichedelia eterna rispedita ai giorni nostri tra percussioni tribali, muri di fuzz, giri ipnotici, sferzate languide di wah-wah che galleggiano sicuri sopra la superficie di un\u2019innegabile densit\u00e0 armonica. Il tutto bilanciato e reso uniforme dalla voce di Meg Baird, che passa come se nulla fosse dallo specchiarsi etereo in una Rachel Goswell vagamente incazzata (per quanto possiate immaginare una Rachel Goswell incazzata) al ricordo nostalgico quando basta della Tanya Donnelly annoiata che vi sta dando l\u2019ennesimo due di picche (decisamente pi\u00f9 facile questo, da immaginare dico). Non \u00e8 una novit\u00e0: a volte la musica (come la vita) trova la sua forza reale dal contenimento di sue spinte contrapposte. Esplosioni post-rock e poesia placida, intrecci alternati a perfetta solitudine strumentale, tradizione e innovazione. Quando un\u2019unica band trova quella giusta manciata di disciplina e concentrazione sbatterti tutto questo in faccia il tempo \u00e8 una cosa che perde progressivamente di significato. Esattamente come qui, ora, dove (pi\u00f9 che <em>quando<\/em>) gli inizi degli anni Settanta non sono mai stati cos\u00ec attuali.<\/p>\n<p class=\"stripeTitle\">Tracce caldamente consigliate<\/p>\n<p class=\"bottomLineC\"><strong>Oriar<\/strong><br \/>\n<strong>Sudden Lament<\/strong><br \/>\n<strong>Your Hollow<\/strong><\/p>\n<p><img class=\"center-img-800 alignnone wp-image-162\" style=\"margin-top: 2em;\" src=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/wp-content\/uploads\/25-kula-shaker-k20.jpg\" alt=\"Kula Shaker - K2.0\" width=\"800\" height=\"800\" \/><\/p>\n<h4>25. Kula Shaker &#8211; K2.0<\/h4>\n<h5>Tempo per un\u2019altra indian summer<\/h5>\n<p>Uno dei motivo per cui gli anni Novanta possono essere definiti un periodo a dir poco memorabile (oltre al fatto che io li ho vissuti quando avevo quindici anni pi\u00f9 o meno, al fatto che hanno visto nascere e morire il <em>grunge<\/em> e averci regalato\u200a\u2014\u200acon tutti i pro e i contro del caso\u200a\u2014\u200ala musica elettronica a portata di laptop) anche per il cosiddetto <em>pop<\/em>, \u00e8 stato non solo per aver prodotto band celebrate e di successo come Blur e Oasis, ma soprattutto per aver lasciato spazio anche a eccentriche pisciate fuori dal vaso del livello dei Kula Shaker. Il loro debutto <em>K<\/em> del \u201996 arriv\u00f2 meritatamente al disco di platino grazie al suo improbabile miscuglio di rock psichedelico, sitar indiani e un potenzialmente autoironico <em>brit-pop mistico<\/em> che non sapevi bene se c\u2019erano o ci facevano. Questo per dire che, almeno per quel che mi riguarda, anche se\u200a\u2014\u200acome il titolo potrebbe far intendere\u200a\u2014\u200a<em>K2.0<\/em> fosse un semplice aggiornamento all\u2019epoca dei social network di quei fasti perduti, brinderei con me stesso allo specchio comunque, felice come una Pasqua di essere sopravvissuto a un ventennale del genere. Analizzando la cosa con il minimo di obiettivit\u00e0 che mi \u00e8 rimasta in materia, scopro invece che dietro questo titolo ammiccante quanto basta si nasconde uno dei migliori lavori della band dai (miei) tempi del liceo. Crispian Mills, dall\u2019alto dei suoi quarant\u2019anni abbondanti e (permettetemi l\u2019aggettivo) <em>suonati<\/em> ha ancora la faccia di quello che non smetter\u00e0 mai di aver voglia di zompettare abbracciato a una chitarra divertendosi su un palco e sembra nascondere bene le rughe lasciate da un passato di <em>next-big-thing<\/em> bruciata troppo in fretta. In poche parole: entusiasmo intatto e il solito songwriting di alto livello. Con questi due punti fermi di partenza difficilmente si pu\u00f2 sbagliare. E infatti <em>K2.0<\/em> \u00e8 concreto e mai banale, costantemente coerente senza suonare paraculo nemmeno a tratti. Insomma, dite quel che volete dei Kula Shaker, ma rimarranno per sempre quelli che son riusciti a portare un antico mantra indiano nella <em>TOP 10 UK<\/em> e vent\u2019anni dopo, sanno ancora farci muovere il culetto su ritmi non convenzionali.<\/p>\n<p class=\"stripeTitle\">Tracce caldamente consigliate<\/p>\n<p class=\"bottomLineC\"><strong>Infinite Sun<\/strong><br \/>\n<strong>Oh Mary<\/strong><br \/>\n<strong>High Noon<\/strong><\/p>\n<p><img class=\"center-img-800 alignnone wp-image-162\" style=\"margin-top: 2em;\" src=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/wp-content\/uploads\/24-trentemoller-fixion.jpg\" alt=\"Trentem\u00f8ller - Fixion\" width=\"800\" height=\"800\" \/><\/p>\n<h4>24. Trentem\u00f8ller &#8211; Fixion<\/h4>\n<h5>La dark-wave con trent\u2019anni di ritardo<\/h5>\n<p>Riassumendo. Anders Trentem\u00f8ller arriva alla dark-wave con trent\u2019anni di ritardo, si guarda un attimo intorno e\u200a\u2014\u200acome quei mezzi geni che piombano nel bel mezzo di una conversazione, ascoltano un po\u2019 interessati senza disturbare e poi come se nulla fosse buttano l\u00e0 una frase risolutiva che chiude l\u2019argomento e non lascia spazio a repliche\u200a\u2014\u200afornisce, con tutta la <em>nonchalance<\/em> che da sempre lo contraddistingue (pari solo alla sua immensa classe), il proprio personale contributo alla causa. Questo per dire che \u00e8 sempre interessante sentire il parere di uno che <em>ne sa<\/em>, qualunque sia l\u2019argomento. Questo per ribadire che Anders Trentem\u00f8ller \u00e8 un sarto, e con perizia sartoriale, \u00e8 capace di cucire il vestito giusto addosso a chiunque (qualunque cosa) gli metti tra le mani. Questa volta ha optato per il nero. E il nero si sa: snellisce e sta bene con tutto. L\u2019evoluzione dell\u2019artista danese prosegue insomma nella direzione gi\u00e0 tracciata dai precedenti lavori, e la cosa non stupisce: dopotutto i frutti del Trentem\u00f8ller producer si sono sempre distinti in maniera abbastanza decisa dalle sue serate dietro la consolle e non \u00e8 mai stato semplice sentirsi a casa tutte le volte che ci ha accolto nelle sue stanze, arredate con gusto eclettico e in ogni occasione diverso. Oggi\u200a\u2014\u200a<em>chez Trentem\u00f8ller<\/em>\u200a\u2014\u200ala moquette \u00e8 un minimalismo rarefatto di natura prettamente post-punk che il nostro ospite usa come solide fondamenta su cui costruire le stratificazioni sonore complesse a cui ci ha abituato, come in una distillazione lenta, ma precisa e inesorabile di presente, passato e futuro: mettendo insieme tutti gli elementi raccolti in vent\u2019anni di carriera, si getta (con discreto successo, ammetto) nell\u2019impresa titanica di cercare di creare un suono unico e ben definito che si adatti al suo ora, ma che non chiuda mai nessuna porta a qualunque possibile camaleontica evoluzione futura. Chitarre di ispirazione Slowdive risuonano come in una fabbrica della periferia inglese a inizio anni 90, mentre echi dei Cure (epoca <em>Faith<\/em>) si mischiano sagome che ricordano gli Editors di qualche anno fa. Linee di basso granitiche quanto patinate accompagnano tutti i passaggi pi\u00f9 claustrofobici e costanti architetture new-wave fanno comunque da sfondo anche ai fraseggi pi\u00f9 electro-pop o prettamente dancefloor che rimandano (senza rimpianti) alle origini, per poi adagiarsi in aperture oniriche, ma sempre appannate da chiaroscuri tipicamente nordeuropei o mutuati dai rari momenti introspettivi del primo Trent Reznor. Messa cos\u00ec suona pi\u00f9 come una serie di esperimenti alla cieca che a una vera e propria dichiarazione d\u2019intenti consapevole, ma qui ogni pezzo va al suo posto senza forzature e il puzzle composto \u00e8 di quelli che devi fare un passo indietro per ammirare in tutta la sua interezza.<\/p>\n<p class=\"stripeTitle\">Tracce caldamente consigliate<\/p>\n<p class=\"bottomLineC\"><strong>One Eye Open<\/strong><br \/>\n<strong>Redefine<\/strong><br \/>\n<strong>Complicated<\/strong><\/p>\n<p><img class=\"center-img-800 alignnone wp-image-162\" style=\"margin-top: 2em;\" src=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/wp-content\/uploads\/23-sophia-as-we-make-our-way-unknown-harbours.jpg\" alt=\"Sophia - As We Make Our Way (unknown Harbours)\" width=\"800\" height=\"800\" \/><\/p>\n<h4>23. Sophia &#8211; As We Make Our Way (unknown Harbours)<\/h4>\n<h5>Tristezza a palate, ma meno<\/h5>\n<p>L\u2019affetto che mi lega a Robin Proper-Sheppard in tutte le sue forme e ai Sophia in particolare, mi imporrebbe, per onest\u00e0 intellettuale, di astenermi da qualsiasi commento al riguardo. Una specie di silenzio stampa dell\u2019anima per manifesta non-obiettivit\u00e0. Ma dopotutto la legge sul conflitto di interessi \u00e8 ancora in alto mare, quindi come direbbe Danny Boodman T.D. Lemon Novecento, <em>in culo anche l\u2019onest\u00e0 intellettuale<\/em>. Dunque, dove eravamo rimasti? Ah, s\u00ec. Eravamo fermi a sette anni fa, davanti a un album intitolato <em>There Is No Goodbyes<\/em>, titolo che ci aveva dato una qualche bulimica speranza di risentirci presto, ma che, dopo tutto questo tempo, iniziava a sapere un po\u2019 di colossale presa per i fondelli. Eppure anche in questo caso, come in quelle relazioni sentimentali pressoch\u00e8 unilaterali in cui non puoi fare a meno\u200a\u2014\u200acostantemente, ripetutamente, come preda di una maledizione incontrollata, insomma\u200a\u2014\u200adi perdonare acriticamente il partner ogni volta (tutte le volte) che torna, \u00e8 bastato vedere il nuovo album sugli scaffali (\u00e8 una metafora\u200a\u2014\u200aesistono ancora gli scaffali dei negozi di dischi?) per cancellare un lustro abbondante di rancore accumulato nell\u2019assenza e tuffarsi nella speranza che non ne passino altrettanti. Di anni. Di attesa. Ho detto <em>speranza<\/em>, s\u00ec. Anche perch\u00e8 <em>As We Make Our Own Way<\/em> \u00e8 probabilmente la cosa pi\u00f9 gioiosa che Robin Proper-Sheppard fosse capace di scrivere: il che significa ancora tristezza a palate. Ma meno. I Sophia provano a flirtrare col pop in senso lato e quel che ne esce \u00e8 un sofficissimo senso di vergogna che non pu\u00f2 non conquistare per l\u2019ennesima volta. Come si fa a serbare un risentimento gi\u00e0 vecchio di fronte a un ragazzino timido che per la prima volta prova a dichiararsi alla donna dei suoi sogni? <em>As We Make Our Own Way<\/em> procede a tentoni su un territorio nuovo, provando a tirare le corde dei sentimenti in una direzione pi\u00f9 delicata e trovandole sorprendentemente elastiche, senza esagerare nelle sovrastrutture (sia liriche che musicali) ma generando risonanza emozionale solo toccando i punti giusti, quasi senza premere. I Sophia sanno ancora farci piangere, ma qui dimostrano di saperlo fare senza farci per forza singhiozzare. Non \u00e8 cosa da poco. E dar loro\u200a\u2014\u200adi nuovo\u200a\u2014\u200ail nostro commosso bentornato \u00e8 sempre un\u2019esperienza appagante.<\/p>\n<p class=\"stripeTitle\">Tracce caldamente consigliate<\/p>\n<p class=\"bottomLineC\"><strong>Resisting<\/strong><br \/>\n<strong>St. Tropez \/ The Hustle<\/strong><br \/>\n<strong>It\u2019s Easy to Be Lonely<\/strong><\/p>\n<p><img class=\"center-img-800 alignnone wp-image-162\" style=\"margin-top: 2em;\" src=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/wp-content\/uploads\/22-band-of-skulls-by-default.jpg\" alt=\"Band of Skulls - By Default\" width=\"800\" height=\"800\" \/><\/p>\n<h4>22. Band of Skulls &#8211; By Default<\/h4>\n<h5>Quel tuo zio cinquantenne<\/h5>\n<p>Andarsi a infilare volontariamente dentro un angolo affollato come quello che \u00e8 racchiuso sotto l\u2019etichetta <em>guitar-driven rock del nuovo millennio<\/em>, poteva non essere un\u2019idea propriamente geniale. Scommettere la propria carriera che saresti riuscito in qualche modo a farti notare, sempre in quell\u2019angolo l\u00ec cos\u00ec pieno di gente che fa di tutto per farsi notare, poteva risultare qualcosa di simile a un suicidio professionale. Ma questi tre non son tipi che si fanno scoraggiare facilmente e han quindi pensato bene di perseguire l\u2019obiettivo imboccando la strada pi\u00f9 tortuosa, ovvero quella che a ogni curva, per andare avanti, ti richiede di sfornare un album di livello almeno paragonabile al precedente. Pena l\u2019eterno scherno e oblio. Cos\u00ec l\u2019evoluzione continua anche se, in pieno stile Band of Skulls, a piccoli passi. \u201cChi va piano va sano e va lontano\u201d, dicevano i nostri vecchi, e la band di Southampton in questo non tradisce, procedendo nella sua direzione, se non necessariamente contraria, sicuramente <em>ostinata<\/em>. A questo giro la regola \u00e8 stata: provare a aggiungere un paio di synth leggeri a una formula hard-blues gi\u00e0 ben testata senza diventare i Black Keys. Esperimento riuscito con risultati ottimi, direi. E poi i suoni: prendere Gil Norton (uno che ha fatto la fortuna, per dirne due a caso, di Foo Fighters e Pixies) e chiuderlo in una chiesa invece che in uno studio di registrazione, poteva sembrare una cazzata, e invece il colpo di genio si sente, eccome se si sente (valutate il solo apparentemente innocuo, nuovo riverbero con cui squittisce il rullante di Matt Hayward e se non vi accorgete della differenza cambiate mestiere: quello di <em>ascoltatori<\/em> non fa per voi). <em>By Default<\/em> non sar\u00e0 ai livelli di <em>Sweet Sour<\/em> (best album del 2012, per quel che mi riguarda), ma, come ben sappiamo, ben pochi album rock negli ultimi venti anni, sono ai livelli di <em>Sweet Sour<\/em>. Detto questo, il resto degli ingredienti della casa ci sono tutti: i riff che ti fanno muovere le chiappe mentre oscilli la testa (sembra facile, ma provate e fatemi sapere), le due voci che si rincorrono, si accarezzano, scherzano tra loro e si completano perfettamente e, questa volta, anche un paio di <em>divertissement<\/em> ai quali non ci avevano abituato (<em>Tropical Disease<\/em> \u00e8 quello che uscirebbe se obbligassimo gli Arctic Monkeys a suonare una samba, <em>In Love By Default<\/em> \u00e8 Prince che prova il nuovo distorsore della chitarra mentre strimpella il nuovo tema di <em>007<\/em>). Nessuna necessit\u00e0 di gridare alla rivoluzione musicale, ok, ma credo comunque che i Band of Skulls si meritino l\u2019ennesimo <em>grazie<\/em> per un disco solido a cui aggrapparti quando hai bisogno di certezze, da sbattere in faccia a quelli che continuano a dirti che il rock \u00e8 morto, un disco che permetter\u00e0 anche a quel tuo zio cinquantenne che ancora si ostina a indossare il chiodo di apprezzare qualcosa che \u00e8 uscito dopo <em>Rebel Yell<\/em> di Billy Idol.<\/p>\n<p class=\"stripeTitle\">Tracce caldamente consigliate<\/p>\n<p class=\"bottomLineC\"><strong>Black Magic<\/strong><br \/>\n<strong>Bodies<\/strong><br \/>\n<strong>Embers<\/strong><\/p>\n<p><img class=\"center-img-800 alignnone wp-image-162\" style=\"margin-top: 2em;\" src=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/wp-content\/uploads\/21-islands-should-i-remain-here-at-sea-taste.jpeg\" alt=\"Islands - Should I Remain Here at Sea \/ Taste\" width=\"800\" height=\"800\" \/><\/p>\n<h4>21. Islands &#8211; Should I Remain Here at Sea \/ Taste<\/h4>\n<h5>Tipo Marta Flavi<\/h5>\n<p>Il rischio di pubblicare due album in contemporanea, anche se mettendo le mani avanti e dichiarando su tutti i fronti possibili che dovrebbero essere trattati a tutti gli effetti come due entit\u00e0 separate, non sono pochi. Molto spesso il prodotto finale sembra gonfiato, o comunque deformato: nella migliore delle ipotesi qualcuno sottolineer\u00e0 una qualche forma di pigrizia da parte dell\u2019artista, che si manifesta in una dichiarazione di incapacit\u00e0 di riuscire a fare una selezione delle sue stesse canzoni, nella peggiore qualcun\u2019altro vedr\u00e0 la cosa come l\u2019innegabile testimonianza di un\u2019evidente sboronaggine da popstar viziata che va contro ogni regola di un business in calo credendosi un Re Mida del songwriting. Altre volte un titolo affossa l\u2019altro, oscurandolo, in quanto manifestamente superiore, e il risultato di questa lotta intestina \u00e8 solo quello che il fallimento del secondo rende in fin dei conti vano il successo del primo. Insomma, dopotutto, ci sar\u00e0 pure un motivo se quasi nessuno lo fa. Eppure nessuno di questi (o altri) possibili (<em>probabili<\/em> \u00e8 la parola pi\u00f9 adatta) scenari ha allontanato Nick Thorburn e i suoi Islands dai propositi iniziali. E cos\u00ec a fine anno ci troviamo qua davanti due <em>full-length<\/em>, uno pi\u00f9 bello dell\u2019altro, cosa che da un lato ci porta a maledire con tutti noi stessi il tipo di cui sopra e la sua capacit\u00e0 a tratti disarmante di scrivere canzoni praticamente perfette, mentre dall\u2019altro, allo stesso tempo, a capirlo un po\u2019 meglio in questa sua scelta cos\u00ec intransigente, al limite del suicidio commerciale. Della serie: se ho in mano due dischi della Madonna, perch\u00e8 pubblicarne uno solo? Brutta bestia, il talento. Anche solo per il fatto che, egoisticamente parlando, mi mette non poco in difficolt\u00e0: nel senso, gi\u00e0 \u00e8 complicato scegliere fra la marea di uscite di un anno solare, e questi pure vorrebbero occuparmi due posti della classifica? Cos\u00ec, da una parte per ovviare a questo increscioso inconveniente, dall\u2019altra per evitare di schierarmi in una guerra civile del genere e dover per forza dire quale dei due \u00e8 meglio dell\u2019altro, ho deciso di trattarli come una cosa sola. Perch\u00e8 in effetti \u00e8 vero che sono due dischi che funzionano benissimo anche separatamente (<em>Taste<\/em> con il suo electro-pop di stampo 80s pi\u00f9 allegro e danzereccio, <em>Should I Remain Here At Sea<\/em> con il suo dream-pop pi\u00f9 \u201csuonato\u201d e introspettivo), ma \u00e8 insieme sprigionano le vera essenza di quello che\u200a\u2014\u200ain ultima analisi\u200a\u2014\u200asono: le due met\u00e0 sempre calde di un cuore spezzato e ancora pulsante. E cosa c\u2019\u00e8 di pi\u00f9 appagante che risarcire una frattura del genere ricucendo insieme i due pezzi del puzzle in quello che, a tutti gli effetti, \u00e8 il (doppio) disco pop dell\u2019anno?<\/p>\n<p class=\"stripeTitle\">Tracce caldamente consigliate<\/p>\n<p class=\"bottomLineC\"><strong>Back Into It<\/strong><br \/>\n<strong>Fear<\/strong><br \/>\n<strong>The Joke<\/strong><\/p>\n<p><img class=\"center-img-800 alignnone wp-image-162\" style=\"margin-top: 2em;\" src=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/wp-content\/uploads\/20-suuns-hold-still.jpeg\" alt=\"Suuns - Hold \/ Still\" width=\"800\" height=\"800\" \/><\/p>\n<h4>20. Suuns &#8211; Hold \/ Still<\/h4>\n<h5>Incontri ravvicinati di un certo tipo<\/h5>\n<p>Nel 1977 la NASA lanci\u00f2 alla cieca, nello spazio profondo, il <em>Voyager Golden Record<\/em>. Era un disco per grammofono inserito nelle due sonde spaziali del Programma Voyager, contenente suoni e immagini selezionate al fine di portare le diverse variet\u00e0 di vita e cultura della Terra, concepito per qualunque forma di vita extraterrestre o per la specie umana del futuro che lo potesse trovare. Non so come l\u2019abbiano presa, laggi\u00f9 dall\u2019altra parte della galassia, quanto possano aver apprezzato una compilation che metteva insieme Bach, Chuck Berry, Glenn Gould, qualche passaggio di percussioni senegalesi e il canto di iniziazione delle donne pigmee. Fatto sta che una manciata di anni fa (forse per gentilezza, forse per ricambiare il favore, forse per insegnarci qualcosa) ci hanno rimandato indietro i Suuns, band senza dubbio di origini aliene, atterrata nel 2010 a Montreal con in testa il suono del futuro. Arrivati al terzo disco su questo pianeta, Ben Shemie e compagni continuano a portare avanti con pazienza siderale la loro opera educativa nei confronti delle nostre orecchie bambine. Come tutti i processi di formazione non \u00e8 facile e a tratti nemmeno piacevole: passa attraverso irregolarit\u00e0 autoindotte del battito cardiaco, certezze sonore incrinate senza piet\u00e0, psichedelica cupa e per niente pop che assume i contorni di un\u2019allucinazione post-industriale. I Suuns sono maestri nel creare quella tensione irrisolta che \u00e8 stata alla base di tutti gli slanci evolutivi dal <em>big bang<\/em> a oggi e operano con perizia chirurgica sia a micro che a macro livello: nell\u2019arco di una canzone lavorano in quegli interstizi liminali che crepano il confine tra il loro lato potenzialmente mainstream e la loro realt\u00e0 apocalittica, mentre sulla lunghezza di un album, dove la freddezza delle macchine sembra prendere il sopravvento e anche la voce viene trattata alla stregua di un synth o di una linea di chitarra distorta, giocano sulla reiterazione, trucco vecchio come il mondo per fare breccia nelle difese sensoriali di noi comuni mortali. Uno straordinario intreccio di rumore diafano e spettrale con un pulviscolo di avanguardia che arriva gi\u00f9 come una pioggia acida. <em>Ladies and Gentlemen<\/em>, il futuro \u00e8 questo: meravigliosamente instabile, complicato, sfocato. Ma a suo modo inesorabilmente perfetto.<\/p>\n<p class=\"stripeTitle\">Tracce caldamente consigliate<\/p>\n<p class=\"bottomLineC\"><strong>Instrument<\/strong><br \/>\n<strong>UN-NO<\/strong><br \/>\n<strong>Translate<\/strong><\/p>\n<p><img class=\"center-img-800 alignnone wp-image-162\" style=\"margin-top: 2em;\" src=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/wp-content\/uploads\/19-lydia-loveless-real.jpeg\" alt=\"Lydia Loveless - Real\" width=\"800\" height=\"800\" \/><\/p>\n<h4>19. Lydia Loveless &#8211; Real<\/h4>\n<h5>Sheryl Crow sta bene<\/h5>\n<p>Quando, in un panorama musicale iper-inflazionato e concorrenziale come quello del generico <em>rock americano<\/em>, metti in saccoccia dischi come i primi tre di Lydia Loveless, parlare ancora di promessa sarebbe\u200a\u2014\u200aprima ancora che inopportuno\u200a\u2014\u200aingiusto. Allo stesso tempo per\u00f2, dal suo punto di vista, confermarsi la quarta volta consecutiva non era una cosa n\u00e8 semplice, n\u00e8 tantomeno scontata. Ma Lydia Loveless sapeva quello che doveva fare: doveva fare quello che sa fare, visto che lo sa fare cos\u00ec bene. E farlo ancora\u200a\u2014\u200adi nuovo\u200a\u2014\u200acon il suo piglio sicuro, con il mestiere che sembra gi\u00e0 quello di una veterana, con quella voce sexy e vibrante anche quando velata da una soffice malinconia. Come tutti, crescendo, smussa gli spigoli, Lydia: dove c\u2019era rabbia ora c\u2019\u00e8 disincanto, dove c\u2019era irrequietezza ora c\u2019\u00e8 controllo, dove c\u2019era una <em>rockeuse<\/em> che sbatte le ali (e le porte) ora c\u2019\u00e8 una cantautrice matura e perfettamente calibrata, che la porta la chiude con compostezza. Ma poi butta via la chiave. Cos\u00ec le sue radici country si scompongono definitivamente in uno spettro di colori a dir poco vasto, che va dal rock\u2019n\u2019roll pi\u00f9 grezzo alla ballata acustica d\u2019autore, dal pop yankee accessibile a tutti a un folk sperimentale, senza mai un momento di stanca. Un <em>coast to coast<\/em> stilistico come questo\u200a\u2014\u200aall\u2019interno di un unico macrogenere\u200a\u2014\u200a\u00e8 una strada che tanti provano a percorrere, ma dove \u00e8 facile restare senza benzina quando latita il talento nella scrittura delle canzoni. Inutile ribadire che non \u00e8 questo il caso. Cos\u00ec come \u00e8 inutile ribadire che non era per niente una passeggiata: riuscire a dare a <em>Real<\/em> uno spessore diverso dai suoi tre predecessori, farlo giocare su un altro terreno. E farlo vincere ancora, soprattutto. Vista l\u2019annata che ci \u00e8 toccata in sorte durante questi dodici mesi, sento il bisogno di mettere le mani avanti e specificarlo a chiare lettere: <em>Sheryl Crow sta bene<\/em>. Ma, nel caso ci fosse\u200a\u2014\u200aper qualunque motivo\u200a\u2014\u200abisogno di un\u2019erede, qui abbiamo ufficialmente la candidata che sta in cima alla lista.<\/p>\n<p class=\"stripeTitle\">Tracce caldamente consigliate<\/p>\n<p class=\"bottomLineC\"><strong>Same to You<\/strong><br \/>\n<strong>More Than Ever<\/strong><br \/>\n<strong>Midwestern Guys<\/strong><\/p>\n<p><img class=\"center-img-800 alignnone wp-image-162\" style=\"margin-top: 2em;\" src=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/wp-content\/uploads\/18-spiritual-songs-for-lovers-to-sing.jpeg\" alt=\"LUH - Spiritual Songs for Lovers to Sing\" width=\"800\" height=\"800\" \/><\/p>\n<h4>18. LUH &#8211; Spiritual Songs for Lovers to Sing<\/h4>\n<h5>La speranza di bruciare in eterno<\/h5>\n<p>Ellery James Robert \u00e8 quello che nell\u2019estate del 2011 compose la colonna sonora dei disordini che misero a ferro le maggiori metropoli britanniche. Si chiamava <em>Go Tell Fire to the Mountain<\/em> e era firmata da un sedicente collettivo di base a Manchester, con un nome in codice a prima vista abbastanza ridicolo: WU LYF. Poche le istruzioni per l\u2019uso, al tempo: si pronunciava \u201cWoo Life\u201d e\u200a\u2014\u200asi narra\u200a\u2014\u200afosse l\u2019acronimo di <em>World Unite Lucifer Youth Foundation<\/em>. Messa cos\u00ec non prometteva niente di buono: anche a non voler esser prevenuti, niente di pi\u00f9 di un gruppo di ragazzetti emo-goth a cui dire: \u201ctrovatevi un lavoro e poi ne riparliamo, di crisi del capitalismo occidentale\u201d. Invece fu una delle migliori uscite dell\u2019anno: potente, diretto, infuocato. Cos\u00ec potente, diretto e infuocato che come una scintilla esplose, fece un gran botto e in un attimo si spense lasciandoci in dote una manciata di ricordi polverizzati. Fu lo stesso Ellery James Robert a decretarne la fine ufficiale pi\u00f9 o meno in contemporanea con l\u2019ultima molotov lanciata contro una vetrina di Brixton, riducendo cos\u00ec un album di ottimo livello a un semplice volantino politico, accartocciato e gettato nel primo cestino appena finite le amministrative. Qualche anno dopo lo spirito dei WU LYF risorge dal proprio mucchietto di ceneri e il Nostro torna in pista, questa volta assieme alla compagna (la visual artist olandese Ebony Hoorn) con il progetto che va sotto il nome di LUH. Ancora un moniker che pare un suono onomatopeico, ancora un acronimo, questa volta per <em>Lost Under Heaven<\/em>, dicono. E ancora una volta\u200a\u2014\u200aanche se oggi metaforicamente, grazie a Dio\u200a\u2014\u200al\u2019onda d\u2019urto manda in frantumi tutto quello che si trova davanti. La voce di Roberts ci raschia di nuovo a fondo l\u2019anima: graffiante e dolorosa come il miglior Greg Dulli dopo la centesima sigaretta (della giornata, s\u2019intende), sacrifica consonanti, sillabe e persino intere parole sull\u2019altare di un flusso di vocali trascinante, ma questa volta \u00e8 meno sola e disperata, perfettamente completata da quella di Ebony che, quasi monocorde, pone dei paletti sonori e indirizza la rivolta verso un ben preciso obiettivo. Qualunque esso sia. Per il resto \u00e8 di nuovo la stessa disturbata <em>grandeur<\/em> di un tempo, forse qui meno tribale e pi\u00f9 sintetica, ma sempre alienante, intrisa di una speranza irraggiungibile, mischiata a passaggi di follia pura, quasi sconclusionata, come solo una specie di ballata hardcore potrebbe essere. C\u2019\u00e8 spazio per la violenza, c\u2019\u00e8 spazio per la dolcezza. E c\u2019\u00e8 pure dello spazio extra per un qualcosa che assomiglia alla sfacciata, nuda espressione di un\u2019assoluzione dissotterrata a mani nude. La chiamerei <em>speranza<\/em>, se di fronte a un\u2019opera cos\u00ec magniloquente non mi sembrasse una parola che non \u00e8 abbastanza. La speranza che non sia tutto un <em>dej\u00e0-vu<\/em>. S\u00ec, perch\u00e8 ancora una volta, come la prima, Ellery James Roberts si trova tra le mani un gioello neo-romantico che potrebbe bruciare cos\u00ec intensamente e in cos\u00ec breve tempo da non lasciare n\u00e8 angoli bui in cui nascondersi, n\u00e8 secondi da contare prima dell\u2019apocalisse. E sarebbe un vero peccato.<\/p>\n<p class=\"stripeTitle\">Tracce caldamente consigliate<\/p>\n<p class=\"bottomLineC\"><strong>I&amp;I<\/strong><br \/>\n<strong>Beneath the Concrete<\/strong><br \/>\n<strong>Lost Under Heaven<\/strong><\/p>\n<p><img class=\"center-img-800 alignnone wp-image-162\" style=\"margin-top: 2em;\" src=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/wp-content\/uploads\/17-moderat-3.jpeg\" alt=\"Moderat - III\" width=\"800\" height=\"800\" \/><\/p>\n<h4>17. Moderat &#8211; III<\/h4>\n<h5>La quadratura del cerchio<\/h5>\n<p>Uno dei (tanti) lati positivo della musica elettronica \u00e8 che per fare un <em>supergruppo<\/em> bastano due (massimo tre) persone. Non ho mai capito quanto il progetto Moderat fosse nato con intenti \u201cbellicosi\u201d (nel senso di prospettive definite e programmi a lunga scadenza), piuttosto che come <em>divertissement<\/em> tra <em>golden boy<\/em> dell\u2019IDM europeo (diciamo pure mondiale, al tempo) all\u2019insegna di un pi\u00f9 o meno goliardico \u201cfacciamo questa cazzata e vediamo un po\u2019 come va a finire\u201d. \u00c8 andata a finire che dal 2009 a oggi Apparat ha fatto uscire due dischi (diciamo uno, visto che l\u2019altro era la colonna sonora di una pi\u00e8ce teatrale), i Modeselektor uno. Siamo gi\u00e0 invece gi\u00e0 al terzo (il titolo \u00e8\u200a\u2014\u200aper l\u2019ennesima volta\u200a\u2014\u200amolto evocativo al riguardo) capitolo della saga Moderat. Ovvero \u00e8 andata a finire che quello che probabilmente doveva essere una specie di scherzo a due \u00e8 diventato a tutti gli effetti il progetto principale di entrambe le componenti. Insomma pare che Sasha Ring, Gernot Bronsert e Sebastian Szary c\u2019abbiano preso definitivamente gusto e, dopo gli iniziali (si dice) conflitti compositivi e discrepanze artistiche, abbiano trovato la cosiddetta \u201cquadratura del cerchio\u201d con un disco che una sua ben precisa identit\u00e0 e non risulta una specie di <em>split<\/em>, showcase di due anime simili ma ben distinte. Almeno sulla carta. S\u00ec, perch\u00e8 quanto detto \u00e8 sicuramente vero, ma non \u00e8 cos\u00ec scontato che sia avvenuto in maniera bilaterale. Ovvero, se incontro tra due diversi approcci alla stessa questione c\u2019\u00e8 stato, non direi che sia avvenuto esattamente a met\u00e0 strada. Anzi, direi proprio che la resa dei conti \u00e8 avvenuta a casa Ring, che\u200a\u2014\u200atra l\u2019altro\u200a\u2014\u200a\u00e8 l\u2019ultimo posto dove gli altri due sono stati avvistati prima di scomparire senza lasciare traccia. Almeno stando alle indiscrezioni lasciate trapelare dalle autorit\u00e0 tedesche. Non che non fosse un finale annunciato, diciamo che il processo era in atto fin da subito dopo il primo disco e ha seguito il suo corso senza particolari intoppi. Se infatti il debutto si intitolava <em>Moderat<\/em> non a caso, gi\u00e0 <em>II<\/em> avrebbe potuto chiamarsi <em>Mopparat<\/em>, cos\u00ec come quest\u2019ultima fatica suona tanto di <em>Mapparat<\/em>. S\u00ec, perch\u00e8 <em>III<\/em> \u00e8 indubbiamente il disco di Moderat pi\u00f9 \u201cApparat\u201d uscito fino ad oggi: rarefatto, splendidamente melodico, pop a suo modo, sempre <em>kraut<\/em> visto un certo romanticismo (nel senso di Goethe), ma intento a strizzare pi\u00f9 di un occhio verso un\u2019elettronica <em>d\u2019elite<\/em> molto british (Thom Yorke solista, Burial, gente cos\u00ec). Insomma, per questa volta possiamo parlare di <em>quadratura del cerchio<\/em> solo se accettiamo il fatto che siano stati i Modeselktor quelli confinati nei panni del cerchio in questione. Se sia stata una scelta condivisa, una quadratura ottenuta a forza di martellate e schiaffi oppure un amichevole compromesso da aperitivo (\u201cquesta volta offro io, a te tocca la prossima\u201d) lo scopriremo solo con il prossimo <em>IV<\/em>. Sempre ammesso che Gernot e Sebastian vengano ritrovati vivi e vegeti e non a pezzi nel frigo tra w\u00fcrstel e stinchi di maiale.<\/p>\n<p class=\"stripeTitle\">Tracce caldamente consigliate<\/p>\n<p class=\"bottomLineC\"><strong>Eating Hooks<\/strong><br \/>\n<strong>Reminder<\/strong><br \/>\n<strong>The Fool<\/strong><\/p>\n<p><img class=\"center-img-800 alignnone wp-image-162\" style=\"margin-top: 2em;\" src=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/wp-content\/uploads\/16-dinosaur-jr-give-a-glimpse-of-what-yer-not.jpeg\" alt=\"Dinosaur Jr - Give a Glimpse of What Yer Not\" width=\"800\" height=\"800\" \/><\/p>\n<h4>16. Dinosaur Jr &#8211; Give a Glimpse of What Yer Not<\/h4>\n<h5>Quell\u2019atteggiamento da m\u2019importa \u2018na sega<\/h5>\n<p>Confesso che quasi mi vergogno, dopo trent\u2019anni, a star ancora qui a parlare dei Dinosaur Jr. Ma che ci posso fare io se questi tre, pur senza scostarsi di un millimetro dal loro essere, volutamente, inesorabilmente, quasi provocatoriamente, <em>cos\u00ec Dinosaur Jr<\/em>, ancora una volta riescono a far brillare occhi e orecchie, a farsi ascoltare e riascoltare, a farmi dire\u200a\u2014\u200asembro mio nonno\u200a\u2014\u200a\u201cce ne fosse, di gente cos\u00ec tra i giovanotti indie di oggi!\u201d? Il dato di fatto \u00e8 che questi tre sono nati per suonare insieme: <em>alchimia<\/em>, la chiamano i giornalisti new age. Non \u00e8 mai facile (nella vita in generale, cos\u00ec come quando si parla di musica) realizzare\u200a\u2014\u200ae ancor meno <em>ammettere<\/em>\u200a\u2014\u200ache riesci a dare il meglio di te solo in presenza (o in compagnia) di certe determinate persone: da un lato \u00e8 bello, ma dall\u2019altro \u00e8 un attimo a finire a viverlo come una specie di limitazione, di costrizione, di <em>maledizione<\/em>. A J Mascis, Lou Barlow e Murph bisogna dare atto che c\u2019hanno provato. A star gli uni senza gli altri, dico. Litigate a bicchieri in faccia, vari progetti solisti, due o tre reunion. Si son presi e lasciati come le nostre peggiori coppie di amici, ma alla fine se ne sono fatti una ragione. A riprova di questo il fatto che ormai dall\u2019ultimo <em>come-back<\/em>, che ha segnato l\u2019inizio del terzo capitolo della loro carriera, son gi\u00e0 passati (fatico a crederlo, ma \u00e8 cos\u00ec) dieci anni, ovvero pi\u00f9 tempo sia del primo episodio con la formazione originale (\u201884-\u201989) che della seconda era <em>post-Barlow<\/em> (\u201889-\u201997). Dieci anni e quattro dischi (che con i precedenti fanno undici) che, se anche\u200a\u2014\u200acome molti detrattori non mancano mai di sottolineare\u200a\u2014\u200apoco hanno aggiunto a quello che i tre gi\u00e0 hanno dato al concetto di <em>guitar-based indie-rock<\/em>, hanno\u200a\u2014\u200acome se ce ne fosse ancora la necessit\u00e0\u200a\u2014\u200adimostrato che le cose migliori che sanno fare le sanno fare insieme, e che le cose che fanno insieme alla fine si dimostrano sempre e comunque le migliori che sanno fare. <em>Give a Glimpse of What Yer Not<\/em> non fa eccezione. Parte subito con le due tracce forse pi\u00f9 deboli del disco (che\u200a\u2014\u200aguarda caso\u200a\u2014\u200asono pure i due singoli, come a rilanciare, anche alle soglie della pensione, quell\u2019atteggiamento da <em>m\u2019importa \u2018na sega<\/em>, come a dire \u201ctogliamoci subito questo dente e accontentiamo i ragazzi della casa discografica\u201d), ma \u00e8 uno scherzo, visto che gi\u00e0 dalla numero tre decolla in un crescendo qualitativo che si mantiene fino alla fine, forte dei soliti ingredienti, saporiti come non mai: assoli logorroici (ma\u200a\u2014\u200aa dirla tutta\u200a\u2014\u200aqui forse anche meno del solito), la voce catatonica e distaccata di J Mascis (distante, ma in qualche modo <em>consolatoria<\/em> ancora una volta), un paio di episodi firmati Lou Barlow dal sapore molto <em>Folk Implosion<\/em> (che ci fanno ben sperare per un suo futuro maggior coinvolgimento nel songwriting della band). Niente cambia, i tempi e suoni si mantengono intatti. E guai a pensare sia un difetto: forse \u00e8 il trucco per far s\u00ec che tutto, ancora, funzioni a meraviglia.<\/p>\n<p class=\"stripeTitle\">Tracce caldamente consigliate<\/p>\n<p class=\"bottomLineC\"><strong>Be A Part<\/strong><br \/>\n<strong>Love Is<\/strong><br \/>\n<strong>I Walk For Miles<\/strong><\/p>\n<p><img class=\"center-img-800 alignnone wp-image-162\" style=\"margin-top: 2em;\" src=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/wp-content\/uploads\/15-DIIV-is-the-is-are.jpeg\" alt=\"DIIV - Is The Is Are\" width=\"800\" height=\"800\" \/><\/p>\n<h4>15. DIIV &#8211; Is The Is Are<\/h4>\n<h5>L\u2019amore per il drogarsi<\/h5>\n<p>La domanda \u00e8 vecchia quanto la storia della musica (per non dire dell\u2019uomo, per non dire dell\u2019universo\u200a\u2014\u200achiedete agli organismi monocellulari di milioni di anni fa che con il tempo di sono mutati in Giuliano Sangiorgi), cos\u00ec come le relativa, atavica, assenza di una risposta certa, univoca, testata. \u00c8 pi\u00f9 semplice replicare un successo (in questo caso quello dell\u2019album d\u2019esordio) innovandosi ed evolvendosi o ripetendosi e replicandosi? Zachary Cole Smith sembra avere pochi dubbi al riguardo (vedi alla voce <em>la seconda che hai detto<\/em>). Banalmente, la soluzione che mette sempre (e da sempre) tutti d\u2019accordo \u00e8 quella di tirar fuori un ottimo disco. E anche su questo fronte Zachary Cole Smith sembra avere le idee chiare e passarsela discretamente bene. Musicalmente parlando, questo \u00e8 un disco poco meno che perfetto: prende ingredienti di cui conosciamo benissimo il sapore (il noise di scuola Sonic Youth, una certa dark-wave che richiama i Cure, uno shoegaze sperimentale che negli ultimi anni si \u00e8 fatto strada grazie a band come i TOY) e li accosta con un garbo disarmante. A livello di contenuti purtroppo, il tutto sembra ridursi al binomio (anche questo vecchio come la strada dissestata che porta da <em>Natural Born Killers<\/em> alle accoppiate d\u2019oro Kurt &amp; Courtney \/ Bonnie &amp; Clyde) \u201cdrogarsi + essere innamorati della propria ragazza\u201d (nello specifico Sky Ferreira), sviluppato in tutte le sue sfaccettature che vanno dallo \u201csmettere di suonare per drogarsi con propria ragazza\u201d al \u201csuonare per smettere di drogarsi e magari far cantare la propria ragazza in una canzone cos\u00ec almeno anche lei per quei tre minuti smette di drogarsi\u201d. Ripetizione, luoghi comuni. Non proprio due capisaldi di quello che definiresti un bel disco. Ma per quando riguarda la prima Zachary Cole Smith ha dalla sua una capacit\u00e0 innata di attrarre pur riproponendosi, in quanto lui stesso fedele costante entropica che senza sforzo riesce a far sembrare le solite cose ogni volta un\u2019esperienza diversa. Parlando pi\u00f9 seriamente della seconda invece, cosa sono in fin dei conti i luoghi comuni? Non sono forse l\u2019espressione naturale (e quindi mai <em>banale<\/em>) di un genuino bisogno di immediatezza? La stessa immediatezza che spinge milioni di ragazzi a indossare la t-shirt di <em>Unknown Pleasures<\/em> o quella dello <em>smile<\/em> dei Nirvana anche senza essere del tutto consapevoli del loro impatto culturale. E chi siamo noi per giudicare questa fame bulimica di urgenza? Dopotutto \u00e8 un qualcosa di legato a una forma di disillusione, di dubbio esistenziale, di confusione generica che (in quanto insita nell\u2019animo umano) non passa mai di moda e ciclicamente viene impersonata da un qualche frontman introverso (pi\u00f9 che <em>controverso<\/em>), deboluccio e mediamente imbarazzato. Perdonatemi per l\u2019accostamento incosciente, ma alla fine, che si chiami Ian, Kurt o Zach fa forse qualche differenza?<\/p>\n<p class=\"stripeTitle\">Tracce caldamente consigliate<\/p>\n<p class=\"bottomLineC\"><strong>Out of Mind<\/strong><br \/>\n<strong>Dopamine<\/strong><br \/>\n<strong>Yr Not Far<\/strong><\/p>\n<p><img class=\"center-img-800 alignnone wp-image-162\" style=\"margin-top: 2em;\" src=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/wp-content\/uploads\/14-the-kills-ash-ice.jpeg\" alt=\"The Kills - Ash &amp; Ice\" width=\"800\" height=\"800\" \/><\/p>\n<h4>14. The Kills &#8211; Ash &amp; Ice<\/h4>\n<h5>La dovuta manicure<\/h5>\n<p>Stavi con Kate Moss e hai appena divorziato, eri il chitarrista di una delle rock band con pi\u00f9 hype degli ultimi quindici anni e hai appena perso il dito di una mano. Ora, non voglio tirare in ballo una vecchia canzone di Elio e le Storie Tese e i suoi metodi alternativi per <em>ramazzare una stanza<\/em>, ma mi pare di poter dire che l\u2019ultimo periodo per Jamie Hince non sia stato propriamente tutto rose e fiori. Una roba insomma che il pensiero di fare un disco non deve esser stato proprio una priorit\u00e0, diciamo. Eufemismo. Pi\u00f9 realisticamente: una roba che deve essere gi\u00e0 stato tanto aver trovato la forza di non spararsi un colpo in bocca come qualche altro suo illustre collega. E invece. Sar\u00e0 che sull\u2019altro piatto della bilancia, la sua <em>partner in crime<\/em> Alison Mosshart, nello stesso lasso di tempo, se l\u2019\u00e8 spassata alla grande: progetti paralleli di discreto successo (The Dead Weather con Jack White e un paio di comparsate nell\u2019ultimo album dei Gang of Four e nella colonna sonora di <em>Sons of Anarchy<\/em>), un\u2019improvvisa quanto irrefrenabile vocazione artistica extra-musicale (pittura per la precisione\u200a\u2014\u200ao meglio, dipinge quadri nemmeno troppo astratti utilizzando al posto dei pennelli macchinine telecomandate\u200a\u2014\u200as\u00ec, avete capito). Sar\u00e0 appunto che, come si dice dalle mie parti, \u201cpoggio e buca fan pari\u201d, ma il quinto album a firma The Kills \u00e8 l\u2019ennesima piccola bomba che presente ben pochi punti deboli: solido e corazzato come ogni volta, porta a casa la pagnotta con le armi di sempre pur permettendosi, per una volta, qualche interessante divagazione fuori dal classico seminato contenuto nel recinto fatto di \u201criff ignoranti + voce sexy e graffiante + drum machine giusto per non andare fuori tempo\u201d. S\u00ec, perch\u00e8 con <em>Ash &amp; Ice<\/em> la svolta stilistica \u00e8 pi\u00f9 che accennata: le venature black corrono per tutta la superficie e l\u2019anima soul e blues del duo viene a galla con decisione, deviando a volte verso un paio di momenti per i quali potremmo davvero arrivare a scomodare la parola <em>ballad<\/em>, senza mai comunque perdere al devozione alla santissima trinit\u00e0 \u201csesso + droga + rock\u2019n\u2019roll\u201d, rivisitata secondo il loro classico\u200a\u2014\u200aa tratti (auto)ironico\u200a\u2014\u200acinismo. I riff sono sempre killer, ma svariano su un range di sfumature pi\u00f9 vasto, cos\u00ec come i pattern di batteria, che rimangono in prevalenza campionati o elettronici, ma spesso\u200a\u2014\u200asinceramente\u200a\u2014\u200anemmeno lo sembrano, mentre qua e l\u00e0 fa la sua comparsa un basso pulsate che d\u00e0 al tutto una nuova (o vecchia, dipende dai punti di vista\u200a\u2014\u200aapprezzabile e apprezzata, comunque) eco new-wave. Insomma, i Kills dimostrano di saper ancora graffiare, anche se con una falange di meno, ma lo fanno con le unghie meno sporche e pi\u00f9 curate nei dettagli. Perch\u00e8 a un certo punto della tua carriera capisci\u200a\u2014\u200ae non c\u2019\u00e8 niente di male\u200a\u2014\u200ache gli artigli e basta non son pi\u00f9 sufficienti, senza la dovuta <em>manicure<\/em>.<\/p>\n<p class=\"stripeTitle\">Tracce caldamente consigliate<\/p>\n<p class=\"bottomLineC\"><strong>Bitter Fruit<\/strong><br \/>\n<strong>Siberian Nights<\/strong><br \/>\n<strong>Impossible Tracks<\/strong><\/p>\n<p><img class=\"center-img-800 alignnone wp-image-162\" style=\"margin-top: 2em;\" src=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/wp-content\/uploads\/13-wild-beasts-boy-king.jpeg\" alt=\"Wild Beasts - Boy King\" width=\"800\" height=\"800\" \/><\/p>\n<h4>13. Wild Beasts &#8211; Boy King<\/h4>\n<h5>La fine dell\u2019adolescenza<\/h5>\n<p>Ho sempre pensato che, pi\u00f9 che dello snobismo intrinseco derivante da una scelta \u201cacculturata\u201d figlia direttamente del <em>fauvismo<\/em> del ventesimo secolo (e qui, per rimanere in tema di atteggiamenti snob, vi lascio\u200a\u2014\u200anella peggiore delle ipotesi\u200a\u2014\u200aalle vostre battutine a sfondo sessuale oppure\u200a\u2014\u200anella migliore\u200a\u2014\u200ail tempo di leggervi la voce relativa su Wikipedia), il nome Wild Beasts, scelto a suo tempo (ormai cinque album fa) da Kendal Thorpe e compagni fosse, se non proprio una dichiarazione di intenti, almeno indice della loro innata consapevolezza di possedere una peculiarit\u00e0 artistica difficilmente inquadrabile e catalogabile: di essere insomma, quantomeno nel panorama sempre pi\u00f9 omologato di un generico <em>indie inglese<\/em>, una specie di animale raro e quindi disposto ad essere anche feroce, se necessario, per scongiurare l\u2019estinzione. A testimonianza di questo un\u2019evoluzione artistica cos\u00ec brusca, decisa ed energica, di quelle a cui \u00e8 raro assistere, soprattutto ultimamente. Un\u2019evoluzione artistica quasi paradossale, visto che <em>Boy King<\/em> dovrebbe essere, almeno nelle intenzioni dichiarate, l\u2019album del ritorno al pop, ma a conti fatti risulta deliziosamente scarabocchiato di graffi (e graffiti) elettro-rock, torture soft-industriali e nemmeno troppo sottintesi presagi di morte. Fondamentale, in questo, il lavoro del produttore Jon Congleton (St. Vincent, Swans, Black Mountain, Chelse Wolfe), che ha preso possesso del guardaroba della band, gettato nel cassonetto della Caritas tutti i golfini e le polo e acquistato in stock da Zara una serie di giacchette di pelle da indossare possibilmente a torso nudo. Il risultato \u00e8 un disco oscuro e affascinante, con una produzione patinata nella sua sporcizia, ogni suono al posto giusto e ben pochi difetti (esclusa ovviamente <a href=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/recensioni\/wild-beasts-boy-king\/\" target=\"_blank\" title=\"leggi le nostre elucubrazioni imbarazzate sulla copertina del disco dei Wild Beasts!\">l\u2019imbarazzante copertina<\/a> che mostra quale sarebbe stata la locandina di <em>Metropolis<\/em> in un universo parallelo in cui Fritz Lang, invece che passare le serate con Thea von Harbou, si fosse ammazzato dalle seghe davanti alle succinte e procaci ragazze fast-food di <em>Drive-In<\/em>). Insomma, i Wild Beasts ci han messo quasi dieci anni (e quattro album) a uscire dall\u2019adolescenza. Ma se questa \u00e8 l\u2019et\u00e0 adulta, in tutta la sua inquieta e ben poco rassicurante bellezza, diciamo che \u00e8 valsa la pena aspettare.<\/p>\n<p class=\"stripeTitle\">Tracce caldamente consigliate<\/p>\n<p class=\"bottomLineC\"><strong>Big Cat<\/strong><br \/>\n<strong>Tough Guy<\/strong><br \/>\n<strong>Alpha Female<\/strong><\/p>\n<p><img class=\"center-img-800 alignnone wp-image-162\" style=\"margin-top: 2em;\" src=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/wp-content\/uploads\/12-margaret-glaspy-emotions-and-math.jpeg\" alt=\"Margaret Glaspy - Emotions and Math\" width=\"800\" height=\"800\" \/><\/p>\n<h4>12. Margaret Glaspy &#8211; Emotions and Math<\/h4>\n<h5>Mai giocare alla meno<\/h5>\n<p>Se Elliott Smith fosse stato una donna probabilmente sarebbe stato Joni Mitchell. E viceversa. Se entrambi si reincarnassero oggi nel corpo di una stessa persona, questa sarebbe Margaret Glaspy. Le sue canzoni condividono la stessa onesta (nel senso di <em>devastante<\/em>) intima\u200a\u2014\u200ama mai autoindulgente\u200a\u2014\u200aautoreferenzialit\u00e0 del primo, quanto la creativit\u00e0 nell\u2019intonazione melodica della seconda. Anche a livello di testi, \u00e8 capace di passare\u200a\u2014\u200asenza perdere minimamente in efficacia\u200a\u2014\u200adal racconto distanziato in terza persona a una profonda analisi di s\u00e8 a cuore aperto. Infatti\u200a\u2014\u200ache siano proprie o altrui non fa molta differenza\u200a\u2014\u200a<em>Emotions and Math<\/em> \u00e8 fondamentalmente un disco di storie, nel senso di songwriting pi\u00f9 caro alla tradizione folk americana, ma sconfina (sapendo di sconfinare e soprattutto sapendo <em>come<\/em> sconfinare) placidamente oltre i confini di un rock\u2019n\u2019roll al femminile nell\u2019ambito del quale fa piacere annoverare una <em>new entry<\/em> di livello assoluto. S\u00ec perch\u00e8 la relazione (a tutti gli effetti <em>sentimentale<\/em>\u200a\u2014\u200aascoltare per credere) chiave, in questo disco, non \u00e8 tanto quella tra i personaggi che animano i testi delle varie tracce, quanto quella tra la chitarra e la voce di Margaret: la prima ha un suono primitivo, tutt\u2019altro che amatoriale ma nudo e crudo, e compensa la seconda, quando ce n\u2019\u00e8 bisogno, ma lascia tra un riff e l\u2019altro tutto il tempo e lo spazio (che siano dilatati o compressi, sempre quelli giusti) per un cantato a volte sommesso e rassegnato, a volte gridato e potente. Alanis Morrisette, Ani Di Franco, Suzanne Vega, in certi momenti Torres. I nomi a cui accostarla non mancano, ma Margaret Glaspy sforna un debutto che gode di un\u2019imprevedibilit\u00e0 stilistica difficilmente catalogabile, quasi un vezzo anarchico: tagliare e fondere insieme influenze e idee, suoni e algebre distortamente poetiche in un corpo unico, ma quasi inafferrabile, se pur in grado di attirare tutta l\u2019attenzione fin dal primo istante. Debutto che\u200a\u2014\u200aa volersi mettere nei suoi panni, questo, in fin dei conti, \u00e8 il difetto principale del disco\u200a\u2014\u200asegna, su un ipotetico muro della qualit\u00e0, la sua tacca a un livello incredibilmente alto. Livello a partire dal quale, inevitabilmente, saranno giudicati i suoi lavori futuri. Ma\u200a\u2014\u200a<em>\u00e7a va sans dire<\/em>\u200a\u2014\u200ainutile pensarci adesso: giocare <em>alla meno<\/em> preventivamente quando sei, anche solo ragionevolmente, sicura dei tuoi mezzi sarebbe la pi\u00f9 stupida tra tutte le possibili strategie.<\/p>\n<p class=\"stripeTitle\">Tracce caldamente consigliate<\/p>\n<p class=\"bottomLineC\"><strong>Emotions and Math<\/strong><br \/>\n<strong>Parental Guidance<\/strong><br \/>\n<strong>Black Is Blue<\/strong><\/p>\n<p><img class=\"center-img-800 alignnone wp-image-162\" style=\"margin-top: 2em;\" src=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/wp-content\/uploads\/11-the-veils-total-depravity.png\" alt=\"The Veils - Total Depravity\" width=\"800\" height=\"800\" \/><\/p>\n<h4>11. The Veils &#8211; Total Depravity<\/h4>\n<h5>Un personale inferno privato<\/h5>\n<p>Finn Andrews \u00e8 fico, ma questo non basta per essere scelto da David Lynch. Ci vuole qualcosa di pi\u00f9. Evidentemente Finn Andrews quel qualcosa in pi\u00f9 ce l\u2019ha. <a title=\"guarda chi c'\u00e8 di famoso nel sequel di Twin Peaks!\" href=\"http:\/\/deadline.com\/2016\/04\/twin-peaks-full-cast-david-lynch-showtime-series-1201743122\/\" target=\"_blank\">Come attore<\/a> dico. Lo stesso (anzi, forse a maggior ragione) vale se David Lynch si offre di collaborare al tuo disco. Vuol dire che quel disco ha un qualcosa in pi\u00f9. Ecco. Il nuovo disco dei Veils pu\u00f2 piacere o non piacere (come ogni disco, come qualunque cosa, del resto) ma credo sia innegabile, evidente, che abbia quel qualcosa in pi\u00f9. Qualunque cosa sia. Mi rendo conto che messa cos\u00ec pi\u00f9 che una recensione pare uno sketch di <a title=\"guarda qua che roba il coso di quel tizio che fa cose come quell'altre robe l\u00ec!\" href=\"https:\/\/www.youtube.com\/watch?v=ZF20yFbJRXU&amp;feature=youtu.be\" target=\"_blank\">Crozza che imita Della Valle<\/a> (\u201cun disco che ha quel qualcosa giusto per fare delle robe e scalare la classifica di quelle cose l\u00ec e che a tratti ricorda coso, come si chiama, quello che suonava quelle robe\u201d), il che da un lato conferma la mia incapacit\u00e0 di scrivere una recensione degna di questo nome, dall\u2019altro dimostra che questo \u00e8 un disco che fa un passo avanti nella discografia della band, un passo difficile da descrivere a parole. Si sente al primo ascolto, anche se non sei David Lynch. \u00c8 il risultato di un processo violento e sadico: come prendere quell\u2019alt-rock con venature brit, malinconico e quasi post-adolescenziale della band che fu e sotterrarlo vivo. Poi sedersi vicino al mucchio di terra appena smossa e ascoltare con interesse morboso le urla, le imprecazioni e l\u2019eco dei pugni dati sulla cassa inchiodata che salgono attutiti ma ben distinguibili da quella specie di <em>own private inferno<\/em>. Suona strano, ma \u00e8 quello che potrebbe fare Laura Palmer al suo fidanzato: non stupisce quindi che abbia incuriosito il creatore di Twin Peaks. C\u2019\u00e8 un velo di claustrofobia in molti di questi pezzi: cupo e irrequieto, a tratti quasi cattivo e dissonante. Inaspettato, sicuramente. Bello, a suo modo. A onor del vero c\u2019\u00e8 da dire che anche questa volta non mancano alcuni momento pi\u00f9 delicati durante i quali prendere fiato, ma sono comunque ballate noir dal sapore vagamente morriconiano o pseudo-blues psicotici degni del miglior Nick Cave. Un quadro di Goya appeso nella stanza di una nobildonna, abbandonato l\u00ec dopo la crisi in un futuro parallelo post-nucleare. Forse, per meritarsi il paragone che sto per fare, questo disco pecca un po\u2019 di magniloquenza, ma la strada verso la perfezione \u00e8 quella giusta: con un minimo lavoro di cesello, sottraendo ancora qualcosa, rinunciando a certi passaggi, soluzioni e fronzoli un po\u2019 troppo autoindulgenti, <em>Total Depravity<\/em> potrebbe assomigliare davvero alla versione sonora di un romanzo di Cormac McCarthy. Desolato ma\u200a\u2014\u200anon si sa bene perch\u00e8\u200a\u2014\u200anon <em>desolante<\/em>, cupo e perso in un orizzonte spento, protagonista unico e assoluto in un universo cosparso di fango, rovine e ossa, dove l\u2019unica cosa che puoi fare \u00e8 strascicare i piedi portandoli avanti uno dopo l\u2019altro, attento a non inciampare nella borsa in cui hai raccolto quello che potevi. Ovvero il minimo necessario per sopravvivere un altro giorno. Solo come un cane, s\u2019intende. Ma con la musica giusta nell\u2019iPod.<\/p>\n<p class=\"stripeTitle\">Tracce caldamente consigliate<\/p>\n<p class=\"bottomLineC\"><strong>Low Lays the Devil<\/strong><br \/>\n<strong>Swimming with the Crocodiles<\/strong><br \/>\n<strong>Here Comes the Dead<\/strong><\/p>\n<p><img class=\"center-img-800 alignnone wp-image-162\" style=\"margin-top: 2em;\" src=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/wp-content\/uploads\/10-shearwater-jet-plane-and-oxbow.jpg\" alt=\"Shearwater - Jet Plane and Oxbow\" width=\"800\" height=\"800\" \/><\/p>\n<h4>10. Shearwater &#8211; Jet Plane and Oxbow<\/h4>\n<h5>Il posto giusto per ricominciare<\/h5>\n<p>Forse l\u2019ho intravista, cercata, percepita soltanto io. Forse me la sono proprio inventata. Nel caso, l\u2019ho fatto in buona fede, spinto solo ed esclusivamente dal sentimento di profonda stima che mi lega a entrambi. Fatto sta che quest\u2019anno, nascosta tra le righe dei listoni di fine stagione, incastrata tra le rughe delle classifiche dell\u2019ultima ora come una specie di gara nella gara, una curiosit\u00e0 rischiava di rimanere insoddisfatta: chi l\u2019avrebbe spuntata nel personale testa a testa privato di casa (ex) Okkervil River? S\u00ec, perch\u00e8 sottinteso nel labirinto delle uscite del 2016 c\u2019era anche un non dichiarato confronto tra il passato e il presente della band di Austin. Sempre per il sentimento di profonda stima che ho tirato in ballo qualche riga fa, avrei preferito, di cuore, un pareggio: magari non proprio uno scialbo nulla di fatto a reti bianche, piuttosto uno di quei match scoppiettanti in cui i due contendenti si dividono la posta in palio a suon di gol e di continui sorpassi e recuperi. Invece mi trovo qui a commentare, forse controcorrente, un risultato a sorpresa: mentre infatti da un lato Will Sheff, con quel che resta dei pezzi di una band (e\u200a\u2014\u200ava detto\u200a\u2014\u200aanche con quel che resta dei pezzi della sua vita privata) se ne \u00e8 uscito con un album minimale, sommesso, in cui fa quello che sa fare ma\u200a\u2014\u200aper quanto sempre splendido in termini di scrittura\u200a\u2014\u200aforse con meno spunti veramente eccitanti di quanti ci si potesse aspettare dal punto di vista musicale, dall\u2019altro gli Shearwater di Jonathan Meiburg hanno tirato fuori dal cilindro quello che\u200a\u2014\u200asenza ombra di dubbio\u200a\u2014\u200a\u00e8 il loro disco pi\u00f9 imponente, a oggi. La storia \u00e8 piena di grandi momenti, scintille che partono dal basso e cambiano il corso delle cose. Dover per le cose intendo praticamente tutto. Si chiamano <em>rivoluzioni<\/em>, credo. Ecco, segnatevi questa data, perch\u00e8 il 2016 \u00e8 stato l\u2019anno in cui gli Shearwater hanno avviato la propria personale rivoluzione. E, visto che non c\u2019\u00e8 rivoluzione senza conflitti, inutile sottolineare come, alla base della spettacolarit\u00e0 di questo disco, ci sia appunto tutta una serie di contrapposizioni, sia a livello di testi che di musica. Il rapporto tra sviluppo tecnologico e mondo rurale va di pari passo con l\u2019eterna lotta tra il lato oscuro e quello positivo dell\u2019animo umano e l\u2019analisi di entrambi i dualismi \u00e8 perfettamente accompagnata da sonorit\u00e0 e melodie che cambiano mood da una traccia all\u2019altra, accostando poli opposti e avvicinandoli a tal punto da creare la contraddizione perfetta. <em>Jet Plane and Oxbow<\/em> rappresenta qualcosa di nuovo per gli Shearwater, non strettamente richiesto, qualcosa di cui\u200a\u2014\u200asi potrebbe pensare\u200a\u2014\u200anon c\u2019era poi cos\u00ec bisogno e che rischiava di finire nella categoria dei \u201ccambiamenti non propriamente ben accolti\u201d, visto che, dopotutto, i vecchi Shearwater\u200a\u2014\u200averit\u00e0 sacrosanta\u200a\u2014\u200aandavano benissimo cos\u00ec come erano. Ma Meiburg porta avanti il suo esperimento con la cocciutaggine di chi non ha paura che gli esploda tra le mani, forse perch\u00e8 sa benissimo che, anche nel caso succeda\u200a\u2014\u200ae in effetti succede, altrimenti che rivoluzione sarebbe?\u200a\u2014\u200asi tratterebbe <em>solo<\/em> di radere al suolo tutto il proprio, piccolo, pianeta per renderlo un posto pi\u00f9 bello: il posto giusto per ricominciare.<\/p>\n<p class=\"stripeTitle\">Tracce caldamente consigliate<\/p>\n<p class=\"bottomLineC\"><strong>Prime<\/strong><br \/>\n<strong>A Long Time Away<\/strong><br \/>\n<strong>Radio Silence<\/strong><\/p>\n<p><img class=\"center-img-800 alignnone wp-image-162\" style=\"margin-top: 2em;\" src=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/wp-content\/uploads\/09-minor-victories.jpg\" alt=\"Minor Victories - Minor Victories\" width=\"800\" height=\"800\" \/><\/p>\n<h4>9. Minor Victories &#8211; Minor Victories<\/h4>\n<h5>Sogni e Bi-sogni<\/h5>\n<p>In quella spinta alla ricerca di quel qualcosa in pi\u00f9 che da sempre attanaglia l\u2019animo umano, persi in quel limbo del <em>non \u00e8 abbastanza<\/em>, tormentati da quel tarlo che promette una perfezione forse irraggiungibile, attaccati come cozze a quel \u201cforse\u201d, appunto, che ha rovinato pi\u00f9 vite delle polveri sottili. Ecco. In quella pessima condizione di insoddisfazione ingiustificata che non vi auguro (sapendo quanto ci\u00f2 sia inutile perch\u00e8 senza dubbio tutti, almeno una volta nella vita, avete gi\u00e0 dovuto fronteggiare), in quante occasioni vi siete chiesti: \u201cse volessi mettere una voce sopra i pezzi\u200a\u2014\u200agi\u00f9 perfetti, sia chiaro\u200a\u2014\u200adei Mogwai, chi sceglierei?\u201d Rachel Goswell mi sembra un\u2019ottima opzione. Almeno nei miei sogni erotici ricorrenti, era un\u2019ottima opzione, mi pare di ricordare. Che si sa, la mattina poi ricordarsi i sogni non \u00e8 mai semplice, soprattutto se hai l\u2019abitudine di svegliarti con <em>Friend of the Night<\/em> in tutta la sua perfezione (solo) strumentale. Ma i Minor Victories non sono solo questo: i Mogwai con l\u2019ex-Slowdive alla voce, intendo. Innanzitutto c\u2019\u00e8 Justin Lockey degli Editors che in un idillio come quello appena presentato poteva recitare la parte di quel famoso terzo incomodo che trasforma il sogno in un incubo, e invece fa il suo in quello che da sempre \u00e8 il migliore dei modi di fare il tuo, ovvero portando un contributo decisivo senza pestare i piedi a nessuno. E poi una sensazione tangibile, onesta e a suo modo inaspettata: l\u2019impressione che, se riuscissimo a liberarci dei pregiudizi legati al concetto di <em>supergruppo<\/em> e a mettere da parte i sentimenti (qualunque essi siano) che ci legano alle rispettive formazioni di provenienza, non avremmo nessuna difficolt\u00e0 a vedere questo disco come il sorprendente debutto di una vera band, brillante promessa del prossimo rock d\u2019oltremanica. Un disco vero, che non si esaurisce in un mero showcase del talento individuale dei musicisti coinvolti, ma riesce a veicolarlo in un album coerente che procede per contrasti, in un suono roccioso e riconoscibile che per\u00f2 risulta in continuo divenire e cambia veste di traccia in traccia, violento quando serve, emotivo ed estatico quando questo \u00e8 quello che i battiti richiedono. La coesione sincera che si sente dietro a queste note dovrebbe sinceramente fare invidia a band che hanno il lusso di suonare insieme da decine di anni e che spesso fanno fatica a mettere insieme cinquanta minuti cos\u00ec autentici e preziosi, che dimostrano, una volta tanto, che anche la matematica a volte pu\u00f2 perdere la sua sicurezza granitica e portare a un risultato in cui il tutto non \u00e8 sempre e solo la somma delle parti. \u00c8 senza ombra di dubbio qualcosa di pi\u00f9.<\/p>\n<p class=\"stripeTitle\">Tracce caldamente consigliate<\/p>\n<p class=\"bottomLineC\"><strong>Give Up the Ghost<\/strong><br \/>\n<strong>A Hundred Ropes<\/strong><br \/>\n<strong>Breaking My Light<\/strong><\/p>\n<p><img class=\"center-img-800 alignnone wp-image-162\" style=\"margin-top: 2em;\" src=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/wp-content\/uploads\/08-haelos-full-circle.jpg\" alt=\"H\u00c6LOS - Full Circle\" width=\"800\" height=\"800\" \/><\/p>\n<h4>8. H\u00c6LOS &#8211; Full Circle<\/h4>\n<h5>Il trip-hop \u00e8 morto, lunga vita al trip-hop<\/h5>\n<p>Sicuramente una delle sorprese pi\u00f9 gradite dell\u2019anno. Alzi la mano chi pensava che nel 2016 (dopo l\u2019esplosione <em>nineties<\/em> e il generoso\u200a\u2014\u200aquanto qualitativamente di livello\u200a\u2014\u200a<em>revival<\/em> degli ultimi anni) un disco di debutto ancora etichettabile in maniera superficiale come <em>trip-hop<\/em> potesse in qualche modo stupirci, se non lasciarci piacevolmente di stucco, affascinati e immobili di fronte al dato di fatto: il nuovo Bristol-sound arriva da Londra. Possiamo fare tutti i nomi possibili per elencare le influenze che sono evidenti in questo disco: sono tanti, e sono ingombranti. Massive Attack, Portished, The XX, Fka Twigs, solo per citarne alcuni. E vi giuro: non \u00e8 un male. Per niente. In ognuna di queste canzoni c\u2019\u00e8 un pezzo di qualcun altro, ma ognuno di questi pezzi \u00e8 stato re-immaginato, pi\u00f9 che rivisitato. Gli H\u00c6LOS si sono creati la loro personale fessura di universo, sognante, allucinata ma sempre attenta al ritmo: i beat sono come il carbonio, alla base della vita, sul loro piccolo pianeta. Magari rarefatti, rallentati, disegnati per chi non vuole rinunciare alla malinconia anche quando deve ballare. Perch\u00e8 gli H\u00c6LOS sono una band che si porta appresso il suono della notte: non la sera, e nemmeno la <em>midnight<\/em> spaccata di cenerentoliana memoria. Gli H\u00c6LOS (tutto maiuscolo, s\u00ec\u200a\u2014\u200aal buio \u00e8 sempre tutto maiuscolo) suonano come le quattro di mattina: quel momento in cui i sogni stanno per arrivare ma sei ancora sveglio, quando in pista siete rimasti te e un paio di altri gatti e il DJ inizia a mettere i dischi che gli piacciono sul serio, quando tutte le decisioni sbagliate sono state ormai gi\u00e0 prese ma per fortuna l\u2019alba \u00e8 ancora distante qualche ora. <em>Full Circle<\/em> \u00e8 un loop (appunto) denso di angoli misteriosi che si sciolgono in aperture magiche, costellato di segreti e improvvise rivelazioni nascoste anche se a tutti gli effetti poco pi\u00f9 in l\u00e0 del nostro naso. Arthur Delaney, Dom Goldsmith e Lotti Benardout metabolizzano la lezione di Jamie Smith XX e fanno un uso intelligente di quel lato R&amp;B da sempre presente nella club music, eppure mai lo sacrificano per rinunciare alla melodia o al groove. <em>Full Circle<\/em> risulta cos\u00ec un disco a suo modo <em>ambientale<\/em> senza rimanere confinato nelle sabbie mobili del <em>chill-out<\/em> di genere, cos\u00ec come si presenta a tutti gli effetti ballabile, ma sempre seguendo i binari di una versatilit\u00e0 compositiva che fa davvero invidia. \u00c8 la musica che viene dopo la serata in discoteca, quella che ti permette di allungare la nottata, fuori dal capannone del rave, seduti sugli scalini a oscillare la testa al ritmo delle note che ancora sembra di distinguerci dentro (dentro alla testa, dico\u200a\u2014\u200ail capannone \u00e8 silenzioso come la morte): \u00e8 l\u2019eco del party in lontananza, il pavimento pieno di bicchieri di plastica che hanno gli ultimi sussulti sotto quello che avanza dei colpi di un subwoofer, un cuore assonnato che vorrebbe farsi rianimare, ma anche no. Un <em>trip pop<\/em> in senso lato, pi\u00f9 che il semplice futuro del <em>trip-hop<\/em>.<\/p>\n<p class=\"stripeTitle\">Tracce caldamente consigliate<\/p>\n<p class=\"bottomLineC\"><strong>Pray<\/strong><br \/>\n<strong>Dust<\/strong><br \/>\n<strong>Earth Not Above<\/strong><\/p>\n<p><img class=\"center-img-800 alignnone wp-image-162\" style=\"margin-top: 2em;\" src=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/wp-content\/uploads\/07-birthh-born-in-the-woods.jpg\" alt=\"Birthh - Born in the Woods\" width=\"800\" height=\"800\" \/><\/p>\n<h4>7. Birthh &#8211; Born in the Woods<\/h4>\n<h5>Vent&#8217;anni e non sentirli<\/h5>\n<p>Avere nemmeno venti anni e la voce di Elena Tonra \u00e8 meno semplice di quel che si potrebbe pensare ad una prima analisi superficiale. Intendo, finch\u00e8 parli non ci sono particolari problemi, soprattutto alla luce del fatto che parli in italiano. Se per\u00f2 di mestiere vuoi fare la musicista e per di pi\u00f9 canti (in inglese) allora le cose si fanno pi\u00f9 complicate. Se a questo ci aggiungi che\u200a\u2014\u200aa nemmeno venti anni\u200a\u2014\u200ahai anche il gusto per gli intrecci tra linee di chitarra e loop elettronici di Romy Madley Croft e James Thomas Smith e un\u2019urgenza di sperimentazione che a tratti ricorda quella degli Alt-J quando avevano poco pi\u00f9 di venti anni, allora preparati: inizieranno a dire che sei cresciuta a pane e Daughter (come se stessimo parlando dei Rolling Stones\u200a\u2014\u200anel senso, han registrato due dischi, i Daughter, uno pi\u00f9 di te!), che queste cose le avevano gi\u00e0 fatte gli XX (come se stessimo parlando di un secolo fa\u200a\u2014\u200anel senso, han fatto due dischi anche gli XX, e il primo \u00e8 del 2009), che hai ascoltato troppo James Blake (impossibile, non saresti arrivata a venti anni se avessi ascoltato davvero <em>troppo<\/em>, James Blake\u200a\u2014\u200anel senso, l\u2019avete sentito l\u2019ultimo di James Blake?). Alice Bisi (nemmeno venti anni, la voce di Elena Tonra, la capacit\u00e0 compositiva degli XX e tutta l\u2019urgenza espressiva della sua et\u00e0) queste cose le avr\u00e0 sentite e risentite fino alla nausea, ma non si scompone e tira dritta per la sua strada forte dell\u2019unica cosa che conta: il suo immenso talento. Licenzia senza troppi rimpianti il vecchio progetto Oh Alice, mette in piedi questo piccolo capolavoro di nome Birthh e infila una canzone pi\u00f9 bella dell\u2019altra nella manciata che compone questo <em>Born in the Woods<\/em>, che\u200a\u2014\u200asenza mezzi termini\u200a\u2014\u200asi candida a debutto pi\u00f9 sorprendente della stagione: un disco che regge con una facilit\u00e0 disarmante il confronto con tutta l\u2019ingombrante lista di potenziali (e ben pi\u00f9 affermati) riferimenti appena citati e che (permettetemi una frase fatta, per una volta) non sfigura (anzi, spesso fa sfigurare i contendenti) anche se paragonato <em>one-to-one<\/em> con album celebrati (a ragione o a torto) a livello internazionale. Ci troveremmo di fronte al classico caso di <em>dej\u00e0-vu<\/em> in cui, appoggiati al bancone del bar del solito locale di provincia, mentre ascoltiamo distratti l\u2019ennesimo talento sprecato tra la sala prove del circolo e il contest per musicisti emergenti della parrocchia, diciamo a denti stretti: \u201ceh, se invece che a Montemurlo fossero nati nell\u2019East Side londinese!\u201d. Non fosse solo per il fatto che il progetto Birthh ha gi\u00e0 varcato da tempo, se pur appena nato, i confini nazionali, sbarcando prima all\u2019SXSW di Austin e proseguendo poi con un mini-tour di discreto successo nell\u2019Europa continentale (Francia, Belgio, Olanda, Germania) come qualunque altra band normale. Dove per \u201cnormale\u201d intendo sbucata fuori da un posto diverso dalla profonda provincia italiana. Una volta tanto (permettetemi\u200a\u2014\u200aancora\u200a\u2014\u200auna parola abusata, di questi tempi) <em>meritocrazia<\/em>, si chiama.<\/p>\n<p class=\"stripeTitle\">Tracce caldamente consigliate<\/p>\n<p class=\"bottomLineC\"><strong>Chlorine<\/strong><br \/>\n<strong>Queen of Failureland<\/strong><br \/>\n<strong>Wraith<\/strong><\/p>\n<p><img class=\"center-img-800 alignnone wp-image-162\" style=\"margin-top: 2em;\" src=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/wp-content\/uploads\/06-daughter-not-to-disappear.jpg\" alt=\"Daughter - Not to Disappear\" width=\"800\" height=\"800\" \/><\/p>\n<h4>6. Daughter &#8211; Not to Disappear<\/h4>\n<h5>Il nostro miglior sospiro di sollievo<\/h5>\n<p>Ammetto che mi risulta abbastanza difficile parlare di un un disco del quale ho fatto fatica ad arrivare alla seconda canzone. Vado a memoria, ma credo di non essere riuscito ad ascoltare la traccia numero due di <em>Not to Disappear<\/em> prima del decimo ascolto. Dice, perch\u00e8? Perch\u00e8 le prime dieci volte non ho fatto altro che ascoltare e riascoltare da capo, in un loop che per un attimo ho temuto potesse essere <em>eterno<\/em>, la prima. <em>New Ways<\/em> \u00e8 probabilmente di gran lunga la canzone pi\u00f9 bella scritta fino ad oggi dai Daughter. E dico <em>fino ad oggi<\/em> perch\u00e8, se dopo un gioiello come il disco di debutto (risalente ormai a tre anni fa), si permettono il lusso di aprire il successivo (il \u201cdisco pi\u00f9 difficile\u201d, come si sul dire\u200a\u2014\u200aper via di tutta quella storia che a balzar agli onori della cronaca <em>una tantum<\/em> son buoni tutti ma poi ti ci voglio io a confermarti e a dimostrar che non eri una meteora, and so on) con un pezzo del genere, non riesco sinceramente a immaginare cosa potremmo aspettarci da Elena Tonra e compagni nell\u2019immediato futuro. Come si pu\u00f2 leggere tra le righe di quanto appena scritto, io faccio parte di quella schiera di gente che si accontenta di poco (si fa per dire) e che si sarebbe dichiarata soddisfatta anche se i tre di Northwood ci avessero riproposto \u201csolo\u201d un clone esatto di <em>If You Leave<\/em> (disco dell\u2019anno domini 2013, a mio modesto parere), cambiando tipo giusto i titoli delle canzoni. Intendiamoci, non che i Daughter qui ci sp\u00e8ttinino con non si sa quale rivoluzione: la formula \u00e8 collaudata, funzionava (e ovviamente funziona ancora) pi\u00f9 che a meraviglia e ribaltarla completamente sarebbe stata, ancor prima che un suicidio, un\u2019emerita stupidaggine. Per\u00f2 la band si guarda intorno e aggiunge delle piccole variazioni sul tema che danno al tutto un tono pi\u00f9 maturo e meno <em>disperato<\/em> (in senso adolescenziale): flirtano a tratti con il ritmo (inteso come gusto per passaggi un po\u2019 pi\u00f9 serrati\u200a\u2014\u200ache nel precedente lavoro sembravano quasi banditi) e si lasciano andare a qualche sperimentazione shoegaze e elettronica, il tutto sempre con il solito gusto per la melodia perfetta e un equilibrio compositivo che ormai \u00e8 (gi\u00e0) un marchio di fabbrica della casa e che i tre maneggiano (gi\u00e0) a loro piacimento. <em>Not To Disappear<\/em> non delude affatto (il rischio era altissimo, bisogna ammetterlo), anzi affascina e coinvolge come (se non pi\u00f9) del suo illustre predecessore. Confermata la magia intatta, tiriamo con tutto il fiato che abbiamo in corpo il nostro migliore sospiro di sollievo.<\/p>\n<p class=\"stripeTitle\">Tracce caldamente consigliate<\/p>\n<p class=\"bottomLineC\"><strong>New Ways<\/strong><br \/>\n<strong>Numbers<\/strong><br \/>\n<strong>How<\/strong><\/p>\n<p><img class=\"center-img-800 alignnone wp-image-162\" style=\"margin-top: 2em;\" src=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/wp-content\/uploads\/05-car-seat-headrest-teens-of-denial.jpg\" alt=\"Car Seat Headrest - Teens of Denial\" width=\"800\" height=\"800\" \/><\/p>\n<h4>5. Car Seat Headrest &#8211; Teens of Denial<\/h4>\n<h5>Un giovane Holden<\/h5>\n<p>Will Toledo \u00e8 il ragazzino che arriva alla festa, d\u00e0 un\u2019occhiata in giro e a met\u00e0 del primo bicchiere vuole gi\u00e0 andare a casa. Ma non che non gli importi perch\u00e8 <em>sai, c\u2019aveva judo<\/em>. Perch\u00e8 proprio chiuso nella sua cameretta a litigare con la sua chitarra per poi pubblicare tutto in maniera inconsulta su Bandcamp semplicemente, <em>sta meglio<\/em>. Quella \u00e8 la sua dimensione, un posto protetto a met\u00e0 tra la East-Coast e internet dove uno smilzetto un po\u2019 nerdy con gli occhiali da pentapartito e il taglio degli occhi pesantemente asiatico pu\u00f2 diventare un maestro della <em>DIY music<\/em>. Giusto per ribadire che il talento, al giorno d\u2019oggi, non si misura a forza di zeri su un contratto, quanto piuttosto a forza di zeri nel numero di download. Will Toledo sei tu ogni volta che, alienato da tutti i tuoi simili, pur avendoli intorno, hai passato la serata a discutere dell\u2019ultimo album dei Pavement con il tuo amico immaginario. Will Toledo \u00e8 il tuo amico immaginario figlio del disincanto che, seduto sul sedile posteriore della macchina che hai fregato a tuo pap\u00e0, ti canta &#8220;I\u2019m so sick of \/ (fill the blanks)&#8221; mentre tu guidi a caso in periferia, di notte, il primo giorno che ti han dato la patente. E anche oggi che il bambino timidamente sociopatico si \u00e8 accasato nella stanza degli adulti (leggi Matador Records), anche oggi che il low-fi suonato a gambe incrociate sul letto si \u00e8 trasformato per cause di forza maggiore in una nostalgia nineties che ben si va ad adagiare su quel mezzo punk sommesso, malinconico e stonato (ossimori solo fino a un certo punto, i primi due, conferma inevitabile il terzo) che ha preso il sopravvento a Seattle nel post-grunge, la rumorosa indolenza iniziale, mischiata a un\u2019innocenza storta mai persa, \u00e8 rimasta. E grazie a Dio, mi vien da dire. <em>Teens of Denial<\/em> dei suoi Car Seat Headrest (s\u00ec finalmente anche una band seria, a ripetere dentro di s\u00e8 il mantra &#8220;I can be social \/ I can be social&#8221;) \u00e8 sotto certi aspetti un disco di formazione, un Giovane Holden musicale dove l\u2019alter ego Joe racconta le sue epifanie (post) adolescenziali con le armonie imbambolate a cui ci ha abituato Stephen Malkmus, mischiando i primi Pixies e qualche demo dei Nada Surf in pezzi tutt\u2019altro che ingenui e decisamente pi\u00f9 lunghi di quanto ti aspetteresti. Se \u00e8 pop, non \u00e8 rassicurante. Se \u00e8 altro, \u00e8 l\u2019unica cosa che sembra meritare l\u2019appellativo di <em>indie-rock<\/em>, nel 2016.<\/p>\n<p class=\"stripeTitle\">Tracce caldamente consigliate<\/p>\n<p class=\"bottomLineC\"><strong>Vincent<\/strong><br \/>\n<strong>Drunk Drivers Killer Whales<\/strong><br \/>\n<strong>Cosmic Hero<\/strong><\/p>\n<p><img class=\"center-img-800 alignnone wp-image-162\" style=\"margin-top: 2em;\" src=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/wp-content\/uploads\/04-black-mountain-IV.jpg\" alt=\"Black Mountain - IV\" width=\"800\" height=\"800\" \/><\/p>\n<h4>4. Black Mountain &#8211; IV<\/h4>\n<h5>Quanto \u00e8 sexy lo spazio profondo<\/h5>\n<p>Se conoscete i Black Mountain, prendete tutte le loro migliori intuizioni e frullatele nel disco pi\u00f9 completo e maturo (permettetemi questi due termini incoscienti) che riuscite a immaginare potesse uscire dalla loro sala prove. Se non li conoscete, prendete gli Arcade Fire e fate suonare i loro pezzi dai Black Sabbath. Se non siete capaci di figurarvi uno scenario del genere, non so veramente pi\u00f9 come aiutarvi: un livello di astrazione che va oltre l\u2019ennesimo <em>meme<\/em> a tema <a title=\"leggili quelli che votan NO!\" href=\"https:\/\/twitter.com\/search?q=%23IOVOTONO\" target=\"_blank\">#IoVotoNo<\/a> <a title=\"leggili tutti quelli che ci indicano la strada di casa a Renzi!\" href=\"https:\/\/twitter.com\/search?q=%23renzivaiacasa&amp;src=typd\" target=\"_blank\">#RenziVaiACasa<\/a> <a title=\"la sai la storia di Piero Pel\u00f9 al seggio?\" href=\"https:\/\/twitter.com\/search?q=%23matitecancellabili&amp;src=typd\" target=\"_blank\">#MatiteCancellabili<\/a> \u00e8 comunque necessario. Nella vita, dico. Il quarto album della band canadese (oltre che a distinguersi per l\u2019apprezzabile sforzo di fantasia nella scelta del titolo, abilmente camuffato da dichiarazione d\u2019amore per una certa <em>vintageness seventies<\/em> dal sapore ledzeppeliniano) mischia con gusto invidiabile tutto quello che Stephen McBean e compagni han fatto nel corso degli anni (i riff pesanti di estrazione hard inglese, qualche ambizione prog grazie a Dio tenuta senza particolari sforzi sotto controllo, un paio di cioccolatini pop mai troppo ammiccanti e quella sorta di atmosfera perennemente in bilico tra una <em>hippieness<\/em> consapevole e la psichedelia pura virata oltre l\u2019attrazione terrestre verso un moderno space-rock che li ha resi praticamente unici) e lo spalma sulla superficie di quella che\u200a\u2014\u200aa tutti gli effetti\u200a\u2014\u200a\u00e8 una versione amabilmente alternativa della storia del classic-rock. I Black Mountain sono in possesso di una personalit\u00e0 peculiare che va al di l\u00e0 del superficiale revival di uno <em>stoner landscape<\/em> ormai andato e permette loro non risultare mai sfacciatamente derivativi, pur rimanendo per scelta in equilibrio su quel filo sottile che divide il genio dal ridicolo. Peculiarit\u00e0 che prima di affiorare tra le tracce \u00e8 (auto)ironicamente anticipata dalla <a href=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/recensioni\/black-mountain-iv\/\" target=\"_blank\" title=\"leggi cosa abbiam dedotto dall'analisi di copertina del disco dei Black Mountain!\">copertina<\/a>: un misterioso personaggio con una camicia dell\u2019Oviesse e in testa il casco di Giacomo Agostini ci guarda voltandosi sospettoso, mentre intorno a lui da un lato \u00e8 in corso un principio di incendio, mentre dall\u2019altro una ragazzina gioca da sola incurante del pericolo agghindata con un vestitino svolazzante. Il tutto ambientato in quello che potrebbe essere il parco della Reggia di Caserta. Un guazzabuglio surreale di immagini sorprendentemente evocative, messe una accanto all\u2019altra come in un collage uscito dall\u2019attivit\u00e0 pomeridiana dei pazienti di un centro di salute mentale, che potrebbe essere allo stesso tempo pieno di significati reconditi e nascosti, quanto una semplice schifezza senza senso. Eclettismo a livelli eccelsi e voglia di giocare con tutto quello che capita tra le mani: strumenti, colori, generi musicali. <em>IV<\/em> \u00e8 forse l\u2019album pi\u00f9 \u201cBlack Mountain\u201d tra i quattro album dei Black Mountain: espressione perfetta dello stato di grazia e della vitalit\u00e0 di una band che molti davano gi\u00e0 per finita, dimostra perfino ai pi\u00f9 scettici che anche lo spazio profondo pu\u00f2 essere tremendamente sexy e lascia ai posteri solo una domanda. Dove potranno arrivare? Difficile dirlo: l\u2019universo \u00e8 grande (e\u200a\u2014\u200asi sa\u200a\u2014\u200ain espansione), quindi, probabilmente, molto, molto lontano.<\/p>\n<p class=\"stripeTitle\">Tracce caldamente consigliate<\/p>\n<p class=\"bottomLineC\"><strong>Mothers of the Sun<\/strong><br \/>\n<strong>Florian Saucer Attack<\/strong><br \/>\n<strong>Cemetery Breeding<\/strong><\/p>\n<p><img class=\"center-img-800 alignnone wp-image-162\" style=\"margin-top: 2em;\" src=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/wp-content\/uploads\/03-pj-harvey-the-hope-six-demolition-project.jpg\" alt=\"PJ Harvey - The Hope Six Demolition Project\" width=\"800\" height=\"800\" \/><\/p>\n<h4>3. PJ Harvey &#8211; The Hope Six Demolition Project<\/h4>\n<h5>Nonostante quel sax alla Lisa Simpson<\/h5>\n<p>Lo scorso 15 Aprile il mio io ventenne ha festeggiato a pinte di Guinness e si \u00e8 appuntato, sul sottobicchiere macchiato di schiuma, una nota da lasciare nella casella postale di PJ Harvery appena smaltito l\u2019<em>hangover<\/em>: \u201cottimo lavoro, ancora un po\u2019 pi\u00f9 di chitarre ignoranti e un po\u2019 meno di quel sax alla Lisa Simpson e poi ci siamo davvero!\u201d. A bocce ferme e mente lucida, il mio io quasi quarantenne ha poi confermato che a suo modesto parere qui ci troviamo di fronte al miglior lavoro di Polly dai tempi di <em>Stories From the City Stories From the Sea<\/em>. Dove per \u201cmiglior lavoro dai tempi di Stories From the City Stories From the Sea\u201d intendo che fino al 2000 i suoi album si attestavano su voti che oscillavano tra il 9.5 e il 10- (\u201cdieci pieno non si d\u00e0 mai\u201d, diceva la mia maestra delle elementari\u200a\u2014\u200anon ho mai capito perch\u00e8, ma l\u2019ho sempre voluta vedere come una sorta di speranza nel futuro e di sprone a fare sempre meglio), mentre a inizio millennio si erano un po\u2019 adagiati sull\u20198.5. Ecco, qui torniamo senza ombra di dubbio sopra il 9 (fossimo su Pitchfork diremmo 9.2). Il tutto se partiamo da un dato acquisito, ovviamente (ma questo lo diamo per scontato, visto che dovrebbe essere acquisito\u200a\u2014\u200aappunto\u200a\u2014\u200aalmeno da una decina buona di anni): la malizia provocante e l\u2019algida <em>nastyness<\/em> che traboccavano dai suoi primi album sono oggi un lontano ricordo. Restano la rabbia e l\u2019urgenza, da un po\u2019 ormai convogliate pi\u00f9 che verso se stessa, verso il mondo contemporaneo. Rabbia e urgenza che si sono trasferite immutate dall\u2019originario rock grezzo di strada a una forma pi\u00f9 adulta e consapevole\u200a\u2014\u200ache a volte sconfina in qualcosa di molto <em>arty<\/em> e <em>na\u00eff<\/em> (non dimentichiamoci il tentativo di innalzare le sessioni di registrazione a installazione di arte moderna dietro un vetro della Somerset House di Londra)\u200a\u2014\u200ache mai rinuncia all\u2019innovazione, ma anzi la cerca in una maniera che sa molto di <em>avanguardia<\/em>, ovvero inzuppando il tutto con strumenti e soluzioni non propriamente \u201crock\u201d ma mutuati piuttosto da quella che potremmo a tutti gli effetti chiamare <em>world-music<\/em> (marcette, cori epici, blues da stregoni, field recording e fiati free jazz appunto). Rimane intatta la cura artigianale di PJ per ogni dettaglio, dagli arrangiamenti alla scelta dei musicisti, e cos\u00ec ogni singolo secondo del disco ha un\u2019identit\u00e0 ben riconoscibile, che qui si declina artisticamente al suo meglio. \u201cL\u2019album pi\u00f9 politicizzato di PJ Harvey\u201d, abbiam letto da pi\u00f9 parti. E in effetti a volte l\u2019impressione \u00e8 che <em>The Hope Six Demolition Project<\/em> voglia presentarsi a tutti i costi come un reportage giornalistico in musica, come il contributo sonoro del nostro inviato dalle zone di guerra, come un racconto dei fatti in note distaccate di un cronista Reuters con la passione per l\u2019alternanza strofa-ritornello. Bisogna essere onesti: fallisce, in questo. E lo fa per motivo molto semplice. Perch\u00e8 la grandezza della Polly musicista non \u00e8 paragonabile a quella della Polly giornalista, e la botta che ti arriva in faccia fin dal primo ascolto del disco (e che poi continua a lavorare sotto pelle durante gli ascolti\u200a\u2014\u200aripetuti\u200a\u2014\u200asuccessivi) \u00e8 quella di canzoni di altissimo livello, che continuano a suonarti nella testa senza necessariamente ricordarti le tragedie o i particolari riferimenti socio-politici a cui sono associate. Non c\u2019\u00e8 niente di male, in questo. Davvero. Anzi, \u00e8 un gran buon segno.<\/p>\n<p class=\"stripeTitle\">Tracce caldamente consigliate<\/p>\n<p class=\"bottomLineC\"><strong>The Community of Hope<\/strong><br \/>\n<strong>The Ministry of Defence<\/strong><br \/>\n<strong>The Wheel<\/strong><\/p>\n<p><img class=\"center-img-800 alignnone wp-image-162\" style=\"margin-top: 2em;\" src=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/wp-content\/uploads\/02-radiohead-a-moon-shaped-pool.jpg\" alt=\"Radiohead - A Moon Shaped Pool\" width=\"800\" height=\"800\" \/><\/p>\n<h4>2. Radiohead &#8211; A Moon Shaped Pool<\/h4>\n<h5>Abbastanza bellissimo<\/h5>\n<p>C\u2019\u00e8 la versione in studio di <em>True Love Waits<\/em>. E per me questa ipotetica recensione (o chiamatela come volte) potrebbe gi\u00e0 concludersi qui. Mi pare una motivazione pi\u00f9 che sufficiente per liquidare <em>A Moon Shaped Pool<\/em> come disco dell\u2019anno e chi s\u2019\u00e8 visto s\u2019\u00e8 visto. Se non avete idea di cosa significhi per un fan dei Radiohead quel pezzo e come siano difficili pi\u00f9 di venti anni di frustrazione per poterne ascoltare solo versioni <em>live<\/em>, prendetevi una giornata libera e leggetevi tutti i <a title=\"leggi un po' come sta male la gente per True Love Waits!\" href=\"https:\/\/www.reddit.com\/r\/radiohead\/comments\/4ifa3z\/discussion_thread_true_love_waits\/\" target=\"_blank\">sub-thread di Reddit<\/a> al riguardo. A voler essere pignoli, <em>A Moon Shaped Pool<\/em> non solo contiene la versione in studio di <em>True Love Waits<\/em>, ma contiene la versione in studio di <em>True Love Waits<\/em> raccontata praticamente solo con pianoforte e voce. E non \u00e8 finita qui: il cosiddetto LP9 <em>finisce<\/em> con la versione in studio per solo pianoforte e voce di <em>True Love Waits<\/em>. Faccio fatica a immaginare un modo migliore per chiudere un album. A meno che l\u2019album in questione non sia l\u2019<em>ultimo<\/em>. Nel senso, siamo onesti e gettiamo per un attimo la scaramanzia nell\u2019umido: la versione in studio per solo pianoforte e voce di <em>True Love Waits<\/em> non \u00e8 il modo migliore per chiudere un album, \u00e8 il modo migliore per chiudere <em>una carriera<\/em>. Ma non voglio nemmeno pensarci. Abbandoniamo questi scenari di morte e proviamo a andare oltre. A mente (semi)fredda, ora che abbiamo metabolizzato senza particolari congestioni tutto l\u2019<em>ambaradan<\/em> di qualche mese fa (il sito bianco, i social network vuoti, la memoria cancellata, i pupazzetti che brucian la strega rischiando una denuncia per plagio, quell\u2019\u201chalf of my life\u201d registrato al contrario come nella miglior tradizione di rock satanista and so on\u200a\u2014\u200aal riguardo mi permetto solo di sottolineare come una qualche strategia di comunicazione, di marketing, peraltro, a conti fatti, del tutto efficace, non vedo perch\u00e9 debba rappresentare un punto a sfavore dell\u2019album in s\u00e8, specialmente in un mondo dove tutto \u00e8 esasperatamente commerciale e dove mediamente conta di pi\u00f9 quanto fai parlare di te di quanto sai farti ascoltare) possiamo apprezzare a fondo quello che forse \u00e8 il disco pi\u00f9 \u201cumano\u201d dei Radiohead, distante allo stesso modo sia dal rock elettronico di <em>In Rainbows<\/em> che dalle sperimentazioni\u200a\u2014\u200aa tratti minimali, a tratti opprimenti\u200a\u2014\u200adi <em>The King Of Limbs<\/em>, qualcosa che parla una lingua pi\u00f9 simile al duo <em>Kid A + Amnesiac<\/em> anche se forse pi\u00f9 accessibile perch\u00e8 appunto meno affascinato da suggestioni robotiche pi\u00f9 o meno codificate. \u00c8 l\u2019album in cui Jonny Greenwood gioca di pi\u00f9 con la sua passione orchestrale per le colonne sonore, dove l\u2019elettronica non \u00e8 mai invasiva e rimane costantemente in equilibrio con chitarre\u200a\u2014\u200ase non puramente acustiche\u200a\u2014\u200aquasi mai distorte e dove la sezione ritmica lavora in maniera essenziale e meno baroccamente tribale degli ultimi episodi. Un album in cui la voce di Thom Yorke comanda pi\u00f9 di sempre, pur senza gridare nemmeno per un secondo. Un disco complesso che paradossalmente trova la sua ragion d\u2019essere in una semplicit\u00e0 ben definita e mai rarefatta, che sembra fragile, a tratti dispersivo e quasi <em>conclusivo<\/em> (tocchiamo ferro, di nuovo) ma che come al solito non riesce a perdere quel benedetto vizio di guardare avanti, anche se per una volta senza clamori. Perch\u00e8 la salvezza in certe occasioni si pu\u00f2 trovare l\u00ec in bella vista, giusto a met\u00e0 tra il <em>kicking<\/em> e lo <em>squealing<\/em>, a galleggiare sopra un mare di <em>panic<\/em> e di <em>vomit<\/em>, verso un futuro in cui, forse, i computer non son pi\u00f9 cos\u00ec <em>OK<\/em> come una volta.<\/p>\n<p class=\"stripeTitle\">Tracce caldamente consigliate<\/p>\n<p class=\"bottomLineC\"><strong>Burn the Witch<\/strong><br \/>\n<strong>Glass Eyes<\/strong><br \/>\n<strong>True Love Waits<\/strong><\/p>\n<p><img class=\"center-img-800 alignnone wp-image-162\" style=\"margin-top: 2em;\" src=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/wp-content\/uploads\/01-soulwax-belgica-ost.jpg\" alt=\"Soulwax - Belgica O.S.T.\" width=\"800\" height=\"800\" \/><\/p>\n<h4>1. Soulwax &#8211; Belgica O.S.T.<\/h4>\n<h5>Quel che si dice fiction<\/h5>\n<p>\u201cI Lightbulb Matrix, s\u00ec: ho il loro primo album in vinile.\u201d \u201cSe mi ricordo gli Aquazul? Come no, li ho visti live ai Magazzini Generali l\u2019inverno scorso!\u201d \u201cLe White Virgins? Una designer bisex che conosco stava con la cantante.\u201d Provate a chiedere al vostro amico hipster, quello supponete e antipatico, tassonomico e nozionistico, che conosce anche i gruppi pi\u00f9 di nicchia della nuova scena lussemburghese, e probabilmente, nascondendo un\u2019espressione vagamente imbarazzata dietro i baffi a manubrio vi risponder\u00e0 qualcosa del genere. A voi la scelta se sputtanarlo pubblicamente o se andarvene scuotendo la testa con aria di superiorit\u00e0 benevola. Se invece qualcosa vi sfugge facciamo un passo indietro. <em>Belgica<\/em> \u00e8 il nuovo film di Felix Van Groeningen, che conferma la sua abilit\u00e0 di regista e l\u2019imprescindibile legame del suo lavoro con la musica, (giustamente) premiato al Sundance Film Festival e che forse in Italia non vedremo mai se non\u200a\u2014\u200a<em>old story<\/em>\u200a\u2014\u200ain occasione di qualche proiezione dedicata <em>una tantum<\/em>. La colonna sonora del film \u00e8 una divertentissima compilation di canzoni firmate da band poco famose, che vanno dal synth-pop allo psychobilly, passando per hardcore-punk e un nuovissimo genere che definiremmo acid-house di scuola turca. Fin qui niente di particolarmente nuovo. La cosa interessante \u00e8 capire dove si pone l\u2019asticella al di sotto della quale introduciamo il concetto di \u201cpoco famose\u201d di cui sopra. In questo caso particolare, direi pi\u00f9 o meno al livello dello zero assoluto, visto che\u200a\u2014\u200arullo di tamburi\u200a\u2014\u200anessuna di queste band esiste realmente: sono semplicemente il frutto delle menti malate di David e Stephen Dewaele, i due fratelli che stanno dietro al progetto Soulwax. Van Groeningen, loro vecchio amico e concittadino, ormai un paio di anni fa, chiese il loro aiuto per scegliere le canzoni che avrebbero composto la soundtrack del film che stava girando (<em>Belgica<\/em> appunto\u200a\u2014\u200ail film, dico\u200a\u2014\u200ala storia di due fratelli che gestiscono un club a Ghent, <em>Belgica<\/em> appunto\u200a\u2014\u200ail club, dico\u200a\u2014\u200ache diventa un punto di riferimento in citt\u00e0 per la sua proposta di musica dal vivo non convenzionale e di qualit\u00e0). Il problema era che il film \u00e8 ambientato in un lasso temporale non specificato tra il 1995 e il 2005 e ogni canzone gi\u00e0 esistente risultava troppo legata al suo particolare periodo di uscita. Per due scienziati pazzi dell\u2019indie europeo come i Dewaele \u00e8 stato niente altro che un invito a nozze: la loro soluzione\u200a\u2014\u200aascrivibile nella generica categoria \u201cse Maometto non va alla montagna, allora la montagna va da Maometto\u201d o viceversa\u200a\u2014\u200a\u00e8 stata quella di inventarsi di sana pianta quindici band, con tanto di piccola bio e esibizione live nel film o sessione in studio per il disco e di interpretarle per uno o pi\u00f9 brani. Ecco, io riesco ad avere solo una vaga idea di quanto possa essere stato divertente il pomeriggio di <em>brainstorming<\/em> passato a scegliere i nomi dei gruppi o i titoli delle canzoni. Forse ancora di pi\u00f9 del tempo speso in sala a registrarne i pezzi. Ognuno con il suo genere particolare, ci mancherebbe. Cos\u00ec in meno di due ore, trascinati non solo dalla loro abilit\u00e0 di songwriter ma anche dal gusto per lo scherzo e il paradosso che da sempre contraddistingue i due 2ManyDJs, passiamo dall\u2019erasums-disco firmato da due sedicenti italiani studenti fuori sede che adesso gestiscono un ristorante, al country-blues del talentuoso Roland McBeth, prendiamo un po\u2019 per il culo i Chromatics con il potenziale miglior pezzo della loro discografia qui cantato da una certa Charlotte, battezziamo il kebab-folk dei turchi Kursatt 9000, il power-indie degli atteggiatissimi Shitz, il punk \u00e0 la Agnostic Front dei Burning Phlegm e cos\u00ec via. In pratica, con la colonna sonora di <em>Belgica<\/em>, i Soulwax passano in rassegna la loro variegata discografia regalandone brandelli a dei personaggi fittizi di cui \u00e8 impossibile non innamorarsi, e dimostrano cos\u00ec\u200a\u2014\u200ase ce ne fosse ancora bisogno\u200a\u2014\u200adi essere capaci di comporre qualunque sottogenere musicale che sta sotto quel grande cappello vagamente denominato <em>indie<\/em>, spesso meglio (a testimonianza di ci\u00f2\u200a\u2014\u200a<em>true story<\/em>\u200a\u2014\u200ala domanda che i due si son sentiti porre da un giornalista olandese: \u201ccome avete fatto a scoprire cos\u00ec tanti talenti emergenti di cui ancora non avevamo sentito parlare?\u201d) di molte delle band realmente esistenti che di quei sottogeneri sono a tutti gli effetti i rappresentanti. Capirete anche voi che un semplice \u201ccolonna sonora dell\u2019anno\u201d sarebbe stato riduttivo. E che per un blog collettivo i cui vari autori altro non sono che le <a title=\"guarda che bella redazione c'ha il blog pi\u00f9 psicotico del web!\" href=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/redazione\/\">svariate personalit\u00e0 multiple<\/a> di un unico losco figuro dell&#8217;intern\u00e8t, una compilation di band che altro non sono che la manifestazione sonora delle molteplici deviazioni psichiche di due loschi figuri delle Fiandre, il colpo di fulmine fosse quantomeno scontato e le <em>affinit\u00e0 elettiva<\/em> a dir poco irresistibili.<\/p>\n<p class=\"stripeTitle\">Tracce caldamente consigliate<\/p>\n<p class=\"bottomLineC\"><strong>The Best Thing<\/strong><br \/>\n<strong>How Long<\/strong><br \/>\n<strong>Turn Off the Lights<\/strong><\/p>\n<h2>Menzioni<\/h2>\n<h4>Come il Brunello del &#8217;98<\/h4>\n<p>In conclusione, al netto dei necrologi, mi sento di dire che questo 2016 \u00e8 stato tutt\u2019altro che un anno che \u00e8 scivolato via in tono minore. Musicalmente parlando, intendo. \u00c8 stata una buona annata, non proprio come il Brunello di Montalcino del \u201998, ma forse val la pena di berci su e accontentarsi lo stesso. E lo dico con cognizione di causa, visto che ho fatto una fatica impestata a scegliere solo 30 album. Per chi ha tempo da perdere aggiungo quindi qua sotto un\u2019ultima lista di band \/ artisti i cui dischi usciti quest\u2019anno ci son piaciuti comunque, ma meno. Meno di questi trenta qua sopra, dico.<\/p>\n<p><em>Forse<\/em>.<br \/>\nPerch\u00e8 in realt\u00e0 molti di questi potevano tranquillamente finire nella <strong>TOP 30<\/strong> e ne sono stati esclusi all\u2019ultima curva per tutta una serie di motivi che non \u00e8 ben chiara nemmeno a me, ma che pu\u00f2 in parte essere riassunta in un generico attestato di fiducia in me stesso del tipo: \u201cma chi me lo fa fare di perdere ulteriore tempo con questa minchia di classifica che tanto poi nessuno la legge?\u201d.<\/p>\n<p>Dunque, in ordine rigorosamente sparso.<\/p>\n<div class=\"color-box-small-text\"><strong>Tycho, Money, Pinegrove, Nicolas Jaar, Mono, Thee Oh Sees, Savages, Bon Iver, Saroos, Porches, Banks, DJ Shadow, Mystery Jets, Massive Attack, John Carpenter, Fantastic Negrito, The Duke Spirit, The KVB, Soviet Soviet, Preoccupations, Warpaint, The Radio Dept, Angel Olsen, The Coathangers, Cass McCombs, Justice, Get Well Soon, Tricky, Keren Ann, Nada Surf, Ben Harper, Mogwai, Digitalism, Poli\u00e7a, School Of Seven Bells, Suede, Alex Cameron, Anohni, Leonard Cohen, Nick Cave, Agnes Obel, Autechre, Beth Orton, Britta Phillips, Explosions in the Sky, Garbage, His Clancyness, Sex Pizzul, Alex Smoke, Hooded Fang, Jenny Hval, Liima, Malcom Middleton, Pantha Du Prince, Phantogram, Parquet Courts, Powell, Primal Scream, Sleigh Bells, Swans, Teleman, The Coral, The Divine Comedy, The Last Shadow Puppets, Travis, Underworld, Wilco, White Miles, Yeasayer, Heaters, Lambchop, Motorpsycho, Okkervil River.<\/strong><\/div>\n<p>Molti di loro li trovate in <a title=\"prendi un paio di giorni di ferie e ascoltati le migliori canzoni del 2016!\" href=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/blog\/best-songs-2016\/\">questa follia di mixtape<\/a>: 4 ore di musica ininterrotta. Una roba che se la mettete su la sera di Capodanno quando iniziate a preparare il cenone, nel momento in cui arriva Carlo Conti a stappare la bottiglia non avete ancora superato la met\u00e0.<\/p>\n<p><em>Godi popolo!<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>30 dischi usciti nel 2016 che ci son piaciuti parecchio: l&#8217;inutile classifica di fine anno a nostro insindacabile parere, un Best Of inconsulto e non richiesto.<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":2462,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":[],"categories":[1517,3,186],"tags":[68,69,67,30],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v18.7 - https:\/\/yoast.com\/wordpress\/plugins\/seo\/ -->\n<title>Random Albums of Senseless Beauty | Top 30 - Best Of 2016<\/title>\n<meta name=\"description\" content=\"30 dischi usciti nel 2016 che ci son piaciuti parecchio: l&#039;inutile classifica di fine anno a nostro insindacabile parere, una Top30 incompleta, un Best Of inconsulto e non richiesto.\" \/>\n<meta name=\"robots\" content=\"noindex, nofollow\" \/>\n<meta property=\"og:locale\" content=\"it_IT\" \/>\n<meta property=\"og:type\" content=\"article\" \/>\n<meta property=\"og:title\" content=\"Random Album of Senseless Beauty | Top 30 - 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