{"id":4860,"date":"2017-12-31T14:45:47","date_gmt":"2017-12-31T13:45:47","guid":{"rendered":"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/blog\/best-albums-2016-copy\/"},"modified":"2019-02-18T16:45:59","modified_gmt":"2019-02-18T15:45:59","slug":"best-albums-2017","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/blog\/best-albums-2017\/","title":{"rendered":"30 dischi che ci son piaciuti nel 2017"},"content":{"rendered":"<h2 class=\"firstTitle\">Sergio Leone<\/h2>\n<h4>Polemichetta sulle classifiche<\/h4>\n<p>S\u00ec, lo so.<br \/>\nOra qui ci vorrebbe un\u2019introduzione in cui mi lamento di quale spreco di tempo sia fare una classifica di fine anno, di quanto sia inutile e fine a se stesso come esercizio (soprattutto nel caso in cui scrivi \u2014 spoiler alert! \u2014 <em>novantamila<\/em>\u00a0<em>battute<\/em>\u00a0che nessuno legger\u00e0 mai), di come ricordi una scena di\u00a0<em>Per un Pugno di Dollari<\/em>\u00a0il silenzio che subito mi si \u00e8 creato intorno \u2014 con il niente a perdita d\u2019occhio, se non qualche covone di fieno che rotola sospinto da un vento che fischia beffardo \u2014 appena ho finito di digitare la parola \u201cnovantamila\u201d.<\/p>\n<p>Non fosse altro che risulterebbe abbastanza ridicolo \u2014 scagliarsi contro l\u2019usanza e il bisogno dei resoconti in occasione della chiusura di una stagione, intendo \u2014 visto che solo quest\u2019anno ho gi\u00e0 democraticamente partecipato alla compilazione di altre tre classifiche: due per\u00a0<a title=\"quell'altro posto dove Spineless va a scriver dei gran pipponi lunghissimi\" href=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/sezioni\/collaborazioni\/indiependente\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\"><em>L\u2019Indiependente<\/em><\/a>\u00a0(<a title=\"i migliori 15 album italiani del 2017 su L'Indiependente\" href=\"http:\/\/www.lindiependente.it\/top-15-album-italiani-2017\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener nofollow\">qui<\/a>\u00a0quella italiana,\u00a0<a title=\"i migliori 30 album del 2017 su L'Indiependente\" href=\"http:\/\/www.lindiependente.it\/best-album-2017-lindiependente\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener nofollow\">qui<\/a>\u00a0quella internazionale) e una per\u00a0<a title=\"quell'altro posto dove Spineless va a far una lotta senza quartiere contro le playlist automatizzate\" href=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/sezioni\/collaborazioni\/humans-vs-robots\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\"><em>#HVSR<\/em><\/a>\u00a0(che, a voler essere pignoli, era una\u00a0<a title=\"Bonus Tracks 2017 su Humans vs. Robots\" href=\"http:\/\/hvsr.net\/speciali\/bonus-tracks-2017\" target=\"_blank\" rel=\"nofollow noopener\">playlist<\/a>, ma il concetto non cambia).<\/p>\n<p>Perch\u00e9 la verit\u00e0 \u00e8 che alla fine far questa roba \u00e8 tremendamente divertente. E, anche in termini di utilit\u00e0, sempre meno ipocrita che finire a stilar liste di buoni propositi per l\u2019anno nuovo, con il fermo, categorico, (in)volontario obiettivo di non mantenerne nemmeno uno.<\/p>\n<h2>Daniel Ek<\/h2>\n<h4>Polemichetta sulle playlist<\/h4>\n<p>Allora potrei star qui a piangermi addosso, valutando con occhio critico come nell\u2019era di\u00a0<em>Spotify<\/em>\u00a0le classifiche di fine anno non rappresentino pi\u00f9 un momento privilegiato all\u2019interno di una narrazione squisitamente musicale, rito collettivo che oggi sembra invece essere stato sostituito da un flusso continuo e soggettivo, un elenco randomico e annoiato di compilation in streaming.<\/p>\n<p>Il che, a voler essere sinceri, sarebbe anche una sacrosanta verit\u00e0.<br \/>\nMa anche a questo prova a rispondere con i fatti \u2014 mica con le pugnette \u2014 l&#8217;<a title=\"leggilo come parla bene lo staff su Medium!\" href=\"https:\/\/medium.com\/@hvsrmusic\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">HVSR Staff<\/a>\u00a0su\u00a0<em>Humans vs Robots<\/em>.<\/p>\n<h2>Renato Zero<\/h2>\n<h3>Polemichetta sull fretta<\/h3>\n<p>In mancanza d\u2019altro su cui far polemica, non mi rimane che ostinarmi a pubblicare questo elenco di sproloqui su alcuni album usciti nell\u2019ultimo anno sempre e rigorosamente in extremis (se non, in casi di particolare disagio, addirittura fuori tempo massimo), perch\u00e8 da un lato i giorni che vanno da Natale a Capodanno sono gli unici in cui posso sputtanare le mie uniche ferie stando 24 ore su 24 a scrivere seduto sul letto con il gatto acciambellato sulla tastiera del portatile, dall\u2019altro non vedo perch\u00e8 discriminare band che escono con un disco a Dicembre presentando il resoconto a met\u00e0 Novembre, dall\u2019altro ancora \u2014 s\u00ec, \u00e8 un triangolo questo concetto, c\u2019ha tre lati, e no, prima di iniziarlo\u00a0<em>non l\u2019avevo considerato<\/em> \u2014 credo che si debba porre un limite a questa corsa collettiva a chi pubblica prima la sua classifica.<\/p>\n<p>\u00c8 una questione di matematica, buon senso e sostenibilit\u00e0, oltre che un trend incosciente e ben poco scalabile che non potr\u00e0 portare ad altro se non un paradosso spazio-temporale.<\/p>\n<p>Nel senso, continuando di questo passo, tra un paio di anni, il primo\u00a0<em>Best Albums of 2020<\/em>\u00a0uscir\u00e0 per Pasqua.<\/p>\n<blockquote><p>Pasqua 2019, dico.<\/p><\/blockquote>\n<p><img style=\"margin-top: 2em;\" src=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/wp-content\/uploads\/king-krule_the-ooz_cover.jpg\" alt=\"King Krule - The OOZ\" width=\"800\" height=\"800\" \/><\/p>\n<h4>30. King Krule &#8211; The OOZ<\/h4>\n<h5>La lenta decomposizione di un night club anni \u201820<\/h5>\n<p>Archy Ivan Marshall credo possa essere considerato un bambino prodigio. Peccato che a sentirlo senza guardarlo pare un vecchio negro obeso, mentre a guardarlo senza sentirlo un delinquentello anemico appena tornato dal regno dei morti per raccontarci la sua versione. A diciannove anni era riuscito nell\u2019inspiegabile impresa di partorire una roba come\u00a0<em>6 Feet Under The Moon<\/em>, oggi \u2014 appena ventritreene \u2014 alza ancora un po\u2019 il livello con\u00a0<a href=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/recensioni\/dischi\/king-krule-the-ooz\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">questo<\/a>\u00a0<em>The OOZ<\/em>, che non \u00e8 propriamente un disco, quanto piuttosto un prisma con innumerevoli facce da utilizzare come buchi della serrature per sbirciare dentro senza sapere in anticipo se il nostro sguardo verr\u00e0 riflesso, rifratto o risucchiato una volta per tutte da un buco nero: c\u2019\u00e8 l\u2019inquietudine del trip-hop, la paranoia del dub, quel che resta del tanfo del punk (pur)troppo \u201cpost\u201d da doverne riesumare il cadavere, la dolcezza definitiva della soundtrack di una crime-story, l\u2019umidit\u00e0 appiccicosa di un R&amp;B reumatico.\u00a0<em>The OOZ<\/em>\u00a0\u00e8 la musica di sottofondo, ammiccante, sudicia, seducente ma senza capo n\u00e8 coda, di un night club anni \u201920, e la sua magia sta nella peculiarit\u00e0 che riesce a esserlo indifferentemente dal fatto che tu stia parlando del 1920 o del 2120: \u00e8 Micheal Bubl\u00e8 sperduto nella chinatown del primo\u00a0<em>Blade Runner<\/em>, in un mondo dove \u00e8 vietato cantare canzoni di Natale, \u00e8 la traversata verso l\u2019Ade vista dalla sala da ballo del Titanic mentre Caronte fuma pensieroso appoggiato alla balaustra di prua, \u00e8 un iceberg molliccio che si scioglier\u00e0, ma lo far\u00e0 sempre e comunque troppo tardi. Eppure, nonostante questo, ti sputa lo stesso in bocca un retrogusto che ti fa assaporare comunque un qualcosa che assomiglia a una speranza, giusto prima di agglomerarsi in una palla di pelo indistinguibile da un groppo in gola: la speranza di uno che in tutto questo c\u2019ha nuotato dentro con due pietre legate alle caviglie e ne \u00e8 uscito vivo, a parte un brutto raffreddore che gli ha lasciato in dote questa voce da cinquantenne scafato. Uno che ora si prende la briga di raccontartelo, in maniera splendidamente sconclusionata, ma senza mai avvicinarsi troppo, come se ti sussurrasse all\u2019orecchio dall\u2019altro capo di uno smartphone a gettoni. Solo che la linea viene e va, e il messaggio di rivincita arriva decostruito, recapitato al destinatario a sprazzi, quasi in codice. Ma dopotutto, come potrebbe essere diversamente? \u00c8 risaputo che pi\u00f9 sprofondi e meno c\u2019\u00e8 (s)campo.<\/p>\n<p class=\"stripeTitle\">Tracce caldamente consigliate<\/p>\n<p class=\"bottomLineC\"><strong>Dum Surfer<\/strong><br \/>\n<strong>Emergency Blip<\/strong><br \/>\n<strong>Vidual<\/strong><\/p>\n<p><img style=\"margin-top: 2em;\" src=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/wp-content\/uploads\/29-st-vincent-masseduction.jpeg\" alt=\"St. Vincent - Masseduction\" width=\"800\" height=\"800\" \/><\/p>\n<h4>29. St. Vincent &#8211; Masseduction<\/h4>\n<h5>La pi\u00f9 brava della classe<\/h5>\n<p>Annie Clark non ne sbaglia una. Puntualmente. E potrebbe darsi che la cosa le si ritorca contro. S\u00ec, perch\u00e9 ormai aspettiamo ogni suo nuovo disco senza nessuna particolare suspense, senza un briciolo di batticuore, senza il minimo, ragionevole, salvifico dubbio: sappiamo che sar\u00e0 un ottimo album, composto bene, suonato bene, prodotto meglio. Ironico e sexy, ma allo stesso tempo impegnato e tagliente: al passo con i tempi, se non avanti. Punto. In pratica ci troviamo di fronte a una di quelle secchioncelle del liceo che prendevano sempre otto anche studiando poco, semplicemente perch\u00e9 erano pi\u00f9 intelligenti di noi. Una roba al limite del fastidioso che ti verrebbe voglia \u2014 in sede di recensione, quella potentissima arma che nella nostra mente malata siamo sicuri possa cambiare le sorti di una carriera (come no) \u2014 di continuare a darle insufficienze in serie finch\u00e9 non si permette di tirar fuori un disco onestamente brutto, banale, deludente: in poche parole, umano. Brutta bestia, l\u2019invidia. Comunque, questo solo per dire che no: di quel momento \u2014 se mai arriver\u00e0 \u2014 per ora non c\u2019\u00e8 traccia all\u2019orizzonte. <em>Masseduction<\/em>\u00a0\u00e8 l\u2019ennesimo album targato St. Vincent: composto bene, suonato bene, prodotto meglio. Sexy, ironico, tagliente e provocatoriamente impegnato: specchio di questi tempi malati e di quelli ancor pi\u00f9 superficiali che verranno. Un misto di angoscia e malizia impacchettate benissimo ed esposte in vetrina come forma d\u2019arte saturata in technicolor. Accessibile ma stimolante, <em>Masseduction<\/em>\u00a0punta il dito \u2014 con fare accusatorio quanto civettuolo \u2014 verso un genere aromatizzato allo zucchero filato (noto al grande pubblico come \u201cpop\u201d) e allo stesso tempo ci affonda dentro le radici senza nascondere la goduria che prova nel farlo, rimanendo dolcemente impantanato, ma uscendone comunque tirato a lucido come un completino aderente in latex. \u00c8, in fin dei conti, un tentativo pi\u00f9 che giustificato, di prendere la Clark, sfilarla senza strappi dal suo bozzolo di culto di nicchia e portarla \u2014 il passo \u00e8 breve, lo sforzo irrisorio \u2014 allo stato conclamato di\u00a0<em>mass seductress<\/em>. Insomma, per il nostro ego, come suol dirsi, piove sul bagnato: quella secchioncella di cui sopra, oltre che la pi\u00f9 brava della classe, stai a vedere che diventa pure la pi\u00f9 figa.<\/p>\n<p class=\"stripeTitle\">Tracce caldamente consigliate<\/p>\n<p class=\"bottomLineC\"><strong>Hang On Me<\/strong><br \/>\n<strong>Masseduction<\/strong><br \/>\n<strong>Los Ageless<\/strong><\/p>\n<p><img style=\"margin-top: 2em;\" src=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/wp-content\/uploads\/28-mount-kimbie-love-what-survives.jpeg\" alt=\"Mount Kimbie - Love What Survives\" width=\"800\" height=\"800\" \/><\/p>\n<h4>28. Mount Kimbie &#8211; Love What Survives<\/h4>\n<h5>E se non sopravvive niente, meglio<\/h5>\n<p>Dominic Maker e Kai Campos hanno iniziato con qualcosa di simile alla dubstep, poi sono stati tra i primi a mandarla in pensione iniziando a inzuppare le zampe nelle sabbie mobili di quella che in molti hanno definito post-dubstep e ora salgono in piedi sulla sua carcassa (della dubstep, dico \u2014 e anche della post-dubstep, forse) e ci rimangono sfoggiando un innaturale quanto navigatissimo equilibrio, mentre usano tutte le contaminazioni di genere che vengono loro in mente come specchietto per le allodole che ci impedisca di etichettarli. S\u00ec, perch\u00e9 andare a rovistare nel cassonetto della ridondanza esponenziale e inventarsi un \u201cpost post-dubstep\u201d suona ridicolo a prescindere, ma parlando di\u00a0<em>Love What Survives<\/em>, anche il semplice \u201cpost-punk with electronics\u201d letto in giro da pi\u00f9 parti non rende minimamente l\u2019idea. Da un lato \u00e8 vero che, sotto un punto di vista sonoro, questo album pare porsi sul serio come la risposta raffinata alla mai sazia (e soprattutto mai davvero morta) costante richiesta di post-punk revival \u2014 qualunque sia la forma che passa al convento \u2014 dall\u2019altro \u00e8 innegabile che il terzo lavoro a nome Mount Kimbie non pu\u00f2 essere raccontato solo ed esclusivamente in termini derivativi. \u00c8 troppo spinto per tirar fuori il termine dream-pop, ma allo stesso tempo troppo delicato e malleabile per l\u2019oscurit\u00e0 di una qualche coldwave. Le drum-machine suonano come un batterista motorik autodidatta ma iperattivo, mentre i synth escono dal vecchio recinto Boards of Canada \/ Four Tet \/ Caribou per tornare a mischiarsi in una moderna eco campionata di Can \/ Faust \/ Cure, pur senza mai scolorire dal tutto il classico marchio\u00a0<em>Warp<\/em>. Le voci degli ospiti fanno il resto, ovvero da trait d\u2019union attraverso tutta la lunga lista di nuovi ingredienti (dal post-rock al drone, dall\u2019R&amp;B all\u2019hip-hop) innestati nella ricetta con le dosi \u2014 esatte al milligrammo \u2014 sufficienti per cambiarne il sapore e uscire dal campo di una generica IDM per, diciamo,\u00a0<em>eccesso di intelligenza<\/em>. Pi\u00f9 che semplice incrementalismo, questo \u00e8 il suono di una progressione musicale programmata ed estremamente promettente, un tuffo molto meno avventato di quello che sembra a una prima occhiata in\u00a0<a title=\"va che equilibristi i Mount Kimbie!\" href=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/recensioni\/recensioni-affrettate\/mount-kimbie-love-what-survives\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">qualcosa<\/a>\u00a0che potrebbe risultare \u2014 a lungo andare \u2014 completamente nuovo.<\/p>\n<p class=\"stripeTitle\">Tracce caldamente consigliate<\/p>\n<p class=\"bottomLineC\"><strong>Four Years and One Day<\/strong><br \/>\n<strong>Audition<\/strong><br \/>\n<strong>Delta<\/strong><\/p>\n<p><img style=\"margin-top: 2em;\" src=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/wp-content\/uploads\/27-grizzly-bear-painted-ruins.jpeg\" alt=\"Grizzly Bear - Painted Ruins\" width=\"800\" height=\"800\" \/><\/p>\n<h4>27. Grizzly Bear &#8211; Painted Ruins<\/h4>\n<h5>Democraticamente originali<\/h5>\n<p>Non tutte le band possono mettere in curriculum un endorsement pubblico da parte dei Radiohead, in particolare poche (ma buonissime) parole del solitamente taciturno Jonny Greenwood, che a suo tempo \u2014 introducendo i Grizzly Bear al proprio pubblico durante il tour di\u00a0<em>In Rainbows<\/em> \u2014 li defin\u00ec \u201c<a title=\"parola di Jonny\" href=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/collaborazioni\/humans-vs-robots\/hvsr-playlist-1\/\" target=\"_blank\" rel=\"nofollow noopener\">my favorite band in the world<\/a>\u201d. Motivo in pi\u00f9, questo, per applaudire\u00a0<em>Painted Ruins<\/em>, quinto album di Ed Droste e compagni, che sancisce il loro ritorno in pista dopo le non si sa bene quanto fondate voci di scioglimento che nel 2013 avevano seguito il precedente\u00a0<em>Shields<\/em>. Dopo un inizio di carriera che li ha visti essere poco pi\u00f9 che un progetto in orbita attorno all\u2019ingombrante figura del frontman impegnato a scrivere album interi nella sua cameretta, oggi i Grizzly Bear suonano perfettamente sincronizzati, finalmente nei panni di una vera e propria band in cui ognuno porta il suo pezzo di pagnotta alla causa. Come se per loro la\u00a0<em>democrazia<\/em>\u00a0(qualunque sia il significato che vogliamo dare al termine) fosse quasi una specie di virus che, partito dalla testa, si \u00e8 poi espanso su tutto il corpo. Il che li pone come un\u2019entit\u00e0 quantomeno in controtendenza. Se infatti la storia recente ci ha insegnato qualcosa, \u00e8 che qualunque forma di sovranit\u00e0 popolare \u00e8 un affare incasinato: nonostante i suoi nobili ideali di rappresentanza e responsabilit\u00e0, pu\u00f2 essere lenta e ingombrate, oppure chiudere il cancello in faccia a buone idee mentre ne lascia altre sciagurate scivolare dalla porta sul retro. Anche la sua tanto celebrata tenuta stagnapu\u00f2 essere fregata da qualche mela marcia e quando ce ne accorgiamo \u00e8 sempre troppo tardi. I Grizzly Bear invece, con gli anni, hanno saputo far fronte alle difficolt\u00e0 sviluppando una crescente forma di coesione che li ha portati a perfezionare un sound originalissimo e incredibilmente appetibile per i pi\u00f9 svariati palati, perch\u00e9 leggibile e apprezzabile su pi\u00f9 livelli. Ci sono ritornelli accattivanti da cantare sotto la doccia e complesse armonie studiate a tavolino, accelerazioni di un\u2019immediatezza che diresti dozzinale mischiate a un immaginario lirico quasi barocco, stacchi inaspettati e giochi di parole.\u00a0<em>Painted Ruins<\/em>\u00a0non si fa particolari problemi a unire la ballabilit\u00e0 dei migliori, vecchi Blur con quella decadenza semi-artefatta \u00e0 la Divine Comedy, ulteriore testimonianza \u2014 ce ne fosse ancora bisogno \u2014 del modo \u201claterale\u201d che i Grizzly Bear hanno di fare indie: prodigiosa (quasi artigianale) attenzione ai piccoli dettagli, mischiata a una specie di devozione per la melodia che garantisce loro la libert\u00e0 di deviare verso tangenti sbilenche che sanno tanto di pop puro quanto di psichedelia for dummies. Il tutto senza perdere mai n\u00e9 una certa profondit\u00e0 nei testi, n\u00e9 un buona dose di ironia che d\u00e0 alle loro creazioni un\u2019inimitabile struttura non convenzionale, come puzzle troppo accattivanti per notare che manca \u2014 premeditatamente \u2014 una buona met\u00e0 dei pezzi. Che poi, dire \u201cmanca\u201d sarebbe ingiusto: semplicemente son nascosti. Dove? Probabilmente in un\u2019altra delle tracce di uno dei loro dischi.<\/p>\n<p class=\"stripeTitle\">Tracce caldamente consigliate<\/p>\n<p class=\"bottomLineC\"><strong>Wasted Acres<\/strong><br \/>\n<strong>Mourning Sound<\/strong><br \/>\n<strong>Losing All Sense<\/strong><\/p>\n<p><img style=\"margin-top: 2em;\" src=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/wp-content\/uploads\/26-deerhoof-mountain-moves.jpeg\" alt=\"Deerhoof - Mountain Moves\" width=\"800\" height=\"800\" \/><\/p>\n<h4>26. Deerhoof &#8211; Mountain Moves<\/h4>\n<h5>Mettete delle barzellette nei vostri cannoni<\/h5>\n<p>\u201cIl disco di protesta dei Deerhoof\u201d, dove l\u2019ho letto? Non mi ricordo, ma, sulla carta, \u00e8 un concetto interessante. Nel corso di pi\u00f9 di vent\u2019anni di carriera la band di San Francisco ha dato tutte le prove possibili di essere dotata di un\u2019inventiva singolare e del tutto peculiare. Il loro catalogo svaria come un trequartista d\u2019altri tempi tra le linee di un noise incazzato fino a un power-pop buono per dei cori da stadio, alternando tackle primitivi a virtuosismi astrusi, sudati reportage rock\u2019n\u2019roll in presa diretta a immacolate performance da studio multitraccia. La giocosa spinta a decostruire che li porta a questi esperimenti senza soluzione di continuit\u00e0 \u00e8 quella che allo stesso tempo ne definisce, oltre che il modus operandi, anche la cifra stilistica: difficilmente troveremo in un loro disco un power-chord pompato e diretto che non sia smontato da una melodia bambinesca da cantilena nel cortile della scuola, o un semplice ritmo charleston\/rullante che la strofa dopo non diventi una grandinata di colpi ruggiti a bocca aperta. Questi viziacci \u2014 affascinanti o alla lunga noiosi, dipende dai gusti, dallo stato d\u2019animo o dall\u2019angolazione da cui si guardano \u2014 sono un po\u2019 all\u2019opposto dell\u2019urgenza e immediatezza espressiva che in genere ci aspettiamo da un certo tipo di \u201crock politico\u201d. Quindi la prospettiva era intrigante: se davvero questi allegri burloni hanno barattato la loro stravaganza in cambio di chili di furore impegnato, cosa ne pu\u00f2 essere uscito fuori? Col senno di poi, a domanda ingenua,\u00a0<a title=\"leggili i 30 dischi che ci son piaciuti di pi\u00f9 nel 2016!\" href=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/blog\/best-albums-2016\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">risposta scontata<\/a>: \u201cthe same old Deerhoof record\u201d, ovvero un disco completamente diverso da tutti gli altri dischi dei Deerhoof. In altri termini,\u00a0<em>Mountain Moves<\/em>\u00a0\u00e8 s\u00ec un lavoro pi\u00f9 attento di altri all\u2019attualit\u00e0, ma Greg Saunier e Satomi Matsuzaki hanno saggiamente evitato di sottoporre il loro sound a un pesante make-up serioso, preferendo invece affrontare l\u2019orda degli oppressori usando come arma principale il loro lato pi\u00f9 infantile e birichino. Ne \u00e8 uscito un disco estremamente pop \u2014 dove per \u201cpop\u201d, giusto per evitare fraintendimenti, si intende sempre e comunque la versione \u201cDeerhoof\u201d dello stesso, ovvero una collezione di melodie fatte di sgambetti, storture e incoerenze formali, che per\u00f2 ti entrano in testa senza volerne sapere di uscire, zoppicando per finta in attesa della ricreazione \u2014 che suona ottimista, fresco e sbarazzino. Proprio questo suo rifiuto a prescindere di capitolare di fronte al pragmatismo imperante figlio della paura e dell\u2019assenza di gioia collettiva, fa di\u00a0<em>Mountain Moves<\/em>\u00a0un disco che \u00e8 davvero faticoso non amare, un disco che alla fine ti ci fa credere sul serio: chi lo dice che una rivoluzione estatica contro lo staus-quo \u00e8 impossibile? Chi lo dice che andare alla guerra con i gavettoni non ammazza il nemico a forza di strazianti bronchiti? Chi lo dice che la musica non \u00e8 pi\u00f9 capace di muovere le montagne?<\/p>\n<p class=\"stripeTitle\">Tracce caldamente consigliate<\/p>\n<p class=\"bottomLineC\"><strong>Slow Motion Detonation<\/strong><br \/>\n<strong>I Will Spit Survive<\/strong><br \/>\n<strong>Your Dystopic Creation Doesn\u2019t Fear You<\/strong><\/p>\n<p><img style=\"margin-top: 2em;\" src=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/wp-content\/uploads\/25-protomartyr-relatives-in-descent.jpeg\" alt=\"Protomartyr - Relatives in Descent\" width=\"800\" height=\"800\" \/><\/p>\n<h4>25. Protomartyr &#8211; Relatives in Descent<\/h4>\n<h5>La logorrea di un mostro post-punk<\/h5>\n<p>Joe Casey, quando dice di mettersi a scrivere di buzzo buono, sicuramente non ha nulla da imparare da nessuno, ma non si pu\u00f2 certo dire abbia il dono della sintesi. Peggio di me, per capirsi. Qua di seguito una lista \u2014 non esaustiva, ci mancherebbe \u2014 degli argomenti toccati nel suo ultimo pamphlet\u00a0<em>Relatives in Descent<\/em>: cavalli parlanti, cactus che fioriscono solo di notte, la crisi idrica della citt\u00e0 di Flint (Michigan), la tetra sterilit\u00e0 della gentrificazione dei sobborghi una volta malfamati (genericamente parlando), l\u2019irrilevanza sociale di una certa fazione senza cervello di fan di Bukowski and so on. Potrei continuare. Casey lo farebbe di sicuro. O meglio: lo fa. Poche band a oggi offrono una media di battute di testo a disco come i Protomartyr. Forse Guccini, ma non \u00e8 una band, e comunque \u00e8 un po\u2019 che non fa un disco, ancora di pi\u00f9 che non fa un disco decente. Non stupisce quindi che anche il quarto album della band di Detroit sia, al solito, una saga logorroica strapiena di allusioni a tutto quello che viene in mente a un tizio abbastanza brillante da riuscire a mettere in musica ogni ragnatela che riesce a raccogliere negli angoli pi\u00f9 reconditi del suo cervello. E provare a dargli un senso, ovviamente. Mica poco, in un mondo senza senso come quello che ci \u00e8 toccato in sorte di viverci dentro. Con tutti i pro e i contro del caso, questo bisogna ammetterlo: nei pezzi dei Protomartyr infatti non sempre \u00e8 scontato trovare un chiaro inizio, un incontrovertibile sviluppo e una fine annunciata, proprio perch\u00e9 la testaccia dura che comanda la baracca \u00e8 pi\u00f9 interessata alla\u00a0<em>storia<\/em>\u00a0che ai retroscena. E il problema \u00e8 che nel conto dei retroscena ci mette anche la musica, o quantomeno una spesso troppo trascurata \u201cforma-canzone\u201d. Quando funziona, \u00e8 una figata, quando funziona meno la cosa sconfina nel disorientante e l\u2019orizzonte si fa imperscrutabile, i passaggi sconnessi, la traccia sfortunata una specie di \u201ccrush-tin box\u201d in cui stipare troppi concetti-sardina. Per fortuna\u00a0<em>Relatives in Descent\u00a0<\/em>\u00e8 uno dei dischi dei Protomartyr che meno si sbilanciano verso quest\u2019ultimo scenario. Questo perch\u00e9 nel frattempo, mentre tutti si concentravano a parlare del frontman \u2014 anche a ragione: come non rimanere affascinati dalla storia di un portiere di notte che a un certo punto, pi\u00f9 che trentenne e senza il minimo background musicale, decide di iniziare a suonare con gente di dieci anni pi\u00f9 giovane di lui in una scalcinata band locale per diventare in un soffio uno dei fenomeni pi\u00f9 apprezzati dell\u2019indie degli anni dieci? \u2014 i tre ragazzotti che stavano intorno a lui si sono progressivamente trasformati in una band con i controcoglioni: uno spaventoso mostro post-punk che non sbaglia un colpo. E vi assicuro che\u00a0<em>Relatives in Descent<\/em>, di colpi, ne assesta non pochi.<\/p>\n<p class=\"stripeTitle\">Tracce caldamente consigliate<\/p>\n<p class=\"bottomLineC\"><strong>Caitriona<\/strong><br \/>\n<strong>Don\u2019t Go to Anacita<\/strong><br \/>\n<strong>Male Plague<\/strong><\/p>\n<p><img style=\"margin-top: 2em;\" src=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/wp-content\/uploads\/24-algiers-the-underside-of-power.jpeg\" alt=\"Algiers - The Underside of Power\" width=\"800\" height=\"800\" \/><\/p>\n<h4>24. Algiers &#8211; The Underside of Power<\/h4>\n<h5>Ballare dietro le barricate<\/h5>\n<p>Il secondo album \u00e8 sempre il pi\u00f9 difficile: quante volte l\u2019abbiamo sentito dire? Come in tutte le frasi fatte, nonostante la mancanza di originalit\u00e0 c\u2019\u00e8 del vero. Ma dopotutto la vita raramente \u00e8 originale, la verit\u00e0 men che meno. Comunque, il secondo album, dicevamo: da un lato c\u2019\u00e8 la necessit\u00e0 di continuare a costruire una propria, ben definita identit\u00e0 a partire dalle fondamenta gettate con il primo lavoro, dall\u2019altro qualunque scelta che potrebbe puzzare di \u201cripetizione\u201d sarebbe subito additata con ribrezzo. In questo senso, gli Algiers partivano dalla\u00a0<a title=\"leggili i 30 dischi che ci son piaciuti di pi\u00f9 nel 2015!\" href=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/blog\/best-albums-2015\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">posizione<\/a>\u00a0pi\u00f9 scomoda possibile: qualcosa di equivalente a un pilota di\u00a0<em>Formula Uno<\/em>\u00a0retrocesso di venti posizioni in griglia, con due ruote bucate e un incazzatissimo virus gastrointestinale che lo avrebbe accompagnato in gara. S\u00ec, perch\u00e9 ripetere qualcosa di qualitativamente simile al loro omonimo debutto era una cosa obiettivamente impossibile: con tutto l\u2019impegno e il talento di questo mondo, sarebbe comunque mancato un ingrediente imprescindibile \u2014 l\u2019<em>effetto-sorpresa<\/em>. A differenza di due anni fa, tutti ci aspettavamo qualcosa mentre li aspettavamo al varco. Loro, in perfetto stile Algiers, non dico se ne siano bellamente fregati \u2014 visto che gi\u00e0 concorrono per il premio \u201cmiglior gruppo politicamente impegnato dell\u2019era-Facebook\u201d \u2014 ma hanno comunque tirato dritto per la loro strada, salendo sui cordoli quando necessario e non considerando nemmeno per un attimo l\u2019opzione di lesinare sportellate a chi capitasse in traiettoria. Gli ingredienti della ricetta non cambiano, ma \u2014 grazie al cielo \u2014 nemmeno la maestria che la band aveva dato prova di avere nel mescolarli: siamo sempre invischiati in un pentolone di manifesti da corteo, spietati striscioni di ferrea risolutezza, rivolte a suon di beat e rabbia dalle radici blueseggianti, e la cosa funziona ancora, invece di sapere gi\u00e0 di stantio.\u00a0<em>The Underside of Power<\/em>\u00a0\u00e8 il suono di chi pretende di essere ascoltato, di chi, per una volta, vuole essere quello che alza la voce. Insomma, non proprio ritornelli da cantare in coro al campo scout o canzoncine da mettere in sottofondo durante un barbecue in giardino. Riferimenti a\u00a0<em>La Peste<\/em>\u00a0di Camus, citazioni di T.S. Eliot, voci campionate di\u00a0<em>Black Panthers<\/em>\u00a0morte ammazzate e cori gospel industriale in cui la negritudine grida la vendetta che gli spetta: nessun dubbio che gli Algiers prendano il mestiere di musicista come una cosa seria. Ma la cosa inaspettata, il vero balzo in avanti, fuori dai binari gi\u00e0 tracciati, \u00e8 constatare come un disco cos\u00ec\u00a0<em>pesante<\/em>, riesca a essere cos\u00ec, non dico\u00a0<em>ballabile<\/em>, ma quanto meno cinetico, compulsivo, quasi \u2014 lo so, non \u00e8 la parola giusta, ma \u00e8 la pi\u00f9 vicina al concetto che il mio piedino ha in mente, mentre batte il tempo inconsulto contro il pavimento \u2014 <em>funky<\/em>. Le linee di basso si agitano e si scuotono come un serpente a cui hanno tagliato la testa, le chitarre gracchiano qualcosa inaspettatamente comprensibile, mentre un pianoforte, pi\u00f9 presente del solito, in parte addolcisce testi tutt\u2019altro che leggeri da digerire, al punto che spesso non distingui se stai muovendo il culo a ritmo o se \u00e8 il resto che ti sta smuovendo le budella con drammatiche conseguenze. Per il tuo culo, intendo. Potente, schietto, intenso: ancora una volta, non un ascolto facile, ma obbligato e alla lunga gratificante.<\/p>\n<p class=\"stripeTitle\">Tracce caldamente consigliate<\/p>\n<p class=\"bottomLineC\"><strong>The Underside of Power<\/strong><br \/>\n<strong>Cleveland<\/strong><br \/>\n<strong>The Cycle \/ The Spiral: Time to Go Down Slowly<\/strong><\/p>\n<p><img style=\"margin-top: 2em;\" src=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/wp-content\/uploads\/23-the-big-moon-love-in-the-4th-dimension.jpeg\" alt=\"The Big Moon - Love in the 4th Dimensions\" width=\"800\" height=\"800\" \/><\/p>\n<h4>23. The Big Moon &#8211; Love in the 4th Dimensions<\/h4>\n<h5>Cameratismo pop e quote rosa<\/h5>\n<p>I Big Moon \u2014 anche se qui tocca dire per forza \u201cle\u201d Big Moon, visto che le quote rosa sono al 100% e non lasciano spazio a equivoci o polemiche di genere \u2014 hanno addosso qualcosa di elettrico che va oltre la musica. L\u2019impressione \u00e8 che abbiano stretto un legame tanto semplice e naturale quanto efficace: fondamentalmente son quattro figliole che si divertono a passare il tempo insieme, stanno bene le une con le altre, si fanno un sacco di risate e occasionalmente debuttano con un album che si piglia seduta stante una candidatura al\u00a0<em>Mercury Prize<\/em>. Deve essere per questo che\u00a0<em>Love in the 4th Dimension<\/em>, nel suo essere niente di nuovo sotto il sole, suona cos\u00ec\u00a0<em>speciale<\/em>. Che poi, \u201cniente di nuovo sotto il sole\u201d: parliamone. L\u2019indie-pop con le chitarre ormai \u00e8 una cosa cos\u00ec rara che quasi sembra \u2014 almeno per chi ha disturbi di memoria a (non cos\u00ec) breve termine \u2014 una cosa mai vista e io sinceramente devo risalire alle Elastica \u2014 c\u2019\u00e8 qualcuno che si ricorda le Elastica? \u2014 per trovare qualcosa di simile, sotto il sole.\u00a0<em>Love in the 4th Dimension\u00a0<\/em>\u00e8, come si dice \u2014 c\u2019\u00e8 qualcuno che lo dice ancora? \u2014 un fulmine in una bottiglia. E la cosa interessante (sempre parlando di reazioni tra molecole) \u00e8 che la bottiglia era piena non dico di benzina o qualunque altro liquido altamente infiammabile, ma almeno di una bella birretta da 7\u20138\u00b0, di quelle che ti imbriacano bene ma non benissimo. Cattura quel sentimento frivolo e liberatorio \u2014 c\u2019\u00e8 qualcuno che ancora rammenta che sapore ha? \u2014 che si prova quando ci si imbatte in una band che, al primo ascolto,\u00a0<em>ti diverte<\/em>. Una band che lo fa dichiaratamente senza nessuna pretesa: anzi, che abbraccia tutte le sue imperfezioni per renderle parte del suo DNA. Gioca su risate, gridolini, rullate che imitano pernacchie e tutte quelle cose stupide che se fossero state tagliate avrebbero dato all\u2019album un aura di pulizia secchiona che lo avrebbe semplicemente ammazzato. Poi va da s\u00e8: scherzi \u2014 mai termine fu pi\u00f9 adatto \u2014 a parte, se sotto la superficie non ci sono delle fondamenta fatte di buone canzoni, non si va da nessuna parte. Inutile dire che in\u00a0<em>Love in the 4th Dimension<\/em>\u00a0le canzoni buone <a title=\"trovalo il disco delle Big Moon tra questi cinque di HVSR!\" href=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/collaborazioni\/humans-vs-robots\/hvsr-playlist-4\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">ci sono<\/a>, tutte, e le canterete a squarciagola dalle prime file dei prossimi festival estivi, felicemente abbracciati alla vostra migliore amica. Perch\u00e9 ci sono dei momenti in cui l\u2019unica cosa che serve \u00e8 una via di fuga: un mondo buffo in cui gettarti a capofitto quando hai bisogno di tirarti su. Niente di pi\u00f9 facile: qua abbiamo quattro\u00a0<em>bitches<\/em>\u00a0pronte a offrirti un giro di bevute e qualche pacca sulla spalla. E giuro che lo fanno senza secondi fini: dopotutto il cameratismo non pu\u00f2 essere simulato, e la puzza di affiatamento si sente da lontano. Se volete, potete chiamarla\u00a0<em>chimica<\/em>: vi giuro solennemente, con una mano sul cuore e l\u2019altra sul bancone del pub, che qua di chimica ce n\u2019\u00e8 pi\u00f9 che dentro un laboratorio del MIT.<\/p>\n<p class=\"stripeTitle\">Tracce caldamente consigliate<\/p>\n<p class=\"bottomLineC\"><strong>Sucker<\/strong><br \/>\n<strong>Pull the Other One<\/strong><br \/>\n<strong>Formidable<\/strong><\/p>\n<p><img style=\"margin-top: 2em;\" src=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/wp-content\/uploads\/22-blank-mass-world-eater.jpeg\" alt=\"Blank Mass - World Eater\" width=\"800\" height=\"800\" \/><\/p>\n<h4>22. Blank Mass &#8211; World Eater<\/h4>\n<h5>Disagio immacolato e appagante<\/h5>\n<p>Il lato positivo dei side-project \u2014 parlo senza cognizione di causa, non avendone mai avuto uno, anche solo per il semplice fatto che non mi son mai imbarcato seriamente in nessun\u00a0<em>project<\/em> \u2014 \u00e8 che ti offrono una specie di scappatoia verso cui incanalare le idee che per qualunque motivo (aspettative dei fan, brand identity, vergogna or whatever) pensi non funzionino per la tua band principale. Parlo senza cognizione di causa, appunto, ma credo di non sbagliare affermando che la cosa quantomeno calza a pennello sulle spalle di Benjamin John Power, la cui musica da solista dietro il moniker Blanck Mass suona s\u00ec come la met\u00e0 dei Fuck Buttons, ma con delle ben evidenti differenze. Differenze che \u2014 manco a dirlo \u2014 <em>fanno la differenza<\/em>. L\u2019intersezione pi\u00f9 che ovvia tra i due progetti \u00e8 il muro di rumore elettrico contro cui vai a sbattere mentre ti avvicini a entrambi: \u00e8 una cosa inconfondibile, che segna il marchio di fabbrica di BJP e ti permette di capire subito almeno in quale zona del futuro sei capitato. Per\u00f2, mentre i Fuck Buttons prendono un\u2019idea e ci ricamano lentamente sopra, aggiungendo a ogni passaggio nuovi nodi e fiorellini marciti, Blanck Mass ti sputa addosso tutto in una sola volta. Mentre i Fuck Buttons costruiscono la loro forza a strati, aggiungendo livello su livello fino a raggiungere quelli che qualcuno ha definito \u201cskyscrapers of noise\u201d, Blanck Mass scatta subito in avanti, prendendoti prima a schiaffi e poi provando a spiegarti perch\u00e8 l\u2019ha fatto. In questo senso,\u00a0<em>World Eater<\/em>, va addirittura oltre qualunque cosa partorita fino a oggi da Ben Power: nel giro di sole sette tracce, vomita pi\u00f9 di cinquanta minuti che alternano senza preavviso bastonate a carezze, fragore caustico che va a braccetto con passaggi melanconici quasi ambient e angeliche voci distese che non sempre riescono a compensare i pugni presi, violenti e abrasivi come carta vetrata.\u00a0<em>World Eater<\/em>\u00a0\u00e8 \u2014 per dirla senza metafore, nel senso quasi\u00a0<em>metal<\/em>\u00a0del termine \u2014 un disco brutale, il cui ascolto \u00e8 un\u2019esperienza che quasi metterebbe a disagio, non fosse cos\u00ec appagante. \u00c8 la colonna sonora perfetta per questi tempi difficili, e li racconta \u2014 a suo modo \u2014 in una maniera che definirei\u00a0<em>immacolata<\/em>: tonifica ma lascia lividi, si dichiara discordante e nera nei suoi temi principali, nascondendo per\u00f2 nelle ombre una fragilit\u00e0 che suona in fin dei conti confortante. Magari non raggiunge i picchi di\u00a0<em>danceability<\/em>\u00a0dei due precedenti lavori, ma con un paio di cuffie decenti e una notte in cui il vento ulula fuori dalle finestre, pu\u00f2 rivelarsi un trip quasi trascendentale: bellissimo, se non considerate i danni \u2014 probabilmente permanenti \u2014 che quasi per certo vi lascer\u00e0 in dote.<\/p>\n<p class=\"stripeTitle\">Tracce caldamente consigliate<\/p>\n<p class=\"bottomLineC\"><strong>The Rat<\/strong><br \/>\n<strong>Silent Treatment<\/strong><br \/>\n<strong>Hive Mind<\/strong><\/p>\n<p><img style=\"margin-top: 2em;\" src=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/wp-content\/uploads\/21-girls-in-hawaii-nocturne.jpeg\" alt=\"Girls in Hawaii - Nocturne\" width=\"800\" height=\"800\" \/><\/p>\n<h4>21. Girls in Hawaii &#8211; Nocturne<\/h4>\n<h5>Il bello di perdere la speranza<\/h5>\n<p>Forse dovrei andare a vivere in Belgio. \u00c8 un po\u2019 che ci penso, ma \u2014 considerando il rapporto di popolazione con altre nazioni (una a caso, gli Stati Uniti) \u2014 una percentuale altissima delle mie band preferite vengono dalla patria di Magritte (dEUS e Soulwax su tutti) e raramente gruppi nati e cresciuti sulle rive della Schelda e della Mosa mi hanno lasciato indifferente, o men che meno deluso in qualche modo (penso ai Millionaire, ai Venus, agli Zita Swoon, ai Vive la F\u00eate, ai Ghinzu, a Sharko, ai Black Box Revelation \u2014 potrei continuare, ma diventerei noioso). Tutte, tra l\u2019altro, con caratteristiche diverse e \u2014 musicalmente parlando \u2014 poco in comune, tranne il Belgio, appunto. Quindi s\u00ec, deve essere per via di qualcosa che gli dan da mangiare e da bere da quelle parti (i cavoletti di Bruxelles, o le birre artigianali dei monaci trappisti), oppure son proprio io che sarei dovuto nascere lass\u00f9. Diciamo almeno in Lussemburgo (non vorrei chiedere troppo). I Girls in Hawaii fan parte di questa storia. Forti di un nome che sembra una categoria di i, arrivano nella mia vita ben prima di <em>PornHub<\/em> con il loro debutto del 2005 <em>From Here to There<\/em> (so che fate fatica a immaginare un mondo del genere, ma fino al 2007 <em>PornHub<\/em> non esisteva \u2014 cos\u00ec, ci tengo a sottolinearlo per dovere di cronaca), un disco semplicemente perfetto che dovrebbe essere il testo di riferimento per qualunque corso di indie-pop, e invece. Il secondo lavoro della band dei fratelli Wieselman, <em>Plan Your Escape<\/em>, non delude affatto e io gi\u00e0 comincio a pronosticare per questa gente un avvenire di successo e per le mie orecchie un futuro di piacevoli ascolti. Come ogni volta che mi sbilancio in un giudizio, succede immancabilmente il patatrac. Nel caso specifico, il patatrac prende la forma del camion con cui Denis Wieselman fa un frontale nel 2010, rimanendoci secco. Il fratello Antoine \u2014 c\u2019era da aspettarselo, direi \u2014 non la prende benissimo: come in un\u2019emorragia da stress post-traumatico fa uscire due album nel giro di un anno (nemmeno troppo depressi, ma sicuramente confusi) e poi si chiude in un mutismo buono almeno per leccarsi le ferite. Capirete quindi la commozione con cui accolgo <em>Nocturne<\/em>, commozione che rimarrebbe confinata nel mio, di mutismo, se non fosse accompagnata dall\u2019emozione con cui lo sento cos\u00ec <em>buono<\/em>, di nuovo. Il bello di perdere la speranza \u00e8 che, nei rari casi in cui non c\u2019azzecchi, poi la sorpresa \u00e8 cos\u00ec indescrivibile che ti riconcilia con l\u2019esistenza. Odio i cavoletti di Bruxelles anche se so che fanno bene, amo le birre artigianali dei monaci trappisti, anche se so che tanto bene non fanno: la delicatezza della scrittura dei Girls in Hawaii invece mi \u00e8 sempre servita da appiglio nei momenti pi\u00f9 bui, perch\u00e9 fa bene e fa male allo stesso tempo. Ma non importa: la loro sensibilit\u00e0 profonda e corposa \u00e8 un toccasana a prescindere, \u00e8 un carillon che riecheggia nel Grand Canyon, quando ormai pensavi di sentirci solo ululati di coyote: non sai dov\u2019\u00e8 di preciso, ma l\u2019importante \u00e8 che, da qualche parte, sia.<\/p>\n<p class=\"stripeTitle\">Tracce caldamente consigliate<\/p>\n<p class=\"bottomLineC\"><strong>Guinea Pig<\/strong><br \/>\n<strong>Overrated<\/strong><br \/>\n<strong>Walk<\/strong><\/p>\n<p><img style=\"margin-top: 2em;\" src=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/wp-content\/uploads\/20-pile-a-hairshirt-of-purpose.jpeg\" alt=\"Pile - A Hairshirt of Purpose\" width=\"800\" height=\"800\" \/><\/p>\n<h4>20. Pile &#8211; A Hairshirt of Purpose<\/h4>\n<h5>Il primo album dopo cinque album<\/h5>\n<p>Ci hanno messo dieci anni e cinque dischi, ma finalmente i Pile sono arrivati al loro primo\u00a0<em>album<\/em>. Mi spiego meglio, anche se basterebbe una passata veloce attraverso la loro discografia per capire che\u00a0<em>boutade<\/em>\u00a0\u00e8 tale solo fino a un certo punto. Rick Maguire e compagni fino a oggi si erano limitati (si fa per dire \u2014 mica poco) a rimpinzare ogni loro precedente lavoro con canzoncine meravigliose nella loro stortura, ma che spesso avevano non molto da spartire le une con le altre: promesse\u00a0<em>hit<\/em>\u00a0da classifica \u2014 se esistesse una classifica del pop inciampato e ben poco commerciabile \u2014 di cui innamorarsi all\u2019istante, che per\u00f2 si son sempre rigorosamente (<em>volutamente<\/em>\u00a0immagino) ben guardate dal condividere la famosa \u2014 spesso sopravvalutata \u2014 \u201cvisione d\u2019insieme\u201d. Erano, insomma, il prototipo di quella che gli americani chiamano \u201ca band of songs\u201d.\u00a0<em>A Hairshirt of Purpose<\/em>\u00a0(titolo dell\u2019anno, per distacco) invece butta nell\u2019umido tutta questa teoria e segna il momento in cui la band di Boston trova l\u2019altrettanto famosa quadratura del cerchio, sperimentando con successo una formula che le permette di regalarci un lavoro compatto, senza perdere un grammo del suo songwriting asimmetrico. Le canzoni sono ordinate secondo un criterio ben preciso, c\u2019\u00e8 una sorta di narrativa che progredisce di pezzo in pezzo, un\u2019atmosfera che si espande per tutte e tredici le tracce senza per\u00f2 perdersi in aperta campagna e tutto \u00e8 incorniciato da qualcosa di simile a un\u2019introduzione e un finale: in altri termini, siamo di fronte a un vero e proprio album secondo tutti i crismi, forse per la prima volta nella loro carriera. \u00c8 vero: i Pile continuano a dare il meglio di s\u00e8 quando sono alle prese con slittamenti, rallentamenti improvvisi e brusche accelerazioni, momenti programmati con elasticit\u00e0, indecisioni e incidenti di percorso, ma qui la loro bravura sta proprio nello smussare certi angoli senza perdere una certa complessit\u00e0 concettuale che sa ancora di math-rock inzuppato nell\u2019indie pi\u00f9 classico. Sembrano a tratti gli Shellac suonati dai Pavement, l\u00ec seduti sul fondo degli stretti interstizi che si vengono a creare tra pesanti alternanze di minore\/maggiore, felici nella loro sessione di nuoto libero in acque dai colori cangianti, ma sempre impegnati a tenere a bada improvvisi cambi d\u2019umore, lasciandosi comunque un certo margine di diritto all\u2019esuberanza. Con\u00a0<em>A Hairshirt of Purpose<\/em>, i Pile hanno deciso di dire basta al giochetto \u2014 in cui erano maestri \u2014 di smontare le canzoni solo per il gusto di farlo e sono arrivati con naturalezza alla morale della favola. Niente di epifanico, ci mancherebbe: solo un po\u2019 di buon senso senza costrizioni. Nel senso: viva l\u2019improvvisazione, massimo rispetto per l\u2019effetto sorpresa e guai a imbavagliare il libero arbitrio, ma anche dare un senso alle cose, nella vita, a volte, non fa mica cos\u00ec schifo.mar.<\/p>\n<p class=\"stripeTitle\">Tracce caldamente consigliate<\/p>\n<p class=\"bottomLineC\"><strong>Ropes Length<\/strong><br \/>\n<strong>No Bone<\/strong><br \/>\n<strong>Dogs<\/strong><\/p>\n<p><img style=\"margin-top: 2em;\" src=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/wp-content\/uploads\/19-blaenavon-thats-your-lot.jpeg\" alt=\"Blaenavon - That's Your Lot\" width=\"800\" height=\"800\" \/><\/p>\n<h4>19. Blaenavon &#8211; That\u2019s Your Lot<\/h4>\n<h5>Una su dieci ce la fa<\/h5>\n<p>I Blaenavon hanno sempre avuto il tempo dalla loro parte. O almeno hanno sempre avuto il lusso di prenderselo \u2014 tutto il tempo di cui avevano bisogno \u2014 e di metterselo da parte. Non una fortuna da poco, nel macrocosmo che nostro malgrado ci circonda (per non parlare di quel suo sottoinsieme chiamato\u00a0<em>music business<\/em>), dove la pretesa pi\u00f9 innocua implica un semplicissimo (si fa per dire) \u201ctutto e subito\u201d e una buona percentuale di nuove band attraversa tutte la fasi del ciclo di vita di una\u00a0<em>star<\/em>\u00a0(protostella, gigante rossa, supernova, nana bianca, buco nero \u2014 ovvero una roba che il buon Dio a suo tempo aveva previsto durasse almeno qualche miliardo di anni) nel giro di quattro stagioni, non riuscendo a uscire viva dal trittico fatale \u201cprimo album + primo tour + cosa ci metto nel secondo album?\u201d. Affacciatasi \u2014 nemmeno troppo timidamente \u2014 nella galassia dell\u2019alt-indie britannico ormai pi\u00f9 di cinque anni fa, la band dell\u2019Hampshire se l\u2019\u00e8 infatti presa comoda e ha sfornato ben tre piccoli EP prima di arrivare \u2014 solo oggi \u2014 all\u2019effettivo debutto sulla lunga distanza. Un modo un po\u2019 bislacco e del tutto personale di prendere le misure a se stessi che per\u00f2 \u2014 visto il risultato \u2014 mi sento di consigliare a tanti altri gruppi, prima che facciano la fine del 90% delle\u00a0<em>start-up<\/em>\u00a0(che, si sa, fallisce entro il primo anno di et\u00e0, in quella specie di infanticidio socio-economico di cui tutti parlano).\u00a0<em>That\u2019s Your Lot<\/em>\u00a0\u00e8 un disco innegabilmente vario e non del tutto focalizzato (come potrebbe essere diversamente? in fin dei conti \u00e8 il frutto di della mente iperattiva di tre ragazzini inglesi che hanno passato sacrificato la loro adolescenza a pensare come realizzarlo), ma i cui pezzi \u2014 presi singolarmente \u2014 dimostrano da un lato una maturit\u00e0 compositiva che solo tempo (vedi sopra) poteva garantire, dall\u2019altro una freschezza melodica cos\u00ec innata che nemmeno il tempo (vedi sotto) avrebbe mai potuto cancellare. A tratti pare quasi un post-rock cantato e suonato al doppio della velocit\u00e0 (che tecnicamente non sarebbe pi\u00f9\u00a0<em>post-rock<\/em>, diranno i miei cari\u00a0<em>party-pooper<\/em> \u2014 ok, anche\u00a0<em>chissenefrega<\/em>, direi io): le chitarre si alternano in flussi e riflussi che scivolano l\u2019uno sull\u2019altro toccandosi senza mai stridere e creando cos\u00ec un tappeto stratificato che raramente perde un vago senso di magnificenza. C\u2019\u00e8 il fatalismo pop degli Smiths che rimbalza sul rock giocoso dei Maccabees o dei Bombay Bicycle Club, aperture ariose di sei\/sette minuti e secchi ganci al mento di due\/tre: \u00e8 come se Manchester si ritrovasse in Scozia, con tutti i disorientamenti del caso. Un\u2019oretta di ottima musica che \u00e8 una voce candida e confortante indirizzata verso il futuro. Un futuro imprecisato, che non sappiamo bene dove porter\u00e0. Ma non \u00e8 l\u00ec il punto. Il punto \u2014 per una volta \u2014 \u00e8 qui:\u00a0<em>right here, right now<\/em>.<\/p>\n<p class=\"stripeTitle\">Tracce caldamente consigliate<\/p>\n<p class=\"bottomLineC\"><strong>My Bark Is Your Bite<\/strong><br \/>\n<strong>Alice Come Home<\/strong><br \/>\n<strong>Swans<\/strong><\/p>\n<p><img style=\"margin-top: 2em;\" src=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/wp-content\/uploads\/18-wire-silver-lead.jpeg\" alt=\"Wire - Silver \/ Lead\" width=\"800\" height=\"800\" \/><\/p>\n<h4>18. Wire &#8211; Silve \/ Lead<\/h4>\n<h5>Essere pop senza essere pop<\/h5>\n<p>Ogni volta che esce un nuovo disco degli Wire due reazioni simultanee e contraddittorie lo accompagnano a braccetto come una coppia di vecchine che di giorno vanno a far la spesa insieme e la sera se ne dicono di tutti i colori alle spalle: da un lato sai esattamente cosa aspettarti, dall\u2019altro non hai la pi\u00f9 pallida idea di cosa aspettarti. Se non mi avete gi\u00e0 candidato per il primo TSO disponibile nel reparto di psichiatria, provo a spiegarmi meglio: in quarant\u2019anni di carriera la band londinese ha sviluppato e perfezionato un sound inconfondibile, ma \u00e8 sempre riuscita a dare a quel sound forme continuamente diverse, declinarlo secondo schemi mai convenzionali, nutrirlo di idee innovative. Sono passati da colpi di frusta punk affilati come rasoi a definire la loro versione di post-punk (o come preferite chiamare quello che \u00e8 venuto\u00a0<em>dopo il punk<\/em> \u2014 ammesso che il punk sia mai esistito), da corteggiare le macchine con sperimentazioni industriali a un luccicante indie-pop che i giovanotti con\u00a0<em>Pro Tools<\/em>\u00a0craccato se lo sognano. Il tutto spesso all\u2019interno dello stesso album. Sento gi\u00e0 le sirene in lontananza, quindi cambiamo argomento. S\u00ec, ho detto \u201cquarant\u2019anni\u201d, non \u00e8 stato un errore di battitura: pochi giorni fa il loro debutto\u00a0<em>Pink Flag<\/em>\u00a0ha festeggiato le quattro decadi e, per quel che mi riguarda, i discorsi potrebbero anche concludersi qui. Sentite\u00a0<em>Silver\/Lead<\/em>, paragonatelo \u2014 che ne so \u2014 all\u2019ultimo dei Rolling Stones e traete le vostre conclusioni. Anticipo solo una domande scontata, anche se mai quanto la risposta. C\u2019\u00e8 qualcosa in questo album che suona come\u00a0<em>rivoluzionario<\/em>? No, e non deve esserci. Per\u00f2 sfido chiunque, dopo 15 album, a sembrare ancora cos\u00ec genuinamente naturale qualunque sia la cosa che gli viene in mente di mettere su uno spartito: anche se nella vostra cieca ingratitudine vorrete considerare questo non come un album, ma piuttosto come una casa infestata dai fantasmi di ogni disco passato, sono sicuro che non avrete mai il cuore di mentire fino al punto di sostenere che non sia infestata con una precisione assoluta e un gusto da fare invidia a chiunque. In un mondo \u2014 e in un mercato, quello musicale \u2014 a dir poco dominato da un impulso bulimico al cambiamento ad ogni costo, c\u2019\u00e8 qualcosa di estremamente confortante nel saper che una band come gli Wire esiste ancora, e ancora fa dischi di questo livello. Bisogna farsene una ragione e metterlo nero su bianco una volta per tutte: questo \u00e8 uno dei gruppi inglesi (se non vogliamo addirittura allargare la visuale) pi\u00f9 grandi di sempre. Nello specifico, il pi\u00f9 grande gruppo pop che \u00e8 riuscito a non essere mai, nemmeno per un attimo,\u00a0<em>pop<\/em>\u00a0sul serio.mar<\/p>\n<p class=\"stripeTitle\">Tracce caldamente consigliate<\/p>\n<p class=\"bottomLineC\"><strong>Forever &amp; a Day<\/strong><br \/>\n<strong>This Time<\/strong><br \/>\n<strong>Sleep On the Wing<\/strong><\/p>\n<p><img style=\"margin-top: 2em;\" src=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/wp-content\/uploads\/17-formation-look-at-the-powerful-people.jpg\" alt=\"Formation - Look at the Powerful People\" width=\"800\" height=\"800\" \/><\/p>\n<h4>17. Formation &#8211; Look at the Powerful People<\/h4>\n<h5>Pronti per la festa quando non \u00e8 ancora cominciata<\/h5>\n<p>Non fatevi ingannare dal loro aspetto di bei giovanotti fighi e rock\u2019n\u2019roll, dalla loro giovane et\u00e0 e dalle loro giacche con le toppe e le spillette: i Formation son ragazzi tutt\u2019altro che superficiali e disinteressati ai problemi della societ\u00e0 moderna. Non esattamente quello che chiameremmo un \u201cgruppo politicizzato\u201d, ma diciamo che, per sicurezza, meglio non romper loro troppo le scatole o provare a vender fuffa in giro. Sempre e costantemente sul pezzo, sono presenti e attivi su tutti i social network che vi possono venire in mente (ogni tanto si prendono pure la briga di scrivere dei post qui su\u00a0<em>Medium\u00a0<\/em>sotto le mentite spoglie di un codice fiscale \u2014 <a title=\"quando le band ancora avevano un blog\" href=\"https:\/\/medium.com\/u\/199e4eae12b3\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">Formation<\/a> \u2014 andando cos\u00ec a rimpinguare quel piccolo branco, sempre pi\u00f9 sparuto tra i millennials ai tempi dei social, di militanti che sente il dovere di tramandare ai propri coetanei l\u2019ormai quasi estinta arte del blogging \u2014 il che, ai miei occhi di vecchio, non fa che renderli pi\u00f9 simpatici) e quest\u2019anno sono usciti con il loro\u00a0<a title=\"trovali i Formation tra le tracce di Natale di HVSR!\" href=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/recensioni\/videoclip\/hvsr-playlist-xmas-2017\/\" target=\"_blank\" rel=\"nofollow noopener\">debutto<\/a>\u00a0sulla lunga distanza, quel\u00a0<em>Look At The Powerful People<\/em>\u00a0che, anche in termini musicali, procede spedito sui due binari appena tracciati \u2014 sexyness spontanea e impegno sociale \u2014 mischiando senza troppe remore, indie-rock, post-punk e elettronica abbastanza danzereccia. In pratica \u00e8 la cosa pi\u00f9 \u201c2003\u201d che poteva uscire nel 2017, dove per \u201c2003\u201d intendo \u2014 generalizzando e sapendo di generalizzare \u2014 dance-punk, ovvero quel virus collettivo che attacc\u00f2 i nostri centri motori quando la\u00a0<em>DFA<\/em>\u00a0inizi\u00f2 a dettare le regole dell\u2019essere cool e gli LCD Soundsystem si atteggiavano a rivoluzionari prendendo per il culo il classic rock, prima di \u2014 vedi il chiaroscuro ritorno di quest\u2019anno \u2014 <em>diventarlo<\/em>. Comunque. Senza cadere preda di facili sospiri retr\u00f2 e pedisseque imitazioni,\u00a0<em>Look At The Powerful People<\/em>\u00a0ci ricorda che difficilmente, quando una guitar-band inizia a fare la corte al dancefloor, ne esce qualcosa di completamente da buttare. Capisco che, a pensare a tutto quello che \u00e8 successo nella storia della musica (dai canti gregoriani a Elvis, dalla psichedelia degli anni \u201970 al pop becero e sintetico degli anni \u201980, dal grunge al crossover, senza tralasciare splendide suite per clavicembalo e malsani tritacarne black metal), parlare di\u00a0<em>nostalgia<\/em>\u00a0nel caso di qualcuno che si rif\u00e0 a un sound di inizio millennio suona quasi ridicolo, ma tant\u2019\u00e8: i corsi e i ricorsi storici sono quasi un dato di fatto e la regola del ritorno delle mode passate ogni venti anni esatti praticamente una certezza. In questo senso i Formation rischiano di essere arrivati sul luogo della festa in leggero anticipo, e la cosa non \u00e8 detto sia necessariamente un male: bisogna esser pionieri anche sulle onde del riflusso e non \u00e8 da escludere che sia proprio per questo che, piantati nell\u2019attuale momento storico in cui la maggior parte delle band indie-rock sembra fare poco pi\u00f9 del classico \u201ccompitino\u201d, risultino, paradossalmente, cos\u00ec\u00a0<em>unici<\/em>.<\/p>\n<p class=\"stripeTitle\">Tracce caldamente consigliate<\/p>\n<p class=\"bottomLineC\"><strong>Drugs<\/strong><br \/>\n<strong>Powerful Prople<\/strong><br \/>\n<strong>Buy and Sell<\/strong><\/p>\n<p><img style=\"margin-top: 2em;\" src=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/wp-content\/uploads\/16-cigarettes-after-sex.jpeg\" alt=\"Cigarettes After Sex - Cigarettes After Sex\" width=\"800\" height=\"800\" \/><\/p>\n<h4>16. Cigarettes After Sex &#8211; Cigarettes After Sex<\/h4>\n<h5>Elogio della monotonia<\/h5>\n<p>Visto che siamo in tema di classifiche, resoconti e contest inutili, diamo subito a Cesare quel che \u00e8 di Cesare: i Cigarettes After Sex possono piacere o non piacere, possono far commuovere o gonfiare i maroni fino all\u2019orchite, ma una cosa su cui \u00e8 difficile non essere d\u2019accordo \u00e8 che band di Greg Gonzalez partirebbe senz\u2019altro favorita in un ipotetico concorso a tema \u201cMiglior nome per un gruppo indie\u201d. Hanno quel certo non so che indimenticabile e malinconico che ti scende addosso quando realizzi che una cosa bella \u00e8 appena finita, ma mischiato con una malizia un po\u2019 paraculo che non manca di sottolineare che quella cosa bella non \u00e8 che fosse proprio una roba platonica ma anzi, piuttosto\u00a0<em>naughty<\/em>\u00a0e piccante. Vanno a nozze con quell\u2019atmosfera di cose non dette che rimane sotto le lenzuola, il piacere delle coccole e il paradosso che per completarle devi chiamare in causa un surrogato che se non ti fa venire il cancro ai polmoni, nella migliore delle ipotesi ti peggiora l\u2019alito. Sempre per continuare a dare a Greg quel che \u00e8 di Gonzalez dobbiamo dire, a onor del vero, che coerentemente tutto questo si riflette nella musica che propongono: timide ballate lentissime che, come ogni relazione sentimentale, sono piene di contraddizioni, pur seguendo tutte le stesse dinamiche. Diciamo dream-pop perch\u00e8 in effetti di pop sognate si tratta, anche se a volte sconfina nello slow-core (lasciando all\u2019<em>hard-core<\/em>, solo il ricordo di quello che era stato prima della fantomatica sigaretta) se non addirittura nella chill-wave. Ho sentito qualcuno sbilanciarsi dicendo sprezzante: \u00e8 un disco fatto ripetendo dieci volte la stessa canzone. Il che, a conti fatti, non \u00e8 molto lontano dalla realt\u00e0. Il problema di un metro di giudizio cos\u00ec\u00a0<em>tranchant<\/em>\u00a0per\u00f2, si inceppa quando la canzone in questione, quell\u2019<em>arch\u00e8<\/em>\u00a0da cui tutto ha preso inizio \u2014 qualunque esso sia \u2014 \u00e8 indiscutibilmente\u00a0<em>bello<\/em>. In altri termini: quante volte, di un disco, vi siete trovati a riascoltare ripetutamente lo stesso pezzo, il vostro preferito? Quante volte di un libro avete riletto solo quella frase che avevate sottolineato col pennarello rosa? Quante volte avete rivisto un\u2019unica scena di un film in loop fino a impararla a memoria? Ve lo dico io: mille volte almeno. Perch\u00e9 quell\u2019impulso che vorrebbero farci credere necessario, quello che ci spinge a cercare sempre qualcosa di diverso, \u00e8 in realt\u00e0 intrinsecamente sopravvalutato, e una cosa che funziona d\u00e0 pi\u00f9 conforto di infinite sperimentazioni senza criterio. Ci sono band sponsorizzate come i nuovi alfieri del glam rock che hanno ascoltato troppo David Bowie, altre che ci vengono vendute come una magia dell\u2019indie-pop eppure hanno semplicemente sbavato tutta la saliva dietro agli Smiths, altre ancora che si annunciano come il ritorno del grunge ma in realt\u00e0 devono ancora togliere\u00a0<em>Nevermind<\/em>\u00a0dal lettore CD. I Cigarettes After Sex, molto banalmente, prima di registrare il loro omonimo debutto hanno forse ascoltato troppo \u2014 ammesso che sia mai abbastanza \u2014 il loro primo EP. Un peccato di giovent\u00f9, indubbiamente, ma comunque gi\u00e0 un passo avanti, nella vecchia querelle tra musica creativa e musica derivativa. <em>Whatever that means<\/em>.<\/p>\n<p class=\"stripeTitle\">Tracce caldamente consigliate<\/p>\n<p class=\"bottomLineC\"><strong>K.<\/strong><br \/>\n<strong>Each Time You Fall in Love<\/strong><br \/>\n<strong>John Wayne<\/strong><\/p>\n<p><img style=\"margin-top: 2em;\" src=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/wp-content\/uploads\/15-london-grammar-truth-is-a-beautiful-thing.jpeg\" alt=\"London Grammar - Truth is a Beautiful Thing\" width=\"800\" height=\"800\" \/><\/p>\n<h4>15. London Grammar &#8211; Truth is a Beautiful Thing<\/h4>\n<h5>No news is fake news<\/h5>\n<p>Quella cosa del secondo album l\u2019ho gi\u00e0 detta, vero? Bene, capirete comunque da soli che pu\u00f2 assumere diverse sfumature ed essere valutata da pi\u00f9 punti di vista. Se nel caso degli Algiers parlavamo di un debutto con tutti i crismi del\u00a0<em>capolavoro<\/em> \u2014 e quindi, come avrebbe detto Giovanni Lindo quando ancora batteva pari, di una \u201cquestione di qualit\u00e0\u201d \u2014 il discorso non \u00e8 poi diverso quando andiamo sul piano pi\u00f9 futile \u2014 ma non meno importante, inutile essere ipocriti \u2014 del successo commerciale. Quindi non \u00e8 che la situazione di stallo gi\u00e0 descritta assumesse contorni meno tragici per i London Grammar, perch\u00e8 in genere vale anche la regola aurea che la difficolt\u00e0 del secondo album aumenta esponenzialmente in base alle vendite del primo, e non dimentichiamoci che i tre di Nottingham avevano debuttato con un LP che era stato nominato ai Brit-Award e in men che non si dica si era preso un doppio disco di platino. Quindi, riassumendo: ridefinire completamente il loro sound sarebbe stata un\u2019idiozia a priori, ma allo stesso tempo gi\u00e0 qualcuno storceva la bocca sostenendo che gi\u00e0 i loro undici pezzi precedenti suonavano un po\u2019 tutti alla stessa maniera. Sprechiamo quindi subito un paio di applausi per la loro scelta di prendersi una piccola pausa (quattro anni) per pensarci su, senza mettersi fretta e obbligarsi ad approfittare dell\u2019innegabile quanto effimero hype commerciale che attorno a loro si era creato. Come era prevedibile, il tempo ha dato i suoi frutti e il risultato \u00e8 un lavoro pi\u00f9 maturo e sicuro dei propri mezzi, che sviluppa e approfondisce il precedente, invece che sedersi con un culo pesante e svogliato sui suoi allori. Non fraintendetemi: sempre di relazioni sentimentali andate a puttane e conseguenti incazzature e depressioni si parla, ma lo si fa con l\u2019obiettivit\u00e0 di chi \u00e8 cresciuto e ha messo su un paio di chili di saggezza e una scorza un po\u2019 pi\u00f9 resistente, che sia fatta di metallo o di cicatrici non importa. Pi\u00f9 facile a dirsi che a farsi, perch\u00e8 sfido chiunque a essere obiettivo quando il focus \u00e8 su quella brutta bestia chiamata\u00a0<em>fiducia<\/em>. Che si parli di scrivere o leggere fake news su un giornale, cos\u00ec come di mettere o carezzarsi un bel paio di corna tra amanti, le sfumature sono innumerevoli quanto i livelli della scala del sentirsi traditi. La verit\u00e0 \u00e8 una cosa bellissima, s\u00ec. O forse dovremmo dire\u00a0<em>sarebbe<\/em>, visto che ormai \u00e8 diventata un personaggio mitologico.\u00a0<em>Truth Is a Beautiful Thing<\/em>\u00a0mette il dito nella piaga e prova a farlo pi\u00f9 delicatamente possibile. La voce di Hannah Reid aiuta, il resto dipende da quanto le vostre ferite sono ancora fresche.<\/p>\n<p class=\"stripeTitle\">Tracce caldamente consigliate<\/p>\n<p class=\"bottomLineC\"><strong>Big Picture<\/strong><br \/>\n<strong>Oh Woman Oh Man<\/strong><br \/>\n<strong>Non Believer<\/strong><\/p>\n<p><img style=\"margin-top: 2em;\" src=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/wp-content\/uploads\/14-clap-your-hands-say-yeah-the-tourist.jpeg\" alt=\"Clap Your Hands Say Yeah - The Tourist\" width=\"800\" height=\"800\" \/><\/p>\n<h4>14. Clap Your Hands Say Yeah &#8211; The Tourist<\/h4>\n<h5>Una storia a lieto fine<\/h5>\n<p>Era il 2005, MySpace non era ancora diventato un simulacro glitterato di personal page di ragazzine in <em>Comic Sans<\/em> e il passaparola sui blog musicali ancora poteva cambiare le carte in tavola. A dirla tutta il concetto stesso di \u201cblog musicale\u201d poteva avere senso solo nel 2005, e i Clap Your Hands Say Yeah ne approfittarono, nessuno sa quanto premeditatamente. Con un nome che poteva risultare catchy solo nel 2005 e un disco di esordio registrato in casa fecero il botto entrando di diritto a far parte della scuderia di figliocci di Pitchfork che li onor\u00f2 dei galloni di \u201cgrande band indie no matter what\u201d. Al tempo i CYHSY \u2014 un acronimo che poteva risultare catchy solo nel 2005 \u2014 erano a tutti gli effetti una band: cinque galli in un pollaio messo su da un gallo con la cresta pi\u00f9 dritta degli altri. Poi \u00e8 andata che di anno in anno, i tasselli si sono staccati a uno a uno: \u00e8 andata che da quintetto son diventati un quartetto, poi da quartetto a trio, poi da trio a duo e infine \u00e8 rimasto solo il gallo cedrone, che all\u2019anagrafe \u00e8 registrato come Alec Ounsworth. Il rischio di lasciarsi andare all\u2019ultimo step del degrado progressivo \u2014 ovvero passare da one-man-band a una semplice idea o, peggio ancora, <em>ricordo<\/em> \u2014 immagino sia stato altissimo, ma Alec Ounsworth ha dalla sua un talento immenso e una caparbiet\u00e0 unica e, per invertire questo trend emorragico da crisi di Wall Street, ha optato per la soluzione pi\u00f9 complicata: far uscire, da solo, nel 2017 quello che forse \u00e8 il miglior disco dei Clap Your Hands Say Yeah dall\u2019inizio dei tempi. <em>The Tourist<\/em> \u00e8 il colpo di coda di una mente creativa ancora in splendida forma, un \u201cio non ci sto\u201d di scalfariana memoria in versione DIY: una foschia di fondo fatta di chitarre, tastiere e piccole fregnacce elettroniche viene frullata da ritmi curiosi e gira attorno a delle linee vocali tipicamente \u201cOunsworth\u201d per dare vita a minuscoli miracoli di pop non convenzionale, accennate rapsodie indie che scaldano il cuore e stimolano l\u2019intelletto. Di ascolto in ascolto il substrato caliginoso si lascia guardare attraverso e rivela melodie grandiose nel loro essere emotivamente surreali, che lentamente crescono solide e sicure e che avrebbero fatto la loro porca figura in un disco degli Arcade Fire. Se gli Arcade Fire, quest\u2019anno, non avessero invece optato per andare a pescare in un sacco diverso dello spettro delle figure possibili: quello delle <em>brutte<\/em> figure, intendo. Una decina di anni fa i Clap Your Hands Say Yeah erano una modesta, traballante band che provava a cavalcare il cavallo imbizzarrito di un hype inaspettato senza aver preso nemmeno una lezione di trotto: oggi sono un\u2019entit\u00e0 musicale forse amorfa ma splendidamente avventurosa, che si gode quella libert\u00e0 unica che riesce a darti solo il sapere che nessuno ha aspettative di sorta nei tuoi confronti. A modo suo, una storia a lieto fine.<\/p>\n<p class=\"stripeTitle\">Tracce caldamente consigliate<\/p>\n<p class=\"bottomLineC\"><strong>The Pilot<\/strong><br \/>\n<strong>Loose Ends<\/strong><br \/>\n<strong>Ambulance Chaser<\/strong><\/p>\n<p><img style=\"margin-top: 2em;\" src=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/wp-content\/uploads\/13-spoon-hot-thoughts.jpeg\" alt=\"Spoon - Hot Thoughts\" width=\"800\" height=\"800\" \/><\/p>\n<h4>13. Spoon &#8211; Hot Thoughts<\/h4>\n<h5>Come Nanni Moretti in <em>Ecce Bombo<\/em><\/h5>\n<p>Gli Spoon hanno sempre avuto questo grande pregio: sono fighi ma non te lo fanno pesare. In fin dei conti, credo sia quello che li ha salvati e che ha permesso loro di mantenere un livello impressionante di qualit\u00e0 nel corso di nove album infilati in serie senza sbagliarne uno con la monotonia di un campione di tiro a segno. In pi\u00f9 di venti anni di carriera sono riusciti \u2014 non si sa bene grazie a quale incantesimo \u2014 a continuare a operare in un mondo tutto loro, godendosi un\u2019acclamazione critica pressoch\u00e9 unanime, ma rimanendo sempre a chilometri di prudente distanza dal pericolosissimo, reale\u00a0<em>stardom<\/em>. In pratica, in tutti questi anni, sono sempre stati nella stanza di quelli che contano ma si son ben guardati dall\u2019essere i protagonisti della conversazione: il che, a conti fatti, \u00e8 quello che ha permesso loro di essere\u00a0<em>l\u2019argomento<\/em>, della conversazione. Un po\u2019 come Nanni Moretti in\u00a0<em>Ecce Bombo<\/em>, ma senza baffi. Dopotutto, non \u00e8 un caso se sono la band con la media pi\u00f9 alta di questi cazzo di anni zero, in termini di recensioni, su\u00a0<em>Metacritic<\/em>\u00a0(s\u00ec, meglio di gente come Radiohead e White Stripes \u2014 buffa la matematica quando si fa opinione eh?). Credo sia per questo che, grazie a\u00a0<em>Hot Thoughts<\/em>, sono stati gli unici che hanno superato senza particolari ricadute un\u2019infezione acuta i cui sintomi rimandano tutti a un ceppo influenzale che quest\u2019anno sembra fare ben pochi prigionieri. Potremmo chiamarla la \u201c<a title=\"attenti a non farvi contagiare!\" href=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/recensioni\/dischi\/beck-colors\/\" target=\"_blank\" rel=\"nofollow noopener\">sindrome Arcade Fire<\/a>\u201d, ovvero una roba fulminante che in men che non si dica ti porta a funkeggiare in maniera molto \u201cseventies\u201d su una pista da ballo plasticosa e caleidoscopica, immersa un\u2019atmosfera ebbra di discorsi stroboscopici gridati in falsetto. In molti ne sono usciti con le ossa rotte (vedi gli Shins), mentre Britt Daniels e compagni hanno preso il virus per le corna e l\u2019hanno piegato, anche senza antibiotici, al loro bisogno, rigirando la frittata a loro favore con risultati eccellenti. Mi verrebbe da dire che \u00e8 una questione di sincerit\u00e0, principalmente: \u00e8 quella che ti fa sviluppare solidi anticorpi. Non dico \u201cpochi fronzoli e via andare\u201d, ma fronzoli quando servono e mai caso: nessuna mitologia da costruirsi attorno n\u00e9 calvario da sudare per finta, nessun obiettivo nobile o idealista se non divertirsi a suonare e a fare buoni dischi. Pare una banalit\u00e0, ma fare dischi buoni aiuta a fare buoni dischi, nel senso che d\u00e0 fiducia nei propri mezzi, ci prendi gusto e ti viene sempre pi\u00f9 facile. Anche \u2014 e soprattutto \u2014 senza grandi salti carpiati o bisogno di dimostrare niente a nessuno: basta qualche piccola variazione sul tema quando ti pare ci stia bene, o qualche virtuosismo sotto banco senza doverlo per forza sbandierare ai quattro venti.\u00a0<em>Hot Thoughts<\/em>\u00a0prende questo mantra di base e lo spinge in una direzione pi\u00f9 funk e freestyle, ma la prima cosa che percepisci \u00e8 sempre e comunque una ben definita impronta digitale: un marchio con scritto \u201cSpoon\u201d grosso cos\u00ec. S\u00ec, c\u2019\u00e8 una paccata di campioni di batteria che pagano dazio all\u2019hip-hop, un po\u2019 di elettronica downbeat, addirittura due pezzi strumentali di cinque minuti e una coda che dir jazz \u00e8 poco. Ma alla fine <a title=\"trovali gli Spoon tra questi cinque pezzi di HVSR!\" href=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/recensioni\/videoclip\/hvsr-playlist-3\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">la storia vera<\/a> la raccontano ancora chitarre, basso e batteria. Alla fine, grazie a dio, quello che rimane sul fondo della tazzina \u00e8 sano, onesto, ottimo rock\u2019n\u2019roll.<\/p>\n<p class=\"stripeTitle\">Tracce caldamente consigliate<\/p>\n<p class=\"bottomLineC\"><strong>Hot Thoughts<\/strong><br \/>\n<strong>WhisperI\u2019lllistentohearit<\/strong><br \/>\n<strong>Do I Have to Talk You Into It<\/strong><\/p>\n<p><img style=\"margin-top: 2em;\" src=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/wp-content\/uploads\/12-lana-del-rey-lust-for-life.jpeg\" alt=\"Lana del Rey - Lust For Life\" width=\"800\" height=\"800\" \/><\/p>\n<h4>12. Lana Del Rey &#8211; Lust For Life<\/h4>\n<h5>Lo scheletro nell\u2019armadio<\/h5>\n<p>S\u00ec, avete letto bene: Lana Del Rey. Ognuno ha i suoi scheletri nell\u2019armadio, si sa. Io, per esser precisi, nel mio armadio ho cos\u00ec tanti scheletri che li uso al posto delle grucce per appenderci pantaloni e camice: bellissimi scheletri vestiti di tutto punto messi in fila uno dietro l\u2019altro come fossero manichini di H&amp;M per la vetrina della sera di Halloween. Lo scheletro con il cappello da cowboy \u00e8 Madonna, quello con i capelli colorati \u00e8 Pink, questo qua subito accanto alla busta della naftalina, vestito come una Marilyn Monroe dei poveri, \u00e8 Lana Del Rey. Ammetto, la pop-culture non \u00e8 proprio cosa mia, ma ogni disco di Elizabeth Grant ha qualcosa che mi frega, che mi schiaccia un punto debole o che si infila in qualche breccia che mi ero dimenticato di sorvegliare: in primis lo scollamento totale che percepisco tra il mio sentire personale e tutta una batteria di\u00a0<em>critica indie<\/em>\u00a0che la vede come un prodotto commerciale artefatto e abilmente creato a tavolino. Ecco, io invece ogni volta che sento un suo disco faccio una fatica del cristo a non percepire una sorta di (quasi ingenua)\u00a0<em>autenticit\u00e0<\/em>: non che il messaggio sia particolarmente profondo o messianico, ma diciamo che se devo scegliere tra il \u201cci \u00e8\u201d o \u201cci fa\u201d, butto tutto il montepremi sul\u00a0<em>ci \u00e8<\/em>\u00a0senza pensarci un attimo. Come una pop-star d\u2019altri tempi intrappolata in una navicella spaziale atterrata per sbaglio sulle colline di Hollywood nell\u2019era della musica in streaming e degli after-party sponsorizzati, fin dai tempi di\u00a0<em>Born To Die<\/em> \u2014 schietto ma disinteressato, artificiosamente fatto in casa, spettrale nell\u2019atmosfera ma irresistibile come un messaggio in una bottiglia comparsa a riva per ragioni ancora ignote \u2014 non ha dimostrato la minima incertezza, n\u00e9 la tentazione di sedersi sulla poltrona massaggiante del successo ottenuto. Al contrario: moltiplicando il suo campionario di sfumature di\u00a0<em>blues<\/em>\u00a0e di\u00a0<em>black<\/em>, ha partorito un trio di dischi ombrosi, densi, quasi\u00a0<em>radio-agnostici<\/em>\u00a0direi, che prendono senza indugi le distanze \u2014 nel senso che balzano un paio di spanne sopra \u2014 da qualunque suo collega nel settore del pop mainstream e confermano la mia impressione iniziale:\u00a0<em>\u00e8 tutto vero<\/em>. Ogni parola, ogni sospiro languido, ogni crescendo di archi, ogni citazione di Whitman da un lato, ogni rima tra \u201cSalvatore\u201d, \u201ccalciatore\u201d e \u201cciao amore\u201d dall\u2019altro. Rimango convinto che Lana Del Rey abbia una capacit\u00e0 tutta sua di raccontare storie, il che, per una cantautrice, non \u00e8 cosa da poco. Che ci piaccia o no, attualmente \u00e8 l\u2019unica vera, grande\u00a0<em>American Storyteller<\/em>\u00a0in grado di raggiungere un pubblico praticamente universale senza dover per forza\u00a0<em>twerkare<\/em>\u00a0il suo messaggio. Lo fa con quel sorriso narcotizzato figlio dello Xanax, quel suo culto quasi mitologico dell\u2019iconografia USA e quell\u2019aura di favola tormentata che solo lei riesce a spruzzare sopra gli argomenti che affronta. Il fatto che sia capace di farlo sia quando dipinge le contraddizioni della societ\u00e0 attuale che quando sembra rubare i versi a una bambina di tredici anni che scrive alla posta di\u00a0<em>Cio\u00e8<\/em>, va soltanto ad accumulare il mucchio degli indizi che portano alla conclusione che non mi vergogner\u00f2 mai \u2014 qui lo dico e qui lo nego \u2014 di ribadire: questa \u00e8 brava. Brava sul serio.<\/p>\n<p class=\"stripeTitle\">Tracce caldamente consigliate<\/p>\n<p class=\"bottomLineC\"><strong>Love<\/strong><br \/>\n<strong>Lust For Life<\/strong><br \/>\n<strong>Heroin<\/strong><\/p>\n<p><img style=\"margin-top: 2em;\" src=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/wp-content\/uploads\/11-the-new-year-snow.jpeg\" alt=\"The New Year - Snow\" width=\"800\" height=\"800\" \/><\/p>\n<h4>11. The New Year &#8211; Snow<\/h4>\n<h5>Fuori tempo e fuori luogo<\/h5>\n<p>Bench\u00e9 nessuno se li ricordi, i Bedhead sono stati un quintetto di Dallas che dal 1991 al 1998 ha speso la sua esistenza a scavare con lentezza e ostinazione la sua piccola nicchia nel cuore di pochi appassionati. Mentre gruppi potenzialmente similari come Pavement, Sebadoh e Yo La Tengo facevano da headliner nei maggiori festival americani e si garantivano una nomination nei libri che raccontano la storia dell\u2019indie-rock, la band dei fratelli Kadane rimaneva nell\u2019ombra, come un seme che, sotto una spessa coltre di neve, non aveva nessuna voglia di sbocciare, con le sue atmosfere malinconiche e posate, quasi in bianco e nero, sempre un passo indietro rispetto alle tonalit\u00e0 colorate del tempo. Oggi, a venti anni di distanza, non si pu\u00f2 certo dire che il cambiamento sia una cosa che viene facile a Matt e Bubba Kadane, visto che i New Year, pi\u00f9 o meno \u2014 non che la cosa dispiaccia, sia chiaro, anzi \u2014 altro non sembrano che i Bedhead con una nuova sezione ritmica. Anche la fretta non \u00e8 una cosa che propriamente caratterizza l\u2019animo dei due texani, visto che <em>Snow<\/em> arriva quasi dieci anni dopo l\u2019omonimo debutto del 2008. Registrato a pezzi nei ritagli di tempo, rilavorato e rifinito innumerevoli volte, \u00e8 \u2014 esattamente come qualunque altro disco su cui hanno messo la mano i Kadane in precedenza \u2014 un lavoro spartano, ponderato, progettato con calma e smussato artigianalmente. Un racconto espanso e arioso, che mai ti mette (n\u00e9 <em>si<\/em> mette) fretta, che lascia a ogni nota lo spazio dovuto e considera attentamente ogni sillaba. Con le mode che cambiano a un ritmo forsennato e il progressivo disinteresse collettivo per un certo genere di sonorit\u00e0 \u00e8 difficile dire quale impatto possa avere un\u2019opera del genere sulla scena attuale: probabilmente nessuno. Questo \u00e8 un disco fuori tempo e fuori luogo ed \u00e8 un dato inconfutabile il fatto che i New Year ci abbiano regalato il loro lavoro migliore con almeno quindici anni di ritardo. Rimane il piacere di essere qui presenti ad accoglierlo e a riconoscergli il merito che gli sarebbe dovuto. Perch\u00e9 alla fine, poco importa: non c\u2019\u00e8 niente di sbagliato nel ventunesimo secolo che non lo fosse gi\u00e0 nel ventesimo, quindi \u00e8 difficile trovare un motivo valido per preoccuparsi di un aspetto sovrastimato come il tempismo. Ringraziamolo e teniamocelo stretto, allora, un album cos\u00ec, che sa quanto tirare la corda prima che si spezzi e che soprattutto sa quando tirarla quel tanto in pi\u00f9 per farla spezzare sul serio. Lo sa e non ha paura a farlo, visto che la sua bellezza sta proprio nel fatto che quel momento lo trova praticamente in ogni canzone: un singolo perfetto istante in cui perdere il filo e lasciarlo a fluttuare nell\u2019aria controluce, con il cielo sullo sfondo. \u00c8 esattamente l\u00ec, in quell\u2019ondeggiare languido ma tutt\u2019altro che liberatorio, vecchio come il mondo, che <em>Snow<\/em> trova la sua ragione di essere. Come noi tutti, del resto.<\/p>\n<p class=\"stripeTitle\">Tracce caldamente consigliate<\/p>\n<p class=\"bottomLineC\"><strong>Recent History<\/strong><br \/>\n<b>Amnesia<\/b><br \/>\n<strong>Dead and Alive<\/strong><\/p>\n<p><img style=\"margin-top: 2em;\" src=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/wp-content\/uploads\/10-courtney-barnett-kurt-vile-lotta-sea-lice.jpeg\" alt=\"Courtney Barnett &amp; Kurt Vile - Lotta Sea Lice\" width=\"800\" height=\"800\" \/><\/p>\n<h4>10. Courtney Barnett &amp; Kurt Vile &#8211; Lotta Sea Lice<\/h4>\n<h5>Io, lei e quell\u2019altro<\/h5>\n<p><em>Kurt &amp; Courtney<\/em>\u00a0l\u2019avete gi\u00e0 detto, vero? E anche tutta la serie di sagaci paralleli tra la peggior accoppiata degli anni novanta e la miglior\u00a0<em>liaison<\/em>\u00a0di questi ultimi tempi, tutti i ringraziamenti al cielo per questa nuova versione sana di Sid &amp; Nancy, tutta la sfilza di senni di poi su quanto fosse inevitabile questa corrispondenza d\u2019amorosi sensi\u00a0<em>slacker<\/em>: arriverei gi\u00e0 secondo su tutta la linea, giusto? Bene, allora, per dispetto, contro ogni legge dei grandi numeri, mi concentrer\u00f2 solo su una faccia della medaglia. Tanto \u00e8 ben noto che ho un debole per Courtney Barnett, e quindi sar\u00e0 altrettanto semplice capire quanto avr\u00f2 rosicato a vedere il suo talento unico \u2014 quello di buttar gi\u00f9 canzoni pressoch\u00e9 perfette travestendole da conversazioni di tutti i giorni che sembrano registrate per caso, inserendo una quantit\u00e0 inverosimile di dettagli narrativi nel giro di due strofe \u2014 al servizio di\u00a0<em>un altro<\/em>, scoprirla a condividere con\u00a0<em>un altro<\/em>\u00a0la sua passione per le chitarre Fender, il suo intercalare languidamente svogliato e strascicato, il suo umorismo nero e tagliente. Un altro che \u00e8 sempre lo stesso, tra l\u2019altro. Un altro con quel naso l\u00ec, poi. Brutta bestia, l\u2019invidia. Fortuna che qui \u2014 a differenza della maggior parte delle accoppiate musicali uomo\/donna \u2014 non c\u2019\u00e8 traccia di romantici giochi delle parti, sfacciati doppi sensi, rime a due voci alternate ma sempre cheek-to-cheek, falsi brividi svenduti per tensione drammatica da playlist hipster durante una serata karaoke al bar dietro l\u2019angolo.\u00a0<em>Lotta Sea Lice<\/em>\u00a0\u00e8 una roba che conquista e lo fa con quell\u2019atteggiamento tipico di Courtney, ovvero con la faccia non tanto di chi sa e vuole vincere facile, quanto piuttosto quella di chi si ritrova addosso un\u2019innata facilit\u00e0 a vincere con il minimo sforzo. Dove per \u201cvincere\u201d non intendo qualcosa che ha a che fare con classifiche e trofei, ma un caracollare obliquo e intenso che alla lunga crea il vuoto alle sue spalle e genera cascate di cuoricini, per distacco. Come quegli animali buffi che vedi su internet (che ne so \u2014 il procione, o il vombato): \u00e8 strano, a tratti impacciato, spontaneamente accattivante e semplicissimo da amare fin dal primo ascolto. Tocca poi ammettere a malincuore che anche quell\u2019altro (quello con il naso di Pippo Franco, dico) nel ruolo di pezzo mancante per eccellenza \u2014 ovvero il pezzo che si va incastrare alla perfezione in questo puzzle for dummies, fatto di due sole parti \u2014 ci sguazza alla grande e calza a pennello dal lato giusto della (mica tanto) strana coppia, come la scarpina di cristallo di Cenerentola, ma in versione\u00a0<em>Converse All-Stars<\/em>. Perch\u00e9 s\u00ec, nonostante la botta di sangue al cervello causata dalla gelosia, sono ancora capace di rendermi conto che in tutta questa sviolinata non ho ancora detto una parola su Kurt Vile. Il che, per un disco licenziato a nome \u201cCourtney Barnett &amp; Kurt Vile\u201d, immagino possa risultare un po\u2019 bizzarro. Quindi ok, va bene: bravino anche lui.<\/p>\n<p class=\"stripeTitle\">Tracce caldamente consigliate<\/p>\n<p class=\"bottomLineC\"><strong>Over Everything<\/strong><br \/>\n<strong>Fear Is Like A Forest<\/strong><br \/>\n<strong>Blue Cheese<\/strong><\/p>\n<p><img style=\"margin-top: 2em;\" src=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/wp-content\/uploads\/09-mark-eitzel-hey-mr-ferryman.jpeg\" alt=\"Mark Eitzel - Hey Mr Ferryman\" width=\"800\" height=\"800\" \/><\/p>\n<h4>9. Mark Eitzel &#8211; Hey Mr Ferryman<\/h4>\n<h5>Il vero ottimismo \u00e8 non esagerare con l\u2019ottimismo<\/h5>\n<p>Credo ci sia un momento particolare, nella carriera di un artista solista, una specie di turning point che non tutti raggiungono, ma che in qualche modo segna uno shift in avanti improvviso, non importa quanto graduale sia stata la tua crescita. Me lo immagino come quell\u2019istante in cui stai seguendo qualcuno in macchina: non sai la strada e quel qualcuno si \u00e8 offerto di accompagnarti fino a un incrocio oltre il quale poi saprai orientarti meglio. Parlo di quell\u2019istante, all\u2019altezza di quell\u2019incrocio, in cui lo affianchi, fai un cenno di saluto, magari una sfanalata allegra con gli abbaglianti se \u00e8 notte, e poi schiacci il gas e lo superi: grazie mille, ora posso proseguire da solo. \u00c8 quel momento, nella vita di un artista, in cui ti rendi conto che la tua carriera solista \u00e8 ormai pi\u00f9 lunga di quella che hai dedicato alla tua ex-band. Gli American Music Club sono stati attivi dal 1983 al 1994, per poi sciogliersi e riformarsi nel 2003, e infine chiuderla definitivamente due anni dopo: nemmeno quindici anni effettivi, diciamo pure venti lordi. Ecco, Mark Eitzel quel ventennale \u2014 nelle vesti di Mark Eitzel, dico, non in quelle del cantante degli AMC \u2014 l\u2019ha superato da un po\u2019, eppure non tradisce emozioni particolari, non fosse per quel \u201cI love you, but you\u2019re dead\u201d, buttato l\u00e0 cos\u00ec come stesse dicendo \u201ccara, cosa c\u2019\u00e8 per cena stasera?\u201d. Perch\u00e8 ok, puoi metter su tutte le poker face che i tuoi sessant\u2019anni ti hanno lasciato in dote, ma \u00e8 innegabile che in quel momento preciso qualche pensierino al fatto che ti rimangono meno giorni di quelli ormai hai speso ce lo fai per forza. Ma Mark Eitzel non \u00e8 il tipo che si scompone di fronte alla fine: col suo registro rauco a met\u00e0 tra un sussurro e un crooning, riempie \u2014 quasi scaramanticamente \u2014 le sue canzoni con personaggi in bilico sul filo della trasparenza, desiderosi di scomparire, indecisi tra un esistere per sentito dire e il niente. Mark Eitzel, con la sua poetica, non fronteggia la morte: ci inzuppa i piedi e poi si immerge e torna in superficie come se nulla fosse. Cos\u00ec, quando all\u2019inizio di questo album, il triste mietitore viene a prenderlo, non si mostra particolarmente turbato: chiede solo di finire il drink che ha cominciato e si informa preventivamente se anche dove lo stanno portando ci sar\u00e0 qualche festa. Sar\u00e0 questo atteggiamento disincantato, sar\u00e0 quel messaggio nemmeno troppo nascosto che ci dice che essere ottimisti non necessariamente significa credere che tutto andr\u00e0 per il verso giusto, sar\u00e0 \u2014 come cantava la buona Tiziana Rivale, un\u2019altra che per come \u00e8 scomparsa senza dire niente poteva tranquillamente essere uscita dalla penna del cantautore di San Francisco \u2014 \u201cquel che sar\u00e0\u201d, ma <em>Hey Mr Ferryman<\/em> ti prende piano piano alla sprovvista, in maniera subdola, come un amo che annusi per ore prima di decidere ti addentare, consapevole dei pro e dei contro. Tu sei il pesce, l\u2019esca \u00e8 quell\u2019idea assurda che Eitzel ti insinua in testa, ovvero che riuscire a vedere sempre e comunque la luce alla fine del tunnel non porta automaticamente a vedere il lato positivo della cosa. Soprattutto se ti fermi un attimo a realizzare che tu, del tunnel, sei solo all\u2019inizio.<\/p>\n<p class=\"stripeTitle\">Tracce caldamente consigliate<\/p>\n<p class=\"bottomLineC\"><strong>The Last Ten Years<\/strong><br \/>\n<strong>An Answer<\/strong><br \/>\n<strong>La Llorona<\/strong><\/p>\n<p><img style=\"margin-top: 2em;\" src=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/wp-content\/uploads\/08-mogwai-every-country-sun.jpeg\" alt=\"Mogwai - Every Country's Sun\" width=\"800\" height=\"800\" \/><\/p>\n<h4>8. Mogwai &#8211; Every Country&#8217;s Sun<\/h4>\n<h5>Il miglior disco dei Mogwai<\/h5>\n<p><em>Coolverine<\/em>\u00a0la pi\u00f9 bella canzone dei Mogwai. Dico sul serio: non \u00e8 una provocazione. E lo dico a cuor leggero, senza impegno, con la self-confidence di chi \u00e8 sicuro di non sbagliare. Lo dico con quello sguardo allo stesso tempo ingenuo e sornione di chi ha trovato il trucco buono per non scegliere e non si vergogna di ammetterlo, di chi ha capito che il valore che diamo all\u2019unicit\u00e0 di una cosa (di\u00a0<em>qualunque<\/em>\u00a0cosa) \u00e8 un investimento a perdere, di chi sa che l\u2019esclusivit\u00e0 di una definizione (una\u00a0<em>qualunque<\/em>\u00a0definizione) \u00e8 un plus che ormai fanno fatica a considerare tale anche i collezionisti pi\u00f9 sgamati.\u00a0<em>Coolverine<\/em>\u00a0\u00e8 la pi\u00f9 bella canzone dei Mogwai. La pi\u00f9 bella canzone dei Mogwai sono almeno cinquanta canzoni. Forse qualcuna in pi\u00f9. I Mogwai,\u00a0<em>Coolverine<\/em>, la loro canzone pi\u00f9 bella, la sprecano subito in apertura del nuovo\u00a0<em>Every Country\u2019s Sun<\/em>, cos\u00ec, a cuor leggero, senza impegno, con la self-confidence di chi \u00e8 sicuro di avere sul piatto un disco fatto di almeno una decina delle pi\u00f9 belle canzoni dei Mogwai. Non c\u2019\u00e8 molto altro da dire che non suoni stupido di fronte a questi dati di fatto. Negli ultimi dieci anni, attorno ai Mogwai son ronzate ripetutamente le stesse, filosofiche domande: riusciranno a andare oltre un genere che hanno contribuito a creare (il cosiddetto\u00a0<em>guitarmageddon<\/em>\u00a0dei primi dischi)? E se s\u00ec, lo faranno contribuendo alla causa con qualcosa di genuinamente interessante? La risposta a entrambe le domande \u00e8 un monolitico \u201cchissenefrega\u201d. Cio\u00e8, tecnicamente parlando, la risposta a entrambe le domande \u00e8 un granitico \u201cs\u00ec\u201d, ma il concetto \u00e8 che \u2014 soprattutto per una band con venti anni di carriera sul groppone, soprattutto per una band associata a un sound cos\u00ec particolare, che ha pi\u00f9 emulatori che muse ispiratrici \u2014 la vera domanda dovrebbe andare a indagare non tanto\u00a0<em>cosa<\/em>\u00a0si suona, ma\u00a0<em>come<\/em>\u00a0lo si suona. Ecco, nell\u2019ultimo album dei Mogwai (ri)suona la stessa convinzione impertinente che troviamo in tutti i loro dischi precedenti, la stessa sfacciata, cruda, sincera claustrofobia di un volume magistralmente compresso per anni in spazi strettissimi, la stessa inguaribile necessit\u00e0 di prendere la cosa estremamente sul serio, come fosse una questione di vita o di morte. Non importa quanta distorsione ci metti dentro, se il muro di suono che ti colpisce \u00e8 di cemento armato o di gomma piuma, se la tua\u00a0<em>palette<\/em>\u00a0di colori ha visto aggiungersi sfumature diverse, se la religione delle suite strumentali vede eccezioni che confermano la regola o la ribaltano piacevolmente:\u00a0<em>Every Country\u2019s Sun<\/em>\u00a0il nono album dei Mogwai, \u00e8 \u2014 senza ombra di dubbio \u2014 l\u2019<a title=\"va' un po' quale \u00e8 stato il miglior concerto dei Mogwai!\" href=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/collaborazioni\/indiependente\/mogwai-live-estragon-bologna\/\" target=\"_blank\" rel=\"nofollow noopener\">album pi\u00f9 bello dei Mogwai<\/a>. Va da s\u00e9 che l\u2019album pi\u00f9 bello dei Mogwai sono, allo stato attuale \u2014 almeno fino al prossimo diciamo \u2014 <em>nove<\/em>\u00a0album, n\u00e9 uno pi\u00f9 n\u00e9 uno meno. Ma che ve lo dico a fare.<\/p>\n<p class=\"stripeTitle\">Tracce caldamente consigliate<\/p>\n<p class=\"bottomLineC\"><strong>Colverine<\/strong><br \/>\n<strong>Brain Sweeties<\/strong><br \/>\n<strong>Old Poisons<\/strong><\/p>\n<p><img style=\"margin-top: 2em;\" src=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/wp-content\/uploads\/07-unkle-the-road-part-1.jpeg\" alt=\"UNKLE - The Road Part 1\" width=\"800\" height=\"800\" \/><\/p>\n<h4>7. UNKLE &#8211; The Road: Part 1<\/h4>\n<h5>Meglio soli che bene accompagnati<\/h5>\n<p>James Lavelle \u00e8 un po\u2019 l\u2019Elizabeth Taylor del trip-hop: la sua creatura UNKLE \u00e8 passata, nel corso di 25 anni, attraverso almeno quattro matrimoni iniziati con grande entusiasmo e finiti male, lasciandoci in dono altrettanti album che, ascoltati oggi, uno dopo l\u2019altro, suonano belli e dannati come dei fratellastri che si assomigliano quel poco che basta per dire che s\u00ec, la mamma \u00e8 la stessa ma \u2014 come si usa malignare \u2014 sul pap\u00e0 meglio non sbilanciarsi troppo. Ogni volta, stagione dopo stagione, con caparbiet\u00e0 invidiabile, l\u2019idea UNKLE si \u00e8 reincarnata in qualcosa di diverso, anche se mai a caso e costantemente al passo con i tempi, trasformando cos\u00ec un potenziale punto debole in tratto caratteristico e diventando ufficialmente l\u2019esempio pi\u00f9 eclatante di \u201cprogetto collaborativo\u201d o, come fa pi\u00f9 fico definirlo, \u201ccollettivo musicale\u201d. Questo fino a ieri, perch\u00e9 negli ultimi tempi possiamo dire che il collettivo ha esaurito il collante e perso un po\u2019 di pezzi fino a collassare nel nucleo originale. Cosa, questa, che pu\u00f2 avere i suoi lati positivi e negativi. Tra i primi sta sicuramente l\u2019occasione di poter iniziare a guardare al futuro con una certa uniformit\u00e0 di visione, invece che progredire campionando quello che siamo stati, seppur con innegabile perizia. Qualcuno ha argutamente scritto \u201c1998\u2019s hip hop watermark\u00a0<em>Psyence Fiction<\/em>\u00a0left UNKLE living in a certain DJ\u2019s shadow.\u201d Ecco, con\u00a0<em>The Road: Part 1<\/em>\u00a0James Lavelle esce definitivamente dall\u2019ombra di quel fenomenale debutto e inizia a proiettare la propria, riuscendo finalmente a partorire un vero e proprio \u201c<a title=\"leggilo che bellezza il nuovo disco degli UNKLE!\" href=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/recensioni\/dischi\/unkle-the-road-part-1\/\" target=\"_blank\" rel=\"nofollow noopener\">UNKLE record<\/a>\u201d e non la versione di qualcun altro di un disco degli UNKLE. Non dico che possiamo riassumere il tutto con drastico \u201cmeglio soli che male accompagnati\u201d e lungi da me il pensiero di negare l\u2019importanza di Joshua Davis e dei vari Tim Goldsworthy, Richard File e Pablo Clements nelle produzioni passate, per\u00f2 la sensazione di sollievo e liberazione qui \u00e8 presente fin da subito, ancor prima di essere sicuri di aver davvero chiuso tutti i conti con quel che \u00e8 stato, ma solo per il fatto di aver deciso di iniziare a farlo. Non che manchi una nutrita schiera di ospiti, ma sarebbe stato un errore madornale pretendere il contrario: la raffinatezza dei dischi degli UNKLE sta proprio nel modo, nella perfezione e nella naturalezza con cui ogni pezzo risulta\u00a0<em>vero<\/em>\u00a0(quasi fosse proprio scritto da lui) se associato al relativo guest, ma allo stesso tempo sempre palesemente attorcigliato attorno allo scheletro di un ben preciso e riconoscibile \u201cUNKLE sound\u201d. Ovvero nel lavoro di orchestrazione e rifinitura sartoriale che Lavelle stesso riesce a fare, non si sa bene in quale ordine: sceglie l\u2019artista e gli cuce addosso il vestito oppure compone la musica e poi ne trova il perfetto interprete? Vista la qualit\u00e0 del risultato, direi che la risposta pu\u00f2 passare in secondo piano.<\/p>\n<p class=\"stripeTitle\">Tracce caldamente consigliate<\/p>\n<p class=\"bottomLineC\"><strong>Looking for the Rain<\/strong><br \/>\n<strong>No Where to Run \/ Bandits<\/strong><br \/>\n<strong>Sunrise (always comes around)<\/strong><\/p>\n<p><img style=\"margin-top: 2em;\" src=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/wp-content\/uploads\/06-oxbow-thin-black-duke.jpeg\" alt=\"Oxbow - Thin Black Duke\" width=\"800\" height=\"800\" \/><\/p>\n<h4>6. Oxbow &#8211; Thin Black Duke<\/h4>\n<h5>La voglia di non darsi per scontati<\/h5>\n<p>La bella notizia \u00e8 che gli Oxbow\u00a0<a title=\"leggile le tracce di Natale su HVSR!\" href=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/recensioni\/videoclip\/hvsr-playlist-xmas-2017\/\" target=\"_blank\" rel=\"nofollow noopener\">son tornati<\/a>, quella brutta \u00e8 che ci han fatto aspettare dieci anni. Per la prima ringraziamo il cielo, per quest\u2019ultima invece mandiamo due accidenti a Joe Chiccarelli, storico produttore della band che se l\u2019\u00e8 tirata tantissimo prima di trovare due settimane libere per tornare dietro il vetro dello studio di registrazione dei vecchi amici e dare alla luce questo\u00a0<em>Thin Black Duke<\/em>, che s\u00ec cita David Bowie nel titolo, ma solo per rivoltarlo come un calzino e tirarne fuori il lato oscuro. Come al solito ogni tentativo di etichettatura va a farsi benedire: chiamatelo noise, chiamatelo avant-garde, tirate in ballo un generico experimental o mettete tutto sotto i soliti cappelli a larghe tese del rock o del punk. Metteteci pure un pizzico di quell\u2019antagonismo free-jazz degli ultimi Black Flag, o fate la faccia dei sommelier navigati che aspettano un cenno di retrogusto per poi esclamare soddisfatti: \u201cMr. Bungle!\u201d (aggrapparsi al ricordo di uno degli apparentemente sconclusionati progetti solista di Mike Patton para sempre il culo quando non sai come categorizzare qualcosa), tanto finirete comunque per gettare la spugna: niente funziona a pieno ed \u00e8 sufficiente per descrivere il livello di scrittura ormai raggiunto dai quattro di San Francisco.\u00a0<em>Thin Black Duke<\/em>\u00a0\u00e8 questo e altro, e per l\u2019ennesima volta non si fa remore ad alzare ulteriormente l\u2019asticella, essendo dichiaratamente ispirato \u2014 in termini di metodo compositivo \u2014 niente meno che alle\u00a0<em>Variazioni Goldberg<\/em>\u00a0di Bach, facendo propria quella tecnica formale della musica classica che prevede di prendere il briciolo di un\u2019idea, un\u00a0<em>kernel<\/em>\u00a0armonico, e reiterarlo, ogni volta cambiandolo di un niente, espanderlo e troncarlo, fino a creare una frase musicale completamente permeata del profumo di quel piccolo seme iniziale. Un processo complicato e fuorviante, cos\u00ec come fuorviante e complicato pu\u00f2 essere l\u2019approccio a un disco del genere, che a un primo ascolto pare buttato gi\u00f9 senza una minima idea di \u201cstrofa-ritornello\u201d in testa, quasi come un gesto di sfida nei confronti dell\u2019ordine rigoroso che dovrebbe stare alla base della materia di cui stiamo parlando. Ma si sa, il primo ascolto raramente ce la conta giusta, soprattutto in casi come questo, dove quell\u2019impressione tanto affrettata quando infelice \u00e8 niente altro che l\u2019esatta testimonianza di quanto si \u00e8 spinto avanti il marchio di fabbrica degli Oxbow, ovvero quel bilanciamento studiatissimo di tensione e rilascio, armonia e dissonanza, astrazione e melodia.\u00a0<em>Thin Black Duke<\/em>\u00a0suona allo stesso tempo come una band che ha discusso e concordato ogni singolo dettaglio di ogni singola canzone, cos\u00ec come una che non ha idea di quale sar\u00e0 la prossima nota: ogni strofa fa breccia in un nuovo territorio, ogni passo calpesta foglie ignote che non sai come scricchioleranno. Solo i grandi riescono a confezionare tutto ci\u00f2 in qualcosa che ti lascia a bocca aperta, perch\u00e9 c\u2019\u00e8 bisogno di andare a pescare in uno stagno che sta a met\u00e0 tra il talento e la voglia di non darsi per scontati. Avremmo voluto sentirlo da dei ventenni incazzati e cazzuti, invece che da gente ormai brizzolata e un po\u2019\u00a0<em>demod\u00e9<\/em>, costretta per forza di cose a tirare ancora la carretta. Ma temo che sarebbe stato chiedere troppo. Temo sarebbe stato chiedere a qualcuno che ancora non \u00e8 arrivato a studiare il teorema di Pitagora, di disegnare uno splendido frattale.<\/p>\n<p class=\"stripeTitle\">Tracce caldamente consigliate<\/p>\n<p class=\"bottomLineC\"><strong>Cold &amp; Well-lit Place<\/strong><br \/>\n<strong>Ecce Homo<\/strong><br \/>\n<strong>The Host<\/strong><\/p>\n<p><img style=\"margin-top: 2em;\" src=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/wp-content\/uploads\/05-pontiak-dialectic-of-ignorance.jpeg\" alt=\"Pontiak - Dialectic of Ignorance\" width=\"800\" \/><\/p>\n<h4>5. Pontiak &#8211; Dialectic of Ignorance<\/h4>\n<h5>Homebrewing<\/h5>\n<p>I tre fratelli Carney hanno le radici lunghe, solide e ben piantate in un posto dell\u2019anima che sta a met\u00e0 tra le Blue Ridge Mountains (Virginia) e i Black Sabbath. Un posto che se stesse in Norvegia, dalle parti di Trondheim, si chiamerebbe Motorpsycho. Arrivati al decimo disco sotto l\u2019ala della\u00a0<em>Thrill Jockey<\/em>, hanno ormai maturato \u2014 a suon di badilate da tre chili di pesante, profondo e pestato acid-rock \u2014 una fanbase cos\u00ec devota e una consapevolezza dal piglio improvvisato e blues che li ha portati a quel punto di non ritorno in cui potrebbero fare pi\u00f9 o meno qualunque cosa senza perdere nemmeno un punto percentuale di credibilit\u00e0 di fronte al proprio, fedele pubblico. Per dire, a sentir loro, avrebbero passato gli ultimi tre anni a produrre birra artigianale fatta in casa, eppure questo non ha minimamente intaccato (sempre di\u00a0<em>artigianato<\/em>\u00a0purissimo si tratta) il loro tocco nel comporre cavalcate psych che fanno il percorso inverso del peyote, la cui assunzione regolare \u2014 qualcuno sostiene \u2014 sia l\u2019unica spiegazione plausibile per la naturalezza con cui i loro riff ossessivi ti ampliano, diciamo, le vedute.\u00a0<em>Dialectic of Ignorance<\/em>\u00a0(che gi\u00e0 di per s\u00e9 starebbe sul podio di un\u2019ipotetica classifica dei migliori titoli possibili da dare a un album) \u00e8 un\u2019esplorazione espansa, pensata e cucinata a fuoco lentissimo, del modo migliore per macinarti prima la pancia, poi il midollo spinale e solo alla fine salire a vedere cosa \u00e8 rimasto del cervello. In pratica una scommessa\u00a0<em>stoner<\/em>\u00a0con cui fregare una volta per tutte il fantasma dei Pink Floyd, promettendo di regalargli finalmente un distorsore degno di questo nome, a patto che lasci da parte tutte quelle menate filosofiche e quelle supercazzole incomprensibilmente anni \u201970. Gli otto pezzi che lo compongono ti mettono KO sin dal primo ascolto, confondendosi l\u2019uno con l\u2019altro e rincorrendosi in un\u2019unica, continua, sferragliante, epica marcia: come se fossero stati registrati tutti di fila in una sola, lunga, notte buia. I Pontiak giurano che non \u00e8 cos\u00ec, che anzi, questa volta, i tasselli sono andati a incastrarsi uno dopo l\u2019altro \u2014 uno\u00a0<em>dentro<\/em>\u00a0l\u2019altro \u2014 in perfetta sequenza, equamente spalmati nel corso di un anno e mezzo, nei tempi morti tra la fermentazione del malto e l\u2019imbottigliamento in serie della\u00a0<em>pale-ale<\/em>. Eppure il sospetto rimane: \u201cEhi ragazzi, che fate stasera? Vi va se strimpelliamo qualcosa un paio di orette prima di andare a letto?\u201d. E gi\u00f9 a cagar fuori\u00a0<a title=\"trovali i Pontiak tra le tracce di Natale di HVSR!\" href=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/recensioni\/videoclip\/hvsr-playlist-xmas-2017\/\" target=\"_blank\" rel=\"nofollow noopener\">uno dei dischi pi\u00f9 belli dell\u2019anno<\/a>, come se nulla fosse.<\/p>\n<p class=\"stripeTitle\">Tracce caldamente consigliate<\/p>\n<p class=\"bottomLineC\"><strong>Easy Does It<\/strong><br \/>\n<strong>Herb is My Next Door Neighbor<\/strong><br \/>\n<strong>We\u2019ve Fucked This Up<\/strong><\/p>\n<p><img style=\"margin-top: 2em;\" src=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/wp-content\/uploads\/04-the-national-sleep-well-beast.jpeg\" alt=\"The National - Sleep Well Beast\" width=\"800\" height=\"800\" \/><\/p>\n<h4>4. The National &#8211; Sleep Well Beast<\/h4>\n<h5>Il vero miracolo di un matrimonio (im)perfetto<\/h5>\n<p>C\u2019\u00e8 un motivo se tutti i pi\u00f9 stupidi bigliettini pre-confezionati da allegare a un regalo di anniversario recitano \u2014 pi\u00f9 o meno, poche variazioni sul tema sono consentite \u2014 \u201cDopo tutti questi anni insieme, il vero miracolo \u00e8 che sono ancora innamorato di te\u201d. Il vero miracolo ovviamente non sta nella parola \u201cinnamorato\u201d quanto piuttosto in quell\u2019apparentemente innocuo \u201cancora\u201d. Non \u00e8 un caso che spesso Matt Berninger abbia paragonato le dinamiche intime della sua band a quelle di un matrimonio di lungo corso e d\u2019altro canto, il fatto che il nostro innamoramento nei loro confronti non perda colpi nonostante l\u2019abitudine sa di qualcosa di eccezionale. Il vero miracolo \u00e8 che \u00e8 merito loro, non nostro: continuano a scrivere canzoni meravigliose come fosse il primo appuntamento, e abituarsi alla meraviglia \u00e8 un controsenso in termini, per definizione di \u201cmeraviglia\u201d, diciamo.\u00a0<em>Sleep Well Beast<\/em>\u00a0\u00e8 il settimo, vero miracolo della band di Cincinnati, scaccia ogni paura che, ormai anni dopo il primo \u201cs\u00ec\u201d, i National possano correre il rischio \u2014 anche solo accidentalmente \u2014 di trasformarsi nella parodia di loro stessi e il vero miracolo \u00e8 che lo fa raccontando tutte le minuzie di una crisi di mezza et\u00e0 senza per\u00f2 dare nessun segno della minima crisi di mezza et\u00e0. Saltandola a pi\u00e8 pari, anzi. Come se la dipingesse per sentito dire, ma con il dettaglio di chi l\u2019ha vissuta sul serio: come un esorcismo a posteriori, per non lasciare nulla di intentato. Senza farne particolari drammi, prende in mano \u2014 anzi, direi prende\u00a0<em>per<\/em>\u00a0mano \u2014 tematiche sviscerate in innumerevoli romanzi ma in ben poche canzoni rock o pop. E non \u00e8 difficile capire perch\u00e8: le emozioni coinvolte sono pressoch\u00e9 universali e fortissime, ma nella loro banalit\u00e0 quotidiana anche estremamente complesse e dai contorni sfumati e non cos\u00ec ben definibili, difficili da distillare in quattro minuti e una manciata di versi senza apparire sconclusionati o auto-indulgenti. In questo senso, se chi ascolta riesce a non sentirsi come messo in un angolo durante una festa in cui tutti non fanno altro che parlare di loro stessi e dei loro casini, il merito va tutto al frontman della band e alla sua\u00a0<em>co-writer<\/em>\u00a0Carin Besser (che, guarda caso, tanto per tornare al concetto iniziale, \u00e8 pure sua moglie), che riescono a far apparire chi racconta (diciamo \u201ccanta\u201d, diciamo\u00a0<em>rac-canta<\/em>) un narratore inaffidabile, ben lontano dagli status di sciupafemmine o di oracolo della saggezza in cui si crogiolano i suoi personaggi.\u00a0<em>Sleep Well Beast<\/em>\u00a0cos\u00ec suona splendidamente falso come tutti i dischi dei National, perch\u00e9 riesce a mantenere le distanze dalla mera cronaca quotidiana senza perdere niente della sua tragedia, a mettere un\u2019energia tutta nuova nel dire quanto \u00e8 stanco della vita, a rompere un bicchiere di vino rosso lanciandolo contro un muro di gomma. A lanciare un grido felicemente liberatorio senza disturbare i vicini che dormono. A suonar loro il campanello la mattina dopo, e chiedere gentilmente se per caso hanno ancora del sale avanzato. Per conservare le ferite al meglio, s\u2019intende. E non dimenticare, mai.<\/p>\n<p class=\"stripeTitle\">Tracce caldamente consigliate<\/p>\n<p class=\"bottomLineC\"><strong>Nobody Else Will Be There<\/strong><br \/>\n<strong>Guilty Party<\/strong><br \/>\n<strong>Carin at the Liquor Store<\/strong><\/p>\n<p><img style=\"margin-top: 2em;\" src=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/wp-content\/uploads\/03-at-the-drive-in-inter-alia.jpeg\" alt=\"At the Drive-In - In\u2022ter a\u2022li\u2022a\" width=\"800\" height=\"800\" \/><\/p>\n<h4>3. At the Drive-In &#8211; In\u2022ter a\u2022li\u2022a<\/h4>\n<h5>Gente che doveva finire un certo lavoretto<\/h5>\n<p>Nessun disco sar\u00e0 mai pi\u00f9 come\u00a0<em>Relationship of Command<\/em>. Questa certezza mi ha sempre accompagnato negli ultimi diciassette anni. Anzi, peggio: questa certezza mi accompagnava costantemente anche diciassette anni fa, mentre ascoltavo il capolavoro assoluto degli At The Drive-In senza riuscire mai a godermelo al 100% (diciamo che me lo son goduto al 99%), proprio perch\u00e8 continuavo a pensare in tempo reale che nessun disco sar\u00e0 mai pi\u00f9 come\u00a0<em>Relationship of Command<\/em>.\u00a0<em>Relationship of Command<\/em>\u00a0era una grandinata che metteva d\u2019accordo sotto lo stesso, inutile ombrello i Fugazi e i Pink Floyd, era il sacchetto della monnezza abbandonato in qualche vicolo sudicio a met\u00e0 tra la mitragliatrice funk-metal dei Rage Against The Machine e le bizzarrie sarcastiche dell\u2019hardcore periferico di quei predicatori pazzi dei Refused. Rimanendo a dovuta distanza dalle borchie dell\u2019establishment punk, la band di El Paso era riuscita a portare un genere storicamente rigido nella sua brutalit\u00e0 ribelle verso una forma pi\u00f9 libera e \u201cmaraca-friendly\u201d. Un\u2019azzardo su tutta la linea, ma la storia ha dimostrato che la loro esperienza poteva essere archiviata alla voce \u201cesperimento di uno scienziato pazzo andato a buon fine\u201d. Anche se, come tutte le scommesse di chimica, il rischio che ti scoppiasse in faccia era dietro l\u2019angolo. Agli At The Drive-In,\u00a0<em>Relationship of Command<\/em>\u00a0gli \u00e8 scoppiato in faccia poco meno di un anno dopo la sua uscita, con lo scioglimento del 2001 e i dodici anni di silenzio successivo che hanno fatto male agli orecchi quanto al cuore. Dopo quella buffonata di reunion per il Coachella del 2012, le speranze di grattugiarsi le mani sopra un loro nuovo disco si erano ulteriormente affievolite, quindi scoprire, all\u2019inizio di quest\u2019anno, che \u201cthe station\u201d era di nuovo a tutti gli effetti\u00a0<em>operational<\/em>\u00a0\u00e8 stata una di quelle sorprese che ti chiedi: ok, ora ditemi dove sta la fregatura. La notizia ufficiale \u00e8 che di fregatura non c\u2019\u00e8 traccia:\u00a0<em>In\u2022ter a\u2022li\u2022a<\/em>\u00a0non solo esiste sul serio, ma riesce anche nella\u00a0<em>mission impossible<\/em>\u00a0di riprendere esattamente da dove\u00a0<em>Relationship of Command<\/em>\u00a0aveva lasciato. Come tutti i prodotti dell\u2019algoritmo ATDI, \u00e8 un disco denso e complesso, che non fa prigionieri ma allo stesso tempo sembra stanco di contare i cadaveri, il disco di una band che \u00e8 tornata non solo per finire quello che aveva cominciato, ma anche e soprattutto per provare a non finire di nuovo dove aveva cominciato, ovvero a sopravvivere nonostante se stessa. Un po\u2019 pi\u00f9 anziana, un po\u2019 pi\u00f9 saggia e \u2014 si spera \u2014 anche un po\u2019 pi\u00f9 furba. No, nessun disco sar\u00e0 mai pi\u00f9 come\u00a0<em>Relationship of Command<\/em>, ma se anche voi, quando lo avete ascoltato, avete pensato \u201cecco, questo \u00e8 il futuro\u201d, sappiate che il futuro \u00e8 ora, si chiama\u00a0<em>In\u2022ter a\u2022li\u2022a<\/em>\u00a0ed \u00e8 tremendamente vicino alle vostre pi\u00f9 rosee aspettative.<\/p>\n<p class=\"stripeTitle\">Tracce caldamente consigliate<\/p>\n<p class=\"bottomLineC\"><strong>Incurably Innocent<\/strong><br \/>\n<strong>Call Broken Arrow<\/strong><br \/>\n<strong>Ghost-Tape N\u00b09<\/strong><\/p>\n<p><img style=\"margin-top: 2em;\" src=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/wp-content\/uploads\/02-ulver-the-assassination-of-julius-caesar.jpeg\" alt=\"Ulver - The Assassination of Julius Caesar\" width=\"800\" height=\"800\" \/><\/p>\n<h4>2. Ulver &#8211; The Assassination of Julius Caesar<\/h4>\n<h5>La passione di Kristoffer<\/h5>\n<p>Kristoffer Rygg \u00e8 un po\u2019 il Mike Patton del black metal, ma meno autoreferenziale: uno che nella vita ha fatto \u2014 musicalmente parlando \u2014 di tutto, ma che se poi gli chiedi qual \u00e8 la cosa di cui va maggiormente orgoglioso in un percorso pi\u00f9 che ventennale ti risponde \u201cil nostro disco di cover del 2012\u201d. La sua creatura Ulver \u2014 pi\u00f9 che una band, un\u00a0<em>experimental collective<\/em>\u00a0o, come preferiscono definirsi,\u00a0<em>a pack of wolves<\/em> \u2014 arriva in scioltezza al tredicesimo album (il terzo negli ultimi due anni) e si rivela cos\u00ec \u2014 almeno in termini di prolificit\u00e0 \u2014 pi\u00f9 simile a una colonia di conigli che a un effettivo branco di lupi, senza per questo abbassare di un millimetro il livello compositivo e rifiutandosi categoricamente di allinearsi al luogo comune che vuole i concetti di\u00a0<em>qualit\u00e0<\/em>\u00a0e\u00a0<em>quantit\u00e0<\/em>\u00a0sempre e comunque bilanciati secondo un criterio di proporzionalit\u00e0 inversa. Negli anni, il collettivo norvegese ha vestito i panni \u2014 sempre con successo, tra l\u2019altro \u2014 di un\u2019orchestra di oscuro folk scandinavo, di un combo di jazz-techno avant-garde, di un progetto estemporaneo per la colonna sonora di film minimalista, di una cover-band di pezzi garage anni Sessanta, di un ensemble specializzato in ambient-drone e di qualche altra cosa che mi sono perso nei rari momenti in cui ero distratto.\u00a0<em>The Assassination of Julius Caesar<\/em>\u00a0non poteva quindi sottrarsi a questo prevedibilmente imprevedibile pattern, anche se liquidarlo con un semplice \u201cUlver goes pop\u201d pare in tutta onest\u00e0 riduttivo. L\u2019esercizio \u00e8 \u2014 va detto \u2014 molto pi\u00f9 complesso e tremendamente affascinante: prendere un ipotetico ambiente sonoro in cui i Nine Inch Nails pi\u00f9 cupi si rarefanno fino a confondersi con i Tears For Fears, popolarlo di personaggi storici ingombranti e lasciarli l\u00ec a cospargere di sale le ferite ancora aperte della societ\u00e0 contemporanea. Un\u2019operazione romantica, a modo suo. Romantica nel senso di Byron. Un giochetto \u2014 se vogliamo avere l\u2019incoscienza di chiamarlo cos\u00ec \u2014 che rischia pure di prenderti prende la mano: dare alla tragedia moderna il peso del mito antico per far risuonare nei secoli dei secoli un\u2019unica costante armonica \u2014 la follia umana \u2014 e lasciarci sfiniti dal dubbio che la Storia \u2014 quella con la \u201cS\u201d maiuscola \u2014 altro non si riveli che lo spoiler di una nuova stagione di\u00a0<em>True Detective<\/em>\u00a0popolata da dei replicanti tipo\u00a0<em>Westworld<\/em>. Fico. Comunque sia, senza mezzi termini, possiamo dire che, con venticinque anni di carriera sulle spalle, gli Ulver si prendono il lusso di confezionare quello che forse \u00e8 <a title=\"leggila per intero la passione di Kristoffer!\" href=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/recensioni\/dischi\/ulver-the-assassination-of-julius-caesar\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">il miglior capitolo del loro catalogo<\/a>: una drammatica \u201csaga pop malata\u201d che potrebbe diventare il perfetto surrogato del disco che in tanti avrebbero voluto ascoltare mettendo sul piatto il nuovo dei Depeche Mode, invece di trovarsi a fare i conti con un innocuo \u201cwhere\u2019s the revolution? \/ come on, people \/ you\u2019re letting me down\u201d.<\/p>\n<p class=\"stripeTitle\">Tracce caldamente consigliate<\/p>\n<p class=\"bottomLineC\"><strong>Nemoralia<\/strong><br \/>\n<strong>Rolling Stone<\/strong><br \/>\n<strong>Transverberation<\/strong><\/p>\n<p><img style=\"margin-top: 2em;\" src=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/wp-content\/uploads\/01-fufanu-sports.jpeg\" alt=\"Fufanu - Sports\" width=\"800\" height=\"800\" \/><\/p>\n<h4>1. Fufanu &#8211; Sports<\/h4>\n<h5>La candidatura ufficiale di Reykjav\u00edk alle prossime Olimpiadi<\/h5>\n<p>Che l\u2019Islanda non fosse solo geyser, Bj\u00f6rk e Sigur R\u00f3s lo sapevamo, ma scoprire che avesse anche qualcosa da insegnare al continente in materia di indie-rock, post-punk elettronico e capacit\u00e0 di scopiazzare i grandi del passato con spiccata personalit\u00e0, gusto non indifferente e obiettivamente niente da invidiare, \u00e8 stata una delle pi\u00f9 belle sorprese di questo 2017. I meriti di averci aperto gli occhi vanno senza ombra di dubbio a una band il cui nome ricorda pi\u00f9 uno strumento a fiato sardo che le bianche distese di neve del Nord Europa. I Fufanu hanno iniziato, non molto tempo fa, con le pretese di uno snack da apericena nelle vesti di un duo techno per poi, a forza di aggiungere gradualmente elementi e pezzi di strumentazione live alla ricetta, finire a presentare in sala un pasto completo che va dall\u2019antipasto al dolce, pi\u00f9 caff\u00e8 e ammazzacaff\u00e8. Si chiama\u00a0<em>Sports<\/em>\u00a0e probabilmente \u00e8\u00a0<a title=\"trovali i Fufanu tra le canzoni di Natale di HVSR!\" href=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/recensioni\/videoclip\/hvsr-playlist-xmas-2017\/\" target=\"_blank\" rel=\"nofollow noopener\">una delle migliori uscite dell\u2019anno<\/a>. Album pressoch\u00e9 perfetto, nella sua durata limitata (poco pi\u00f9 di 40 minuti), non registra passaggi a vuoto che possano giustificare cali di ritmo o di attenzione e infila dieci potenziali singoli uno dietro all\u2019altro come fosse l\u2019esercizio pi\u00f9 semplice sulla faccia della terra. La cosa assurda \u00e8 che lo fa senza puntare tutte le fiches su un mood ben definito o vincente, ma rimanendo in pericolosissimo \u2014 incredibile quanto efficace \u2014 bilico tra un senso di angoscia strisciante ma confuso (sar\u00e0 davvero angoscia o \u00e8 solo voglia di ballare?) e una spinta a scatenarsi che prude come la varicella ma che (proprio come l\u2019impulso a grattarti quando hai la varicella) sai che \u00e8 meglio trattenere ancora un po\u2019. \u00c8 come se l\u2019essenza del sound dei Fufanu fosse la costante sensazione che c\u2019\u00e8 qualcosa che non va, che quello che stai per fare \u00e8 in realt\u00e0 un grosso errore, che \u00e8 meglio aspettare un attimo altrimenti va tutto in vacca. \u00c8 la pelle d\u2019oca che ti corre sotto pelle quando senti un rumore a cui non sai dare un nome, lo sguardo che butti dietro le spalle dal sedile posteriore di un taxi nella notte preso dalla paranoia che qualcuno ti stia seguendo. In ogni pezzo le linee di basso e di chitarra si allineano con la batteria secca e i campioni elettronici in un modo subdolo, astuto, come se volessero compensare una mancata esplosione: i Fufanu non sono n\u00e9 potenti n\u00e9 mosci, sono entrambe le cose e questo ti manda fuori di cervello. Giocano con maestria, scalzi sul filo spinato di confine tra l\u2019ebbrezza di una night life urlata in playback e il ticchettio delle dita sulla gamba mentre durante un funerale non riesci proprio a toglierti dalla testa quella canzoncina sentita alla radio, tra il \u201csu le mani\u201d di un dancefloor fatto di zombie e l\u2019ondeggiare ubriaco nella solitudine del post-party, quando la velocit\u00e0 con cui le sinapsi iniziano a reagire torna ad aumentare progressivamente. Se\u00a0<em>Sports<\/em>fosse il personaggio di un film sarebbe l\u2019autista di\u00a0<em>Drive<\/em>: silenzioso, impassibile, eppure emozionalmente devastante nella sua caparbiet\u00e0 (in)controllata.<\/p>\n<p class=\"stripeTitle\">Tracce caldamente consigliate<\/p>\n<p class=\"bottomLineC\"><strong>Tokyo<\/strong><br \/>\n<strong>Just Me<\/strong><br \/>\n<strong>White Pebbles<\/strong><\/p>\n<h2>Menzioni<\/h2>\n<h4>Tipo gli avanzi del cenone<\/h4>\n<p>Che poi io alla fine non son mica tanto d\u2019accordo con chi sostiene che questo \u00e8 stato un anno che si \u00e8 chiuso un po\u2019 in sordina rispetto al precedente, in cui abbiamo avuto meno uscite importanti (chi decide cosa \u00e8\u00a0<em>importante<\/em>? dove sta un ranking ufficiale di\u00a0<em>importanza<\/em>? la cosa viene valutata in base a quanta gente importante \u00e8 andata al Creatore nel corso degli ultimi 365 giorni? attendo delucidazioni al riguardo) o poca\u00a0<em>qualit\u00e0<\/em>\u00a0in generale.<\/p>\n<p>Io, sar\u00e0 che son troppo buono, ma anche a questo giro ho fatto fatica a selezionare solo una\u00a0<em>TOP 30<\/em>, e mi \u00e8 sinceramente dispiaciuto lasciar fuori qualcuno. So benissimo che questi questi \u201cqualcuno\u201d non ci dormono la notte, al pensiero di essere stati esclusi da questa classifica, quindi, per fare ammenda, aggiungo qua di seguito un\u2019ultima lista di band \/ artisti i cui dischi usciti quest\u2019anno ci son piaciuti comunque, ma meno. Meno di questi trenta qua sopra, dico.<\/p>\n<p>L\u2019ordine \u00e8 rigorosamente sparso, e lo dico tirando un sospiro di sollievo, visto che anche i numeretti che ho messo in precedenza sono solo il frutto di una strenua lotta con me stesso e \u2014 se non mi fossi obiettivamente rotto le palle della cosa \u2014 forse li cambierei di nuovo a uno a uno per l\u2019ennesima volta.<\/p>\n<p>Tipo gli avanzi del cenone, insomma.<br \/>\nOvvero una roba che non \u00e8 da escludere che, riscaldata in forno il giorno dopo, sia addirittura pi\u00f9 buona che appena preparata.<\/p>\n<div class=\"color-box-small-text\"><strong>Soulwax, Slowdive, Vessels, INVSN, The Afghan Whigs, Alvvays, Broken Social Scene, Big Thief, Chrysta Bell, Four Tet, Fever Ray, Public Service Broadcasting, Filthy Friends, Daughter, Charlotte Gainsbourg, LCD Soundsystem, Melvins, Torres, Elder, Ride, Spiral Stairs, Grandaddy, The Jesus &amp; Mary Chain, Arca, Death From Above, Boss Hog, Sneaks, The Flaming Lips, Crystal Fairy, Pond, PVT, The XX, Sohn, Piano Magic, Arboretum, Vagabon, Xiu Xiu, Desperate Journalist, Rose Elinor Dougall, Priests, Samsara Blues Experiment, Porcelain Raft, Austra, Bonobo, Cloud Nothing, Ghost Against Ghost, Elbow, Clan of Xymox, Goldfrapp, Feist, Gorillaz, Perfum Genius, White Hills, Alex G, Alt-J, The Drums, Lorde, Six Organ of Admittance, Foxygen, Sleaford Mods, Queens of the Stone Age, Ben Frost, EMA, Everything Everything, Nosaj Thing, Godspeed You! Black Emperor, Chelsea Wolfe, Tricky, Unsane, Iglooghost, Arcane Roots, Wolf Parade, A. Savage, Wy, The Horrors, Johann Sebastian Punk, Destoryer, Oh Sees, Matt Cameron.<\/strong><\/div>\n<p>Molti di questi li trovate \u2014 puntuali come il cotechino e le lenticchie \u2014 in\u00a0<a title=\"5 ore che ti passa la voglia, di far le classifiche di fine anno\" href=\"http:\/\/www.simonefiorucci.com\/blogtest\/blog\/best-songs-2017\/\" target=\"_blank\" rel=\"nofollow noopener\">questa follia di mixtape<\/a>: quasi 5 ore di musica ininterrotta. Una roba che se ne ascoltate mezz\u2019ora al giorno, quando arriva la Befana ne \u00e8 rimasta ancora a sufficienza per far ballare anche lei.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>30 dischi usciti nel 2017 che ci son piaciuti parecchio: l&#8217;inutile classifica di fine anno a nostro insindacabile parere, un Best Of inconsulto e non richiesto.<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":4874,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":[],"categories":[1517,3,186],"tags":[68,69,67,30],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v18.7 - https:\/\/yoast.com\/wordpress\/plugins\/seo\/ -->\n<title>Random Albums of Senseless Beauty | Top 30 - Best Of 2017<\/title>\n<meta name=\"description\" content=\"30 dischi usciti nel 2017 che ci son piaciuti parecchio: l&#039;inutile classifica di fine anno a nostro insindacabile parere, una Top30 incompleta, un Best Of inconsulto e non richiesto.\" \/>\n<meta name=\"robots\" content=\"noindex, nofollow\" \/>\n<meta property=\"og:locale\" content=\"it_IT\" \/>\n<meta property=\"og:type\" content=\"article\" \/>\n<meta property=\"og:title\" content=\"Random Album of Senseless Beauty | Top 30 - 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